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Se lo scolapasta batte il computer

Il ferro da stiro che scorre avanti e indietro con lo stesso ritmo di un dialogo in cui le parti si passano il filo del discorso, addentrandosi tra le pieghe di una camicia come il pensiero si inoltra tra le pieghe della coscienza. Le forbici o il coltellino che eliminano il superfluo e lo sbaglio come il rasoio di Guglielmo d’Occam, implacabile nel recidere ogni complicazione in nome del valore della semplicità. Le tastiere che a ogni tocco ci fanno padroni di mondi diversi. L’armadio, cuore dell’ordine della casa, la vestaglia strumento della libertà domestica di movimento. Cose. Semplici e anonime come il secchio della spazzatura, i vasi da giardino, le rose e i rosari, i grembiuli… ma molto di più che utili aggeggi. Eccolo il mondo domestico e anonimo, «soggetto reale della storia» che ama contemplare Francesca Rigotti – docente alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università della Svizzera italiana – senza complessi d’inferiorità, come dimostra l’edizione aggiornata di un libriccino che ha fatto storia, La nuova filosofia delle piccole cose (Interlinea, pagine 126, euro 12) ovvero una nuova teoria dell’insignificante a partire dalle metafore che le piccole cose domestiche e i gesti quotidiani evocano. E che alludono a profondità nascoste.

Francesca Rigotti, inutile nasconderlo, pensare in grande ci piace: amiamo le grandi opere, le grandi architetture, le grandi imprese, rimpiangiamo le grandi ideologie… E lei propone una filosofia delle piccole cose. Non si sente un vaso di coccio tra chi ancora pensa che la filosofia sia fatta per nobili e alte speculazioni e non per ragionare sui significati racchiusi in un ferro da stiro o in un paio di forbici?
Un vaso di coccio tra i vasi di ferro? Come Don Abbondio in mezzo ai potenti e prepotenti della terra? Sì, un po’ così mi sento. Ci sono potenti e prepotenti anche in filosofia, purtroppo, e sono quelli che non amo. La filosofia dovrebbe essere tollerante e accogliente e accettare, anzi salutare con gioia speculazioni sulle cose alte e nobili come pure su quelle basse e umili (ma chi decide quali sono le une e le altre?). Per fortuna in parte già ha iniziato a farlo, anzi sempre di più sono i testi che trattano filosoficamente di esperienze, cose ed eventi finora considerati umili e banali.

Come si fa a fare filosofia delle piccole cose? Ha una sua ricetta?
Una ricetta per fare filosofia delle piccole cose, perché no? Ingredienti: il nostro pensiero, le cose che ci circondano, un pizzico di curiosità. Procedimento: guardare, toccare, ascoltare, annusare(?) intensamente le cose che ci stanno intorno e le attività che svolgiamo, anche se considerate minori, ripetitive, piccole. Agitare intensamente con le mani della mente, cioè cogitare. Versare. Pronta.

Gli oggetti popolano la nostra vita ma spesso in modo patologico: presi tra l’ingordigia degli status symbol e l’usa e getta abbiamo perso la capacità di concentrarci sulle belle cose, «buone, ben riuscite e perfette» come sosteneva Nietzsche? Forse perché le belle cose stanno sparendo?
Un po’ è vero che le belle cose stanno sparendo: da un parte perché non sappiamo più usare le mani se non per battere tasti, e così facendo perdiamo il principio di Vico del “verum factum”, che sostiene che l’uomo può veramente comprendere soltanto ciò che da lui è prodotto e fatto, poiché soltanto in questo modo può conoscerne l’esatta genesi. Dall’altra, siamo sopraffatti dal ciarpame, merce a basso costo di questa nostra civilisation de pacottille, come la definiva il filosofo francese Paul Ricoeur. Infine, ci sta a cuore una cosa sola, pare, l’oggetto unico che tutto contiene, il telefono-computer-macchina fotografica ecc. Le cose materiali ci interessano ben poco anche in virtù dell’intervento dei nuovi media della comunicazione e dell’informazione. Abbiamo spostato la nostra attenzione dalla “roba” solida alle cose evanescenti, virtuali o relazionali. Pensiamo ai regali: oggi ci regaliamo sempre meno oggetti (un vaso, un maglione) e sempre più eventi (viaggi, sedute in palestra o dall’estetista, corsi di lingue…).

Il sapone, lo scolapasta, la pattumiera, il rasoio, il ferro da stiro, la vestaglia, l’imbuto… a quale degli oggetti che esplora è più affezionata, filosoficamente parlando?
Vecchi amici, nuovi amici. Sono incerta tra un antico amore, il sapone, così morbido e bianco e così filosofico nella sua azione pulente e insieme autodistruggentesi, e una new entry, lo scolapasta. Ma sì, lo scolapasta, così versatile e bello, così “made in Italy”, e così ricco di significati: una sorta di volta in miniatura, come la volta celeste, una volta piena di buchi da cui far uscire cose sempre diverse: acqua, certo, ma anche luce, ricordi, pensieri. Forse in effetti ho osato molto nello spingermi a parlare dell’ontologia dello scolapasta, eppure perché non immaginarlo come la volta del firmamento, fatto come un tendone da circo bucherellato, da cui esce la luce delle stelle? O come una mente smemorata che dimentica i concetti facendoli uscire dai suoi buchi? O un utero che non trattiene il suo contenuto?

La brocca di Heidegger, il cestino della carta di Calvino, il macinino di caffè del Belli, le forbicine di Cavalcanti, il rasoio di Guglielmo d’Occam, i «Minima Moralia» di Adorno, i pittori di nature morte… lei è in buona compagnia. C’è un dato biografico che ha fatto scoccare la scintilla dell’interesse per la filosofia delle piccole cose? 
La compagnia di quegli autori è ottima, non soltanto buona, anche se ancora picciola, come direbbe Dante. Eppure come io mi sia trovata lì dentro, non è chiarissimo nemmeno a me. Il rapporto del ricercatore con gli oggetti della sua ricerca non è certo il risultato sempre e soltanto della cosiddetta “scelta razionale”, quella roba che se non esiste in economia, figurarsi in filosofia. Un po’ gli oggetti della tua ricerca li individui tu in base ai tuoi interessi e alle tue passioni, ma un po’ ti cercano loro: a un certo punto ti accorgi che sono lì, che tentano di farsi notare, di attrarre la tua attenzione… tu alzi gli occhi, ti accorgi di loro, te ne occupi, te ne prendi cura, ed è fatta.

In che senso l’esperienza domestica della cura delle persone e delle cose – per tradizione una competenza femminile e relegata nelle categorie del futile, dell’irrilevante e del ripetitivo – ma anche i gesti quotidiani che tutti compiamo in casa – stirare, lavarsi, scolare una pasta o versarsi dell’acqua da una brocca – sono una strada di riflessione attorno al vero, al bello e al buono? 
L’importante – e lo specifico – della mia riflessione non è assolutamente quello di usare le cose piccole per arrivare alle grandi (e magari buttar via le prime), ma di tenere insieme tutto, grande e piccolo, dettaglio e insieme. L’esperienza della quotidianità, dei suoi gesti e delle sue cose, è in sé una strada di riflessione intorno al vero, al bello, al buono e al giusto. La moralità, per esempio, nasce prima di tutto nell’ambito domestico quotidiano, nel quale occorre tenere allertati tutti i sensi per capire quali cose sono buone, dapprima da mangiare, poi in senso morale. L’aggettivo, buono, è lo stesso.

 

Rossana Sisti – avvenire.itchiesa.web.ipeg