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Nella Pieve di San Valentino, monsignor Camisasca e don Carrón hanno celebrato l’anniversario del martirio del giovane prete e inaugurato una casa di Memores Domini

«Ti volevo ringraziare, con tutto il cuore, per ieri. È avvenuto per me un grande miracolo: mi son sentita davvero riabbracciare da Gesù». È questo il primo sms che ricevo lunedì mattina e che, in poche parole, racconta la giornata di domenica 12 aprile: duemila amici gremivano l’antica Pieve di San Valentino, una frazione di Castellarano, nel reggiano, il sagrato, il piazzale e ogni altro spazio disponibile strabordavano, tutti raccolti intorno a don Julián Carrón e al Vescovo di Reggio Emilia, Massimo Camisasca, per celebrare il settantesimo anniversario del martirio di un giovane seminarista: il beato Rolando Rivi. Una festa di amicizia, di sole, di canti, di preghiere, di abbracci, di memoria, nella gioia della comunione con Cristo.

«Io sono di Gesù» ha esordito Carrón, citando Rolando Rivi, e subito ha aggiunto una domanda che ha toccato personalmente ognuno dei presenti: «Chi scommetterebbe sul fatto che questo semplice riconoscimento sia una ragione adeguata per vivere e per morire?». Di fronte al nostro possibile scetticismo c’è un fatto accaduto: Rolando era talmente pieno di questa appartenenza, «era la sua stoffa umana fino alle viscere», che «nemmeno la cattiveria degli uomini ha potuto separarlo da una evidenza così indistruttibile».

«È possibile fare un’esperienza così oggi?». Dove questo accade non è per un nostro sforzo, ma è «la testimonianza della vittoria di Cristo in noi. Lui che prende la nostra vita così profondamente da farla diventare sua e portarla a un’intensità umana come mai potremmo immaginare». La vittoria dell’amore di Cristo risorto, celebrata nella Pasqua.

«Io sono di Gesù», ha ripetuto Rolando ai suoi uccisori e così la sua vita, proprio nel suo culmine, ha continuato don Carrón, «ci testimonia l’inesorabile positività del reale, che non significa fingere che tutto vada bene, ma riguarda la stoffa originale della realtà che non è fatta per la morte, bensì per la vita. La vita non è positiva perché mancano sofferenza, sbagli, errori o morte, ma perché sofferenza, sbagli, errori e morte non sono più l’ultima parola».

«Il segno più grande che Cristo è all’opera è che uno riconosce in sé la capacità, non sua, di stare davanti alle sfide del vivere, addirittura di stare davanti alla sfida più grande che ci sia: la morte. Questo è l’uomo nuovo che Cristo è venuto a generare nel mondo. Un io che non deve cancellare qualche aspetto della realtà per continuare a vivere, ma che può rendere testimonianza che tutto è per un bene, anche di fronte alla fossa dove i persecutori lo stanno gettando. La realtà è positiva perché c’è Cristo».

Con questo sguardo negli occhi Carrón ha ricordato «i tanti perseguitati, esiliati, uccisi, decapitati per il solo fatto di essere cristiani. Loro sono i nostri martiri di oggi. Sono tanti e, come ha detto il Papa, sono più numerosi che nei primi secoli». Dal sangue dei martiri, da quell’irriducibile positività del reale che è Cristo Risorto, fiorisce la vita. Così, nel settantesimo anniversario del martirio del beato Rolando, presso la Pieve di San Valentino è stata inaugurata una nuova casa di Memores Domini, al termine dei lavori di ristrutturazione della Casa Canonica sostenuti dal Comitato Amici di Rolando Rivi. Una nuova comunità formata da Corrado, Mario e Angelo, nata su invito del vescovo Massimo Camisasca, con compiti di accoglienza dei pellegrini, di ascolto, di preghiera e di testimonianza.

A loro monsignor Camisasca ha detto: «Cari Corrado, Angelo e Mario guardando a Rolando imparerete che Dio può chiedere tutto, perché tutto ha senso in Lui. Imparerete che la fede è veramente ciò che vince il mondo, gli odi, le divisioni, le fratture, supera le nostre tristezze e ci porta nella luce del Risorto. Rolando vi ricorderà sempre ciò che don Luigi Giussani ci ha continuamente mostrato: la nostra vita è vocazione. Nasce dal sì di Dio e va verso Dio che ci attende». E ha concluso «Vorrei che questo luogo diventasse, grazie al vostro lavoro, alla vostra preghiera e alla testimonianza, un luogo di scoperta e riscoperta della vita come vocazione».

Poi, alla sera, l’incontro con don Julián Carrón è continuato in un’affollata Aula Magna dell’Università di Reggio Emilia, in dialogo con la locale comunità di Comunione e Liberazione, tra testimonianze e domande. Come quella di Simone che racconta del suo quarantesimo compleanno, un giorno che sarebbe dovuto essere di festa, ma che invece si è trasformato in un giorno di dolore e di rabbia in famiglia. Un disagio che ha suscitato in lui questa domanda: «Mia moglie, quando vede me cosa vede? Chi incontra? Un uomo preso da Cristo, oppure un uomo da associazione?».

«Forse scoprirai», gli risponde Carrón, «che questo è stato il compleanno più bello della tua vita, perché ha suscitato in te questa domanda. Nulla di meglio ti poteva capitare che porti questa domanda, ridestata dal Mistero attraverso un episodio della realtà che ti è data da vivere. Chi incontra me, chi incontra? Non c’è una domanda più umana e che esprima di più ciò di cui tutti noi abbiamo bisogno. Nasce dal constatare che non siamo adeguatamente testimoni e suscita in noi l’urgenza di chiedere a Cristo che ci cambi così che chi ci incontra possa riconoscere in noi la bellezza che Lui ci ha dato. Non credo che abbiamo qualcosa di più interessante da fare che porci questa domanda».

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