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Un patto sociale per l’Italia


 L’Italia dei “furbi” e quella degli onesti, fra loro distanti. È questa la fotografia del Paese fatta dai vescovi nel corso dei lavori del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei), che si sono conclusi giovedì 27. La tradizione culturale del Paese – si legge nel comunicato finale della Cei, presentato venerdì mattina dal segretario generale, il vescovo Mariano Crociata – “è enorme ma si stenta a vederne in atto le ricadute; prevale la demagogia delle opinioni, mentre si fatica a formare le coscienze di quei credenti che si sono volti all’impegno politico e che necessitano di essere sostenuti anche nella vita spirituale, perché questa ispiri loro comportamenti coerenti. Si avverte la necessità di un nuovo patto sociale, a partire dalla riscoperta di ragioni vere e condivise che possano far vivere insieme una vita buona e virtuosa”. Nel corso della conferenza stampa tenuta dal vescovo Crociata per presentare il comunicato finale, il presule ha spiegato anche che i vescovi italiani ritengono necessaria “la rifondazione di tutti i partiti” politici, in questo interpretando “un sentire e un’attesa diffusi”. Ha detto il presule: “Come vescovi siamo preoccupati per la situazione del Paese e quindi siamo vicini, nel senso dell’attenzione, a qualsiasi soluzione” politica che possa favorire il superamento della crisi.
Il confronto all’interno del Consiglio permanente ha permesso di focalizzare del resto “la drammatica situazione in cui tanta gente ormai vive: precariato, disoccupazione, aziende in forti difficoltà, insolvenza da parte di enti locali”. La realtà che porta il peso maggiore della crisi rimane la famiglia, “principale ammortizzatore sociale e condizione del possibile rilancio del Paese”. Per questo il Consiglio permanente rimarca l’urgenza di politiche fiscali che la tutelino, “riconoscendole, ad esempio, libertà educativa e, quindi, un maggiore sostegno alla scuola, compresa quella paritaria”. Specie attraverso le Caritas, si conferma, affermano i vescovi, “il volto di una Chiesa vicina e solidale, riferimento credibile anche nella proposta di stili di vita sobri ed essenziali. La stessa Chiesa rimane, perciò, sconcertata a fronte di forze politiche e culturali preoccupate, paradossalmente, di indebolire ulteriormente la famiglia: il riferimento è al tentativo di regolamentazione giuridica delle cosiddette unioni di fatto, per le quali anche in Italia alcuni gruppi avanzano pressanti richieste di riconoscimento, in termini che si vorrebbero analoghi – se non identici – a quelli previsti per la famiglia fondata sul matrimonio. Una tutela che, nelle intenzioni, verrebbe estesa anche alle unioni omosessuali”. L’analisi della situazione, scrivono i vescovi, porta a rilevare che nei Comuni italiani che hanno istituito registri per le unioni civili il numero degli iscritti rimane irrilevante, se non nullo: “Questo dato – unito alla consapevolezza che tali iniziative sono di dubbia legittimità sotto il profilo giuridico e carenti di utilità pratica – non impedisce di coglierne il valore simbolico e la carica ideologica rispetto al modello costituzionale: l’unione tra l’uomo e la donna sancita dal patto matrimoniale”. Ad analoga considerazione i Vescovi sono giunti anche per le dichiarazioni anticipate di trattamento, raccolte nei registri istituiti da alcuni Comuni, “che pure concorrono a diffondere una precisa e discutibile cultura attorno al fine vita”.
Il Consiglio permanente ha quindi ribadito l’impegno della Chiesa a tutela della famiglia naturale e a difesa della vita umana nella sua inderogabile dignità: un impegno – è stato evidenziato – profondamente “laico”, che va a beneficio dell’intera comunità civile. Di tale impegno è parte anche l’annuncio della bellezza del progetto matrimoniale e familiare e, quindi, la difesa della domenica, quale giorno libero dal lavoro e dedicato alla famiglia e alla festa. Il Consiglio permanente ha dedicato parte dei suoi lavori anche al tema delle vocazioni: i sacerdoti non sono immuni da una cultura “che idolatra la propria individuale libertà e ha come riferimento soltanto se stesso”. Da qui l’impegno a prevenire, per quanto possibile, le cadute del sacerdote e ad accompagnarlo con una formazione adeguata, perché la sua vita sia abitata dal Signore. Tra i “luoghi” di formazione i vescovi hanno indicato la pastorale giovanile, la direzione spirituale e il seminario minore o, comunque, una forma di pre-seminario. Il Consiglio permanente ha, poi, sancito il passaggio del Centro Nazionale Vocazioni a nuovo Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni, approvandone il regolamento e inserendolo a pieno titolo nella Segreteria generale della Cei.
È stata infine fissata la data (9-13 novembre 2015) del quinto Convegno ecclesiale nazionale che si terrà a Firenze sul tema della fede, “cifra veritativa di interpretazione del vivere umano”.

(©L’Osservatore Romano 29 settembre 2012)