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SONO ARRIVATI ANCHE DA NOI: SI CHIAMANO «REBORN DOLL» E SONO SIMILI A BIMBI VERI

UMBERTO FOLENA
Ha le labbra umide, la pelle liscia, gli occhioni che implorano: prendimi, abbracciami, coccolami. Riempimi di baci. È un bambino. No, è un bambolotto. E che bambolotto. Fai fatica a distinguerli, tanto realistica è l’imitazione. I più piccini hanno ancora il cerotto sul cordone ombelicale. Le più eleganti indossano golfini in cachemire. Hanno dagli zero ai tre anni, poi basta, la finzione non funzionerebbe più. Si chiamano Reborn Doll già apparse all’estero, in vendita da tempo su internet e, ora, in alcuni negozi di Roma e Milano. Molto richiesti, i bambolotti, con molta discrezione. Anche se si mormora che qualche ‘mamma’ se li porti in giro addirittura in carrozzina. A tanto giunge la voglia di avere un figlio. Meglio: di possederlo. Fosse pure una bambola inanimata sulla quale riversare il proprio affetto traboccante. Il sito ilsussidiario.net assicura che qualche coppia ha chiesto di poter riprodurre il proprio bimbo da piccolo. Ha portato le foto, affidate ad artisti tedeschi. Ed ecco la ‘resurrezione’. Vi fa tenerezza? Vi fa orrore? Vi fa venire i lucciconi agli occhi o i brividi di indignazione? Guai giudicare i sentimenti. Come si può rimproverare a un uomo e a una donna di desiderare un figlio? Ma anche fino al punto – se non arriva – di comprarsene un simulacro? No, le modalità in cui i sentimenti si dispiegano sì, quelle possono essere giudicate. E la ‘bambola rinata’ è la parodia grottesca della bambola ‘vera’, quella che si regala alle bambine affinché possano ‘allenarsi’ al sentimento della maternità, apprendendone i linguaggi e i riti, proiettando sulla bambola le fatali frustrazioni di cui loro stesse sono vittime, capricci e rimproveri compresi. Sono le bambole con cui le bambine giocano fin dalla preistoria. Ora è vero che – lo scriviamo sottovoce – ci sono mamme che sembrano non aver capito bene che gli anni passano e continuano a ‘giocare alle bambole’ con i loro figli in carne e ossa e cresciuti, e i poveretti ne patiranno le conseguenze per tutta la vita. Ma le reborn doll rendono vivo e vegeto l’incubo spielberghiano di ‘A.I.’, il film ‘Intelligenza artificiale’ in cui una coppia rimpiazza il figlio ammalato, e ibernato, con David, un androide – un ‘mecha’ – iperrealistico, soprattutto nella sua capacità di amare, e amare senza indecisioni, e amare senza limiti, e amare senza incertezze, per migliaia di anni la propria mamma. Chi l’ha visto non può aver dimenticato il profondo senso di ‘tenera angoscia’ che la storia di David lascia nel cuore. Nessun giudizio sui sentimenti, dunque. Ma sulla convinzione che si possa vendere e comprare tutto, sì. C’è chi porta con sé nel taschino la fotografia del proprio figlio morto prematuramente. Supponiamo che quel bambino, con le identiche fattezze, se lo portasse in giro in carrozzina tutti i giorni, sempre uguale, sempre la stessa età, incapace di comunicare ma solo di ricevere sguardi e parole. È così difficile cogliere la differenza? Ed è davvero troppo fantasioso pensare che tra qualche anno la reborn doll sarà David, finta pelle più vera della pelle vera, cuore meccanico, capace solo di amare, braccine tese e occhi luccicanti? Quel giorno, se mai verrà, saremo meno uomini e meno donne. Ma più persuasi, e illusi, di essere onnipotenti.
avvenire