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Scene da un matrimonio in chiesa: vedendo il bicchiere mezzo pieno

Torno dall’ultima navigazione nella Rete portandomi negli occhi un’immagine di Chiesa che francamente mi intristisce. La notizia sale dalla cronaca romana di Repubblica (http://tinyurl.com/qjabvt3) a quella nazionale di Leggo (http://tinyurl.com/oe5dar4), e di lì diventa conversazione condivisa sui social network. Protagonista don Stefano, un sacerdote che, a causa del ritardo della sposa, lascia il matrimonio che si apprestava a celebrare in una parrocchia non sua, quella di San Nicola di Bari a Ostia (http://tinyurl.com/pgxb2lm), per correre a un altro appuntamento pastorale, con delle suore. Prima di andarsene, telefona però al viceparroco don Mario, perché lo sostituisca, ma questi a sua volta arriva quando può. I due articoli, scritti dichiaratamente come il soggetto di una commedia, ritraggono il sacerdote come un qualunque funzionario pressato da due appuntamenti ravvicinati con altrettanti “clienti”, e la Chiesa come un’agenzia di servizi religiosi, nell’occasione poco affidabile. Anche la maggioranza dei commenti su Facebook, sebbene solidarizzino con il prete e stigmatizzino piuttosto il ritardo della sposa, è sintonizzata con questo approccio secolarizzato.
I miei sentimenti di credente sono un po’ toccati. Così ho cercato di vedere il bicchiere mezzo pieno. Gli sposi sono due ragazzi seri. Si sono preparati con coscienza al sacramento con don Mario e con i catechisti della parrocchia di Ostia dove lo sposo vive. Lei non è arrivata in ritardo per superficialità mondana: è stata l’automobile, presa a prestito da un amico, che l’ha tradita, complice il caldo e il traffico. Anche don Stefano è un prete come si deve. L’amico don Mario, dovendosi trattenere fuori parrocchia per assistere un’anziana, ha insistito perché lo sostituisse, malgrado avesse già un altro impegno, e lui non ha saputo dirgli di no. Ma infine il contrattempo ha consentito che celebrasse il matrimonio il prete che li conosceva meglio. Ha fatto un’omelia bellissima.

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