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Un anno senza Martini

di Francesca Lozito | 29 agosto 2013  – vinonuovo.it
In questi anni a Milano ho imparato che spesso vale un principio: chi meno ne parla del cardinale può essere che sia proprio chi gli è stato davvero vicino

Sono convinta di non essere la persona con più titoli per ricordare il cardinale Carlo Maria Martini.

Io non l’ho mai conosciuto. Mai è stato il mio pastore. Eppure questo anno dalla sua scomparsa ha per la mia vita, personale e professionale, un significato profondo che in questi giorni mi sta facendo pregare e riflettere.

In questi anni a Milano ho imparato che spesso vale un principio: chi meno ne parla del cardinale può essere che sia proprio chi gli è stato davvero vicino. Tanti, occorre ammetterlo, sono quelli che ne hanno messo in piazza l’intimità. Alcuni in assoluta buona fede. Altri molto meno. Che brutto termine “i martiniani”, eppure quante volte lo abbiamo sentito risuonare in questi anni. Una definizione che ha diviso, quasi come se sentirsi vicini a Martini fosse sinonimo di buona cattolicità e per tutto il resto arrivederci.

E poi questo proliferare di pubblicazioni: quando ho traslocato nei mesi scorsi ho regalato metà di uno scaffale di libri di e su Martini. Ho il Meridiano Mondadori e pochi altri testi a cui sono affettivamente legata. Il resto non serve a molto e l’industria editoriale dovrebbe cominciare a riflettere sul fatto che repetita non juvant. Ma noi cattolici siamo degli specialisti a parlarci e riparlarci addosso. In ogni modo trovato molto bello, semplice e autentico Il bosco e il mendicante, uscito da poco.

Se ripenso ai giorni in cui abbiamo vissuto il passaggio di Martini da questa terra al cielo vedo un popolo attorno al suo pastore. Un popolo che ha voluto piangere assieme, un popolo che lo ha voluto salutare stando ore in fila, anche sotto la pioggia. Un popolo che si ricordava perfettamente il momento dell’incontro personale anche se era stato solo per un istante.

Un anno fa abbiamo versato molte lacrime, non c’è dubbio. Sono stati giorni duri: a Radio Marconi alcune delle persone con cui lavoro hanno vissuto la storia fin dagli inizi di un’emittente radiofonica da lui voluta. Aveva sempre detto, l’arcivescovo, di amare la radio proprio perché la trovava, attraverso l’uso della parola, piu’ vicina all’annuncio del Vangelo. Non è stato facile portare avanti la diretta aperta dal momento dell’annuncio della morte e per i giorni successivi. Non siamo macchine noi giornalisti e spesso in quelle ore non era facile per nulla da gestire il groppo in gola. Come noi tante delle persone che abbiamo intervistato hanno dovuto fare i conti con la stessa emozione.

Eppure, se ripenso a un anno dalla morte di Carlo Maria Martini continuo a non essere triste, come non lo ero un anno fa.

E continuo a vedere correre e farsi carne quella Parola da lui così tanto amata. Vedo il bisogno e il desiderio di Vangelo in quelle persone che frettolosamente vengono classificate tassonomicamente come lontane. Accolgo parole che hanno sete di Parola, anche quando non lo sanno.

Vedo un desiderio di fraternità autentica in un mondo alienato. Sento il profumo del perdono che c’è per tutti, perché viene da Lui, che ci ama sempre.

Percepisco la necessità di coraggio, necessario proprio in questi tempi difficili.

Tutto questo è, nella mia piccola vita, una grazia a cui guardo anche alla luce dei 22 anni di vita del cardinale Martini qui a Milano. Anche grazie a quelle persone che con semplicità, senza pavoneggiarsi, mi hanno raccontato, con la loro vita, il loro arcivescovo. Nostro. Di tutti.

E insieme, io con loro, in questo 31 agosto che si avvicina, abbiamo gli occhi aperti, vivi e tesi verso il futuro.