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Casa e famiglia, il mondo che non c’è più. Tutte le alternative possibili per l’abitare insieme

Fiori all'ingresso della casa di Maricarmen, a Madrid

Quando parliamo di casa come spazio di radicamento e luogo di identità ci riferiamo proprio al senso di appartenenza che deriva dal fatto di amare ciò che la casa rappresenta. La casa rispecchia la storia della famiglia: gli oggetti, i colori scelti, le foto alle pareti, la disposizione dei mobili sono la manifestazione visibile dei valori, del gusto di chi l’ha pensata proprio a quel modo e quindi del percorso di vita condiviso. Un’osservazione tanto più vera quando si risiede a lungo nella stessa casa, ancora di più quando sotto lo stesso tetto sono passate più generazioni. Allora il senso del “ritorno a casa” acquista, anche per i figli che ormai studiano o lavorano in una città lontana rispetto al luogo d’origine, il sapore di una riscoperta identitaria insieme alla possibilità di comprendere sempre meglio ciò che si è lasciato alle spalle, i ricordi, le memorie familiari. Oggi le grandi case dove più generazioni avevano la possibilità di condividere momenti ordinari e giorni di festa sono quasi scomparse ma, soprattutto lontano dai grandi centri urbani, nella provincia profonda, nelle zone più rurali, rimangono ancora abitazioni con le pareti imbevute di significati profondi, stanze che assolvono ancora alla funzione di contenitori della memoria affettiva intergenerazionale. Ma sono sempre meno, come sempre meno sono le famiglie che possono permettersi un’abitazione con gli spazi adeguati per vivere dignitosamente con i propri figli. Non sono considerazioni nostalgiche ma l’evidenza – confermata dalle statistiche – di un cambiamento immobiliare, che è anche culturale, in cui tutti siamo immersi e che si è finora rivelato complicato e sgradevole, se non fallimentare, per le sorti della famiglia. Suddividere un appartamento di 120 metri quadrati per ricavarne tre miniappartamenti da 40 metri quadri o anche meno – come si fa ormai abitualmente nelle grandi città – darà certamente vantaggi economici a chi beneficia della ristrutturazione, ma non ne darà alcuno a chi dovrà pensare la propria vita familiare in quegli spazi così ridotti.

Perché la casa è il luogo in cui ci si apre al mondo?

Da anni l’associazionismo familiare indica nella possibilità di offrire alle giovani coppie abitazioni a prezzi ragionevoli, dotate dei servizi essenziali e di spazi adeguati, una delle chiavi di volta per combattere l’inverno demografico. L’abitazione, come detto, è un punto di partenza irrinunciabile per chi decide di trasformare un sentimento in un progetto di vita. Quando l’abitazione c’è, magari grazie ai genitori o ad altre circostanze familiari – la casa dei nonni, quella di una zia non sposata che l’ha lasciata in eredità – la giovane coppia risolve il primo ostacolo concreto del suo percorso di vita. Siamo convinti che, come più volte argomentato, gli aspetti materiali del far famiglia – casa, lavoro, fiscalità, politiche familiari – siano soltanto uno degli elementi che concorrono a scoraggiare matrimoni e nascite. Alle radici di questa eclissi globale di responsabilità – al di là del fatto che il numero di giovani è sempre più esiguo – ci sono ragioni culturali e spirituali come la fatica di assumere impegni definitivi, l’incertezza nel futuro, l’incapacità di guardare all’amore come dono ricevuto da ridonare, la paura di diventare adulti, gli esempi scoraggianti che derivano dal numero crescente di separazioni e divorzi, e tanto altro che abbiamo spesso raccontato su queste pagine.
È indubbio però che la casa, come valore ideale e realtà concreta, sia un elemento che può fare la differenza. Dal punto di vista pratico, che si tratti di proprietà o di locazione stabile, la casa rappresenta la prima voce di pianificazione finanziaria di una famiglia. La stabilità abitativa permette una programmazione a lungo termine – risparmi, investimenti sull’educazione dei figli, carriera lavorativa – e permette l’organizzazione della vita quotidiana e lo svolgimento dei compiti a cui ciascuno è chiamato. L’amore, quando c’è, permette – come già detto – di vedere anche in un monolocale di trenta metri quadrati la più sfolgorante delle regge ma il sogno romantico è destinato ad infrangersi in breve tempo. L’esperienza mostra che la suddivisione degli spazi – zona giorno, zona notte, spazi personali e spazi comuni – facilita la gestione del tempo, del lavoro, dello studio e della cura. Una casa ben organizzata non permette solo il rispetto di alcuni rituali indispensabili per scandire la vita familiare – per esempio i pasti in comune – ma riduce lo stress e rende più facile la compartecipazione ai compiti domestici di genitori e figli. Spazi adeguati, anche senza immaginare appartamenti smisurati ormai inaccessibili non solo nelle grandi città, permettono per esempio a un figlio di avere una propria cameretta, cioè un luogo in cui sperimentare la riservatezza, ma anche dove studiare e dove concentrarsi più agevolmente, elementi chiave per lo sviluppo della personalità che oggi però deve fare i conti, con modalità spesso problematiche, con l’educazione digitale, un aspetto che talvolta suggerirebbe una rivisitazione degli spazi.
Oltre all’organizzazione interna la casa risulta decisiva anche la collocazione esterna. Se dalla propria abitazione è agevole l’accesso ai servizi essenziali, scuole, parchi, strutture sanitarie, spazi commerciali, rete di trasporti e vicinato, il luogo dell’abitare diventa il ponte di collegamento tra la famiglia e la comunità sociale di riferimento. Ecco perché la casa non è semplicemente il posto in cui si vive, ma il luogo a partire dal quale la famiglia si apre al mondo. Se la famiglia fornisce la trama delle relazioni affettive, la casa ne offre l’intreccio concreto, trasformando l’idea astratta dello “stare insieme” in un’esperienza sociale, comunitaria, condivisa anche al di fuori della porta di casa. In questo modo la vita buona trascorsa in casa dovrebbe diventare elemento fondante del bene comune.
Ma succede davvero così oggi nelle nostre città? Non sembrano discorsi utopici di fronte al degrado in cui sono lasciate troppe periferie urbane? Certamente, ed è il motivo per cui non dovremmo mai stancarci di segnalare e di raccontare quello che non va, anche per sollecitare gli interventi di chi, come le amministrazioni pubbliche, potrebbe fare e troppo spesso rimane a guardare. Il discorso sulla precarietà abitativa delle periferie potrebbe offrire lo spunto anche per una riflessione sul tema delle diseguaglianze di cui la casa rimane un simbolo per eccellenza. Un conto è ragionare sul tema casa avendo come punto di riferimento le ville e gli appartamenti di lusso dei quartieri bene che ormai si pesano a milioni di euro, un altro è riflettere sulla maggior parte delle abitazioni che rimandano a differenti condizioni di vita e di possibilità. Diversa, molto diversa, la tipologia delle varie abitazioni, diverse le famiglie che le abitano con un progressivo livellamento verso il basso – la più volte descritta scomparsa del ceto medio – che rende difficile se non impossibile alla maggior parte dei nuclei familiari non solo disporre di una casa dignitosa, ma anche assolvere le altre incombenze quotidiane. E qui si aprirebbe un discorso importante sul ruolo delle comunità, sui progetti di sostegno, sul volontariato tra famiglie. Sono aspetti di cui parliamo spesso sulle pagine di Avvenire e che ci prefiggiamo di approfondire in un prossimo numero di Sofia.

Case che non ci sono e figli che non nascono. Ma che legame c’è?

Abbiamo già detto che oggi, per la maggior parte dei giovani, l’incertezza sul diritto all’abitare – prezzi d’acquisto alle stelle, affitti insostenibili, precarietà abitativa – genera una costante fragilità sociale che impatta direttamente sulla decisione di formare una nuova famiglia e di avere figli. Vediamo di capire un po’ meglio. Quanto pesa davvero la difficoltà di trovare una casa a condizioni accessibili sul problema complesso e multiforme della denatalità? Sono questioni di cui spesso parliamo. Vediamo qui di riassumere i punti principali di un dossier che, volendo approfondire il tema casa, non possiamo ignorare.
Il legame tra casa e denatalità si manifesta prima di tutto attraverso l’uscita ritardata dalla famiglia d’origine. La “famiglia lunga” del giovane adulto, questione evidenziata dalla ricerca sociologica nel nostro Paese già trent’anni fa, ha tra le altre conseguenze un ritardo nell’emancipazione dei ragazzi dalla famiglia di origine. In Italia l’età media in cui i giovani lasciano la casa dei genitori supera i 30 anni (a fronte di una media europea inferiore ai 26 anni e nei paesi nordici sotto i 23). Ci sono importanti ricerche che spiegano come questo fenomeno sociale si traduca in una sorta di effetto domino sulle nascite. In sostanza, posticipare l’uscita di casa significa rinviare la convivenza di coppia e la ricerca di stabilità. Di conseguenza, l’età media al primo figlio è progressivamente salita (superando i 32 anni per le donne), riducendo biologicamente e temporalmente la finestra di fertilità per avere un secondo o terzo figlio. Naturalmente, come già detto, non tutto avviene in modo così automatico. Esistono altre ricerche che dimostrano come la disponibilità di una casa dignitosa a prezzi accessibili e in tempi ragionevoli per la maggior parte delle giovani coppie non modificherebbe in modo sostanziale l’indice di natalità, perché – è stato più volte spiegato – le ragioni che stanno alla base della scelta di non avere un figlio sono tantissime, investono gli aspetti personali e culturali, toccano da vicino il nostro rapporto con gli altri, con la società, con il mondo. Anche con la fede. Tutto vero, ma allora la battaglia per permettere alle giovani coppie di avere una casa adeguata a costi sostenibili, è inutile? Tutt’altro. Il compito delle politiche familiari – e dell’associazionismo che da almeno mezzo secolo segnala il problema con instancabile solerzia – è quello di rimuovere gli ostacoli sulla strada del far famiglia, tra cui appunto c’è quello della casa. E questi ostacoli, più volte segnalati, rimangono gli stessi, immutabili di fronte ai vari governi che si sono alternati nell’ultimo mezzo secolo e non hanno fatto nulla o quasi per incidere davvero, in modo sostanziale e decisivo, su una situazione ormai insostenibile. Una delle difficoltà per i giovani di accedere a una casa decorosa e stabile nasce dall’incrocio tra precarietà lavorativa ed evoluzione del mercato immobiliare. L’Italia è storicamente un Paese a forte vocazione di proprietà immobiliare. Proprio qualche giorno fa, sulle colonne di Avvenire, l’economista Leonardo Becchetti spiegava che in Italia esistono 35,6 milioni di case delle quali circa 9,5 milioni non risultano occupate da residenti. Ricchi di case e poveri di abitazioni a prezzi accessibili. «Una contraddizione impressionante», secondo l’esperto. Infatti la maggior parte dei giovani lavoratori, spesso inquadrati con contratti a termine, sia come lavoratori autonomi sia come tirocinanti, faticano a soddisfare i requisiti richiesti dagli istituti di credito per l’erogazione di un mutuo, pur in presenza di misure pubbliche di garanzia. E poi c’è il problema del capitale iniziale. Anche laddove sia accessibile un mutuo all’ottanta per cento, l’anticipo richiesto (oltre alle spese notarili e d’agenzia) richiede una disponibilità di denaro liquido che molti giovani non possiedono senza il sostegno finanziario della famiglia d’origine (la “banca dei genitori”). Ma non tutti i genitori possono o vogliono intervenire. E allora?
Così la maggior parte dei giovani che non possono sostenere i costi di un acquisto devono rassegnarsi ad affittare, anche se, soprattutto nelle grandi città, i canoni di locazione hanno raggiunto incidenze superiori al 40-50% dello stipendio medio di un giovane lavoratore. Tra le altre cause, quella più drammatica, perché al momento insuperabile, è rappresentata dal proliferare delle cosiddette locazioni turistiche, gli “affitti brevi” che ha ridotto sensibilmente la disponibilità di appartamenti disponibili per contratti a lungo termine, spingendo i prezzi verso l’alto ed escludendo le giovani coppie che cercano stabilità. D’altronde perché mai un proprietario a cui la legge – e i regolamenti condominiali – offre le possibilità di ricavare dai 5 ai 6mila euro al mese con un “affitto breve” dovrebbe accontentarsi di ottenere meno della metà con un affitto tradizionale a lungo termine (prezzi medi di Milano per un appartamento di 80 metri quadrati in zona semicentrale)? Servirebbe l’intervento dello Stato per imporre contratti a prezzi calmierati conciliando – come scrive Becchetti – «proprietà, economia turistica, diritti dei residenti a non essere espulsi dalle proprie città». Ma finora, tranne l’annuncio di un’iniziativa su scala europea tutta da verificare, non c’è nulla all’orizzonte per risolvere davvero l’ingiustizia strutturale degli “affetti brevi”, solo proclami demagogici, da destra e da sinistra. Conclusione? La speranza di incidere sull’inverno demografico con l’ampliamento della disponibilità di appartamenti a prezzi accessibili per le giovani coppie, è rinviata a un futuro tutto da definire.

«Se mi mandano via da casa mi sento morire». Perché gli anziani dicono così?

Ma se il rapporto giovani-casa presenta tanti aspetti drammatici non è che dall’altro lato della catena generazionale le cose vadano tanto meglio. I quasi sei milioni di anziani che vivono soli, i circa 4,6 milioni di over 65enni non autosufficienti, i circa 25mila anziani che ogni anno ricevono uno sfratto – quelli coinvolti indirettamente per sfratti che raggiungono i familiari sono 60mila – delineano un quadro a tinte sempre più fosche. Va considerato che, dalla fine del Covid ad oggi, il numero medio di sfratti decisi per case abitate da anziani è più che raddoppiato. I motivi sono tanti. È cresciuto il numero delle pensioni al di sotto dei mille euro (il 40% degli anziani è in questa situazione), sono lievitati i canoni d’affitto, le utenze e le spese condominiali (30 per cento in media negli ultimi 5 anni), è aumentato il numero di persone non autosufficienti a fronte di un impoverimento del sistema socio-sanitario, con una gestione burocratica che si fa sempre più complessa e taglia fuori percentuali crescenti di anziani soli.
Così sono decine di migliaia gli anziani a “rischio casa”. Eventualità terribile per tutti, ma soprattutto per chi ha superato i 65-70 anni e ha trascorso decenni o magari un’intera vita tra le stesse mura. In queste situazioni la casa non è semplicemente un immobile o un bene materiale, rappresenta il deposito della propria memoria, un’estensione dell’identità stessa, un fondamentale pilastro di sicurezza emotiva e cognitiva. Costringere una persona anziana a lasciare la propria casa in conseguenza di uno sfratto, ma anche per problemi di salute, per difficoltà economiche, perché esistono barriere architettoniche diventate insuperabili per una sopraggiunta condizione di non autosufficienza, diventa sempre un evento traumatico che innesca una “sindrome da sradicamento” dalle conseguenze spesso imprevedibili.
Gli studi psicologici hanno messo a fuoco da tempo i processi conseguenti alla perdita della casa per una persona anziana. È noto, per esempio, che con il passare degli anni, i confini tra la persona e la sua casa tendono a sfumare. Gli oggetti, la disposizione dei mobili, persino i difetti delle pareti sono legati a momenti specifici della vita – il matrimonio, la crescita dei figli, la perdita di persone care – e diventano tasselli di un mosaico prezioso, a cui non si intende rinunciare. Lasciare la casa significa avvertire una lacerazione del filo conduttore della propria storia personale. Una situazione che genera sentimenti di impotenza, rabbia o profonda rassegnazione. Non è esagerato – riferiscono gli esperti – immaginare che la perdita della casa richieda per una persona anziana un vero e proprio processo di elaborazione del lutto e possa tradursi, nel caso delle persone più fragili, in un rapido peggioramento delle capacità cognitive e della confusione spazio-temporale.
Altrettanto preoccupante la dimensione sociale e relazionale. La casa per un anziano è anche il suo ancoraggio alla comunità. Perdere la casa significa anche perdere la rete di vicinato che, quando c’è – oggi è tutt’altro che scontato – rappresenta un importante antidoto contro l’isolamento sociale. Quella rete, rappresentata da tanti micro-contatti informali, garantiva alla persona anziana un senso di appartenenza che dava più sapore alla vita. Infine – ed è forse l’aspetto che a una persona anziana pesa di più – la perdita della casa implica un profondo cambiamento anche dei ruoli familiari. Nei casi in cui attorno all’anziano c’era una famiglia presente, anche se non convivente, quella casa era il centro di gravità dove, almeno qualche volta, figli e nipoti si riunivano per le feste. Lasciarla può determinare nell’anziano un’angoscia derivante dalla consapevolezza, certamente straziante, di un passaggio amaro. Da punto di riferimento accogliente per la famiglia a soggetto bisognoso di accudimento.

Ma come sperare in abitazioni a misura d’uomo (e di donna)?

Abbiamo tracciato un quadro del pianeta casa che, sia dal punto di vista delle giovani coppie sia da quello degli anziani, sembra lasciare poco spazio alla speranza. Eppure non è proprio così. Esistono in Italia ma anche nel resto d’Europa, modelli innovativi come il cohousing, il coliving, i condomini solidali e altre formule inedite di convivenza che, per la loro forte carica solidale e partecipativa, sembrano tracciare per il prossimo futuro un quadro più confortante. Sono modelli in forte crescita, sia in termini di interesse che investimenti, anche se al momento rappresentano una nicchia rispetto al mercato immobiliare tradizionale.
Il cohousing – l’abitare condiviso – prevede alloggi privati autonomi affiancati da ampi spazi e servizi comuni (cucine, lavanderie, laboratori, orti, spazi per i bambini) co-progettati e gestiti direttamente dagli stessi abitanti. In Italia il fenomeno è ancora contenuto ma, negli ultimi anni, appare in costante espansione, concentrato prevalentemente nel Nord Italia (con Milano e Torino a fare da apripista). Lo scelgono soprattutto giovani famiglie e soprattutto persone comprese tra una fascia d’età tra i 35 e i 54 anni alla ricerca di una dimensione di vicinato collaborativo. Secondo report di settore (per esempio Gabetti/Homers), la percentuale di popolazione italiana che risiede in cohousing è circa lo 0,0003% (contro valori vicino all’1-2% nei paesi del Nord Europa come Danimarca e Svezia). Tuttavia, l’interesse potenziale coinvolge oltre il 30% di chi cerca casa.
Il coliving – l’abitare ibrido e flessibile – ha una natura più commerciale e temporanea. È una formula organizzata da un gestore unico, spesso fondi di investimento, che offre stanze o appartamenti arredati “tutto compreso” (affitto, utenze, Wi-Fi, pulizie, coworking, palestra) per periodi che vanno da pochi mesi a un anno. È il segmento del living che registra i tassi di crescita più alti sul mercato residenziale. A guidare il settore sono i grandi poli universitari e di business (Milano, Roma, Bologna, Torino) e località a vocazione turistico-digitale (come la Sicilia o Firenze). Lo scelgono i cosiddetti “nomadi digitali”, remote worker internazionali, giovani professionisti in trasferta e studenti fuori sede. Si pone a metà strada tra la locazione abitativa, lo studentato di alto livello e l’ospitalità alberghiera.
I condomini solidali – la co-abitazione sociale – sono esperienze nate dal terzo settore, da associazioni di volontariato o da progetti di social housing pubblico/privato. Gli abitanti condividono una “carta dei valori” o un patto di mutuo aiuto – custodia dei bambini, spesa condivisa, supporto agli anziani, spesso la messa in comune delle risorse economiche – e frequentemente riservano alcuni appartamenti dell’edificio a persone in condizioni di fragilità o famiglie in difficoltà temporanea. In Italia si stimano alcune decine di esperienze formalizzate. Su queste pagine abbiamo più volte raccontato l’esperienza di reti nate all’insegna della fede e della condivisione, come “Mondo di comunità e famiglia” e “Comunità e Famiglia” che contano un centinaio di case, a cui si aggiungono molti altri di progetti informali di vicinato solidale. Iniziativa coraggiosa e controcorrente nata negli anni Ottanta per iniziativa di Bruno Volpi e della moglie Enrica Corti che, insieme a un gruppo di gesuiti, fondarono a Milano, nella storica cascina di Villapizzone, il primo condominio solidale con l’approvazione del cardinale Carlo Maria Martini. Vivere in un condominio solidale è entusiasmante ma non è facile. Serve equilibrio, desiderio di accoglienza, compartecipazione, misura e una forte propensione all’impegno solidale per accettare vantaggi e svantaggi di un contesto comunitario in cui ci sono anche soggetti fragili, anziani sole, mamme single, disabili, immigrati che beneficiano del supporto del condominio, cioè di tutti coloro che vi abitano e che devono quindi essere disposti a donare parte del loro tempo libero. Un impegno che talvolta costa, ma certamente non si è mai soli e si può sempre contare sull’aiuto di tutti.
Il senior housing e il cohousing intergenerazionale sono una variante in forte accelerazione in Italia per via dei trend demografici. Prevede complessi abitativi pensati per anziani autosufficienti, con spazi comuni e servizi sanitari/assistenziali leggeri condivisi, oppure la convivenza tra giovani studenti e persone over 65 per contrastare la solitudine. Al momento le esperienze non sono tantissime, ma con quasi sei milioni di anziani che vivono soli nel nostro Paese, la formula è al centro dell’attenzione sia dei piani di welfare pubblico (con linee guida nazionali per il cohousing intergenerazionale) sia degli investitori immobiliari privati. Una soluzione di grande interesse per recuperare il senso di comunità e i vantaggi del buon vicinato.

La casa e la fedeltà: il caso di Lodi

Se la casa è crocevia di tanti riferimenti simbolici, relazionali e valoriali, la sentenza pronunciata nei giorni scorsi da un giudice del tribunale di Lodi ne esprime in modo efficace e sintetico il significato e rafforza l’idea che radici familiari, memoria condivisa e fedeltà nelle relazioni si esprimano in modo potente anche attraverso il concetto rappresentato dall’abitare come luogo e come idea, come rifugio dove si sta bene con le persone amate. Terra e spirito, mattoni e pensiero per uno spazio che accoglie i legami che contano, dove si concentrano il permanere come normalità, l’andare come necessità e il ritornare come momento atteso. Perché questo è il significato stesso della casa, Come mai è stato necessario l’intervento di un giudice per confermare questa verità?
Ecco quello che è capitato. Un padre dona una villetta alla figlia ma poi ci ripensa e decide di revocare “per ingratitudine” la donazione. Mostra al giudice alcuni messaggi WhatsApp ricevuti dalla figlia che considera ingiuriosi. Perché quelle parole così dure verso un padre? Il giudice indaga e scopre che l’uomo ha da tempo una relazione coniugale, ha abbandonato la casa e si è trasferito dall’amante. La reazione della figlia, argomenta il magistrato, non è dettata da un’immotivata mancanza di rispetto verso il padre, ma dalla volontà di difendere la madre che, anche dal punto di vista economico, è la parte più debole della coppia. Respinta quindi la richiesta di revoca della donazione. La villetta rimane alla figlia. C’è in questa sentenza – anche se le motivazioni giuridiche non si esprimono in questi termini – un richiamo potente ai valori che si intrecciano al concetto di casa come archetipo di radicamento, protezione e sicurezza. Non conosciamo naturalmente in profondità la storia della coppia coinvolta nella vicenda esaminata dal tribunale di Lodi e non intendiamo esprimere alcuna valutazione di carattere etico. Dietro ogni fallimento coniugale ci sono motivazioni complesse, vuoti, omissioni, compensi, pause, penombre, incomprensioni, responsabilità più o meno condivise che nessuno è in grado di valutare. Tanto meno può farlo una sentenza.
Quando un progetto d’amore prende corpo e supera la dimensione della provvisorietà per allungarsi nel futuro ha immediatamente bisogno di un luogo per pensarsi, per realizzare il passaggio dall’ipotesi alla realtà, per sovrapporre l’idea di stare insieme alla possibilità concreta di dare corpo a quel pensiero. Questo luogo è la casa che quindi, come detto, non è soltanto pareti, porte e finestre ma è qualcosa che richiama il concetto stesso del “noi”, della condivisione, della volontà di far famiglia. La coppia che – come tantissimi giovani stanno amaramente sperimentando in questi anni – è consapevole di non poter raggiungere l’obiettivo della casa in tempi ragionevoli ed è costretta ad accettare soluzioni all’insegna della provvisorietà e della precarietà, vede allargarsi dentro di sé un atteggiamento di sconforto e di fatalismo, smarrisce l’entusiasmo, rischia di identificare l’incertezza abitativa con quella della stabilità relazionale. Intendiamoci, neppure una villa di mille metri quadrati con giardino e piscina può essere garanzia di solidità coniugale. E, all’opposto, esistono coppie tanto motivate e tanto solide da trovare accogliente e gradevole anche un monolocale di trenta metri quadrati. Ma, a parte il fatto che l’eroismo non si può imporre per decreto, costringere una giovane coppia alla precarietà abitativa, oltre alle scomodità personali e alle inevitabili tensioni relazionali, rende quasi impossibile progettare un allargamento della famiglia. Quanto più il disagio abitativo aumenta, tanto più sbiadiscono concetti come rifugio, radici, memoria, cioè il senso stesso del luogo in cui si abita, si custodiscono gli affetti più cari, si vivono i momenti più densi di significato, si cresce e ci si apre al confronto.
Ecco perché la soglia di casa rappresenta innanzi tutto un archetipo di protezione e di conforto, il confine sacro tra il “dentro” – il sicuro, l’intimo, il noto – e il “fuori” – l’incerto, il caotico, l’ignoto -. La buona abitudine di togliersi le scarpe prima di entrare in casa è certamente una scelta igienica ma, allo stesso tempo, dovrebbe rivestire la sacralità di una liturgia domestica perché rimanda al rispetto di un’area in cui si dovrebbe accedere “in punta di piedi”, almeno idealmente, con attenzione e misura, nella consapevolezza dei tanti significati che racchiude. E poi a casa si tolgono i vestiti indossati fuori e si mettono abiti più comodi e meno formali. Non soltanto per sentirsi più liberi e per non sporcare quello che dovremmo indossare per l’ufficio e per le altre incombenze esterne, ma per richiamare il fatto che, chiusa la porta, possiamo anche spogliarci delle maschere sociali di cui siamo stati costretti a rivestirci in base ai nostri diversi impegni. Solo a casa, nella nostra casa, ci sentiamo accolti e protetti, avvertiamo la condizione di benessere che deriva dal fatto di sentirci in un porto sicuro, dove si decomprimono le tensioni, dove tutto può essere affrontato con semplicità e immediatezza.
Qui non è in gioco il giudizio sulle dinamiche relazionali di una coppia, ma il senso di un pronunciamento che mette al centro il concetto di casa e lo collega a valori come la coerenza, l’equilibrio e la fedeltà. Ribadisce che, a livello simbolico, la casa è un’estensione dell’identità personale e di coppia. Non è solo un luogo fisico, ma è l’ambiente ideale in cui prendono forma le relazioni buone, la quotidianità condivisa, la memoria affettiva della famiglia. E se la legge ha il dovere di intervenire nei casi previsti, con gli strumenti del diritto, per tutelare questi riferimenti che rappresentano un bene personale e sociale, tanto più ha senso per noi cogliere quest’occasione per riflettere insieme sulla casa come valore globale per la famiglia; come aspirazione legittima e necessaria ma oggi, troppo spesso, quasi irraggiungibile per tante giovani coppie; come luogo di memoria e di identità per gli anziani che temono di essere sradicati dai luoghi in cui hanno trascorso tanta parte della vita.
Oggi, con la diffusione dello smartworking, la casa ha espanso i suoi confini fisici e gli ambienti tradizionali – cucina, camera, soggiorno – vivono fenomeni di frammentazione, ibridazione, sovrapposizione che ci obbligano a ripensare le suddivisioni di sempre. Non tanto come pareti da spostare, quanto come nuove idee da accogliere. E poi ci sono le nuove forme dell’abitare, il cohounsing, il coliving, i condomini solidali, i villaggi sociali che rimandano a concetti di vicinanza, solidarietà, compartecipazione su cui vale la pena ragionare un po’ perché abitare vuol dire vivere, vuol dire amare, vuol dire coltivare progetti, vuol dire costruire buone relazioni dentro e fuori dalla porta di casa. Vuol dire anche rendersi conto che tutta la letteratura esistente sulla casa, tutti i modi di dire, tutte le idee che si collegano alla casa e ai suoi mille significati, rappresentano valori personali e familiari che meritano la nostra attenzione. Partiamo allora sulle tracce della casa e vediamo dove approderemo.

Tre proverbi per riflettere

Nessun consiglio questa volta, ma tre proverbi per riflettere insieme sui tanti significati che la casa da sempre riveste.
1) “Casa dolce casa” – Cioè la casa come rifugio, calore e conforto, l’unico posto al mondo in cui ci si sente davvero al sicuro. I latini dicevano: “Nusquam est qui ubique est” che potremmo tradurre: “Nessun luogo è bello come la propria casa”
2) “La casa non si poggia sulla terra, ma sulla donna” – Nessun sessismo e, soprattutto nessuna volontà di ingessare la donna nel ruolo tradizionale di angelo del focolare, ma un riconoscimento della figura femminile come pilastri affettivo e organizzativo. Oggi un proverbio un po’ indigesto per la teologia della reciprocità.
3) “Casa mia, casa mia, per piccina che tu sia, mi sembri una badia”   – Rima popolare che evidenzia come il valore di una casa per chi ci vive non dipenda dalla grandezza o dal lusso, ma dal senso di protezione e appartenenza che dona.

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