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Ricette per mamme che lavorano

Part-time, anche reversibile, flessibilità di orari e luoghi di lavoro attraverso il telelavoro. Il 22% delle aziende ha già messo in campo misure per facilitare l’equilibrio tra esigenze familiari e lavorative. Ma la gran parte delle imprese ignora ancora gli strumenti offerti dalla legge e i benefici di un’organizzazione più attenta alle esigenze delle persone. I primi risultati del progetto
 
DI
ANDREA D I T URI – avvenire
Mamme che lavorano. O, meglio, che vorrebbero lavorare, ma incontrano difficoltà tali da costringerle molto spesso a rinunciare. Una condizione che purtroppo accomuna in Italia moltissime donne. Secondo una recente indagine Isfol, in Italia il 45,9% delle donne fuoriescono dal mercato del lavoro dopo aver avuto un figlio, ma più della metà di esse sarebbe disposta a tornare al lavoro, magari part­time e anche con uno stipendio contenuto. Che fare allora per rendere la decisione di costruirsi una famiglia, continuando a lavorare, non un percorso a ostacoli ma una libera scelta?
  Gi Group , il maggiore gruppo italiano nei servizi al mercato del lavoro, ha lanciato il progetto
 (), primo servizio di intermediazione professionale specificamente rivolto alle mamme che lavorano. Il progetto ha previsto innanzitutto la creazione di una banca dati di profili qualificati, tutti di donne intenzionate a rimettersi in gioco sul mercato del lavoro (oltre 3mila i curricula raccolti), poi il censimento delle criticità affrontate dalle aziende (un’ottantina quelle interpellate, fra grandi imprese e Pmi) nell’attuazione di iniziative di conciliazione famiglia-lavoro, o work-life balance . E ha cercato di identificare su quali dimensioni occorre operare per aiutare da una parte le madri a trovare spazio nel mercato del lavoro, dall’altra le aziende a comprendere che su queste persone si può ancora validamente puntare. Mettendo in evidenza le positive esperienze già avviate.
  Al convegno di presentazione dei risultati della prima fase del progetto, organizzato la scorsa settimana, è emerso che buone pratiche di conciliazione famiglia-lavoro sono già oggi attuate da una parte seppur minoritaria di aziende (il 22% ha un approccio integrato al bilanciamento fra esigenze lavorative e familiari), di solito quelle più grandi, con qualche eccezione (si vedano le interviste in pagina). Si tratta di aziende che si sono ben attrezzate su questioni quali ad esempio il part-time, anche reversibile, la flessibilità di orari e luoghi di lavoro (telelavoro), le iniziative per tenere viva la relazione azienda-lavoratrice durante la maternità o per agevolare il rientro. A mancare in larga misura (nel 60% del campione) è invece la conoscenza del contesto normativo che agevola la conciliazione famiglia-lavoro: addirittura solo un’azienda su dieci conosce l’articolo 9 della legge 53/2000 (si veda il box a lato) che regola i finanziamenti per le forme di flessibilità in azienda.
  Il progetto ha soprattutto fatto chiarezza sulle richieste che le aziende avanzano alle istituzioni per essere supportate nella gestione delle problematiche di conciliazione, ambito in cui spesso sono invece lasciate sole ad affrontare inefficienze nelle infrastrutture e nei servizi pubblici e territoriali: si chiedono agevolazioni fiscali, ma anche procedurali (meno burocrazia, adempimenti più snelli) per l’introduzione di misure di flessibilità, maggior presenza di asili e scuole, possibilità di una gestione più flessibile della maternità (magari attraverso accordi aziendali), un più efficace coordinamento con i servizi presenti sul territorio, specie nei mesi estivi.
  Le aziende, insomma, possono senz’altro fare di più e meglio per aiutare madri e padri che hanno un’occupazione a conciliare il ruolo di genitori col lavoro. Ma occorre uno sforzo ben più articolato, che coinvolga le istituzioni e le reti territoriali dei soggetti, pubblici e non, che offrono i servizi fondamentali per la famiglia. Altrimenti la scelta tra famiglia e lavoro continuerà a pesare solo sui singoli e non costituirà mai una vera scelta.