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Missionari “multitasking” in Africa

Intervista a padre Andrej Halemba sulla sua esperienza in Zambia

KOENIGSTEIN (Germania), lunedì, 24 maggio 2010 (ZENIT.org).- I tempi sono cambiati, ma i compiti principali del prete missionario no. E’ quanto sostiene padre Andrej Halemba di Aiuto alla Chiesa che soffre.

Questo sacerdote polacco, che ha lavorato per 12 anni come missionario in Africa e che attualmente è direttore del dipartimento per l’Africa di Aiuto alla Chiesa che soffre, afferma che i compiti di un prete missionario non si limitano ai sacramenti: egli deve essere anche un amministratore, un architetto, un costruttore e un insegnante.

In questa intervista rilasciata al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, padre Halemba spiega cosa significhi essere missionario in Africa.

Padre, lei è stato missionario in Africa per 12 anni. Dove ha svolto il suo lavoro?

Padre Halemba: Devo dire che sono stati anni molto belli, ma anche molto difficili. Ho trascorso 12 anni nella parte settentrionale dello Zambia, vicino al confine con la Tanzania e con il meraviglioso e profondo lago Tanganica.

Ha sempre avuto il desiderio di andare in missione?

Padre Halemba: Un giorno meraviglioso, un giorno incredibile, il nostro Papa [Giovanni Paolo II] è venuto in Polonia e ha visitato la sua città di Cracovia. Io ero incaricato di seguire una persona straordinaria, il cardinale Hyacinthe Thiandoum del Senegal.

Parlavo francese e quindi mi dovevo prendere cura di lui. Sono rimasto entusiasta di lui. Era una persona molto felice, gioiosa, e faceva domande molto semplici, ma molto profonde, che mi hanno toccato il cuore: Perché siete così tanti qui e la mia diocesi ha così pochi sacerdoti? Per favore venite nel Senegal. C’è molto spazio, il Paese è accogliente e ha bisogno di voi, e io ho bisogno di voi. Per favore potete venire?

Così, quando sono stato ordinato sacerdote ho chiesto al mio vescovo che mi mandasse in Senegal. Lui ha accettato di mandarmi in Africa, ma non in Senegal: in Zambia. Un Paese non francofono, ma anglofono. Così ho dovuto affrontare una nuova sfida.

Come è stato accolto dalla gente locale? Un prete polacco che non parla la lingua: come ha reagito la gente locale in Zambia?

Padre Halemba: Devo dire, anzitutto, che alcuni missionario polacchi erano già presenti in loco ed erano molto amati dalla gente. Padre James Gazów era lì già da tre anni e aveva imparato la lingua locale. Era sempre sorridente e dopo molti anni ancora cantano di lui: il nostro sorridente padre James.

Quindi già conoscevano il polacco e in effetti conoscevano della Polonia molto più di quando non si potesse immaginare. Durante la Seconda guerra mondiale si era insediata una comunità polacca con alcuni bambini polacchi. Esisteva anche una scuola primaria. Quindi alcuni mi hanno salutato in polacco. Ricordo un uomo anziano che recitava il Padre Nostro in polacco. Erano molto allegri e mi dicevano: sei il benvenuto; imparerai la lingua locale, non preoccuparti, e hai anche due mani per poter dire ciò che vuoi.

Come si svolgeva una sua tipica giornata in Zambia? Come era la sua vita missionaria quotidiana?

Padre Halemba: Era piena di attività sin dalla prima mattina. Certamente c’era la Messa molto presto al mattino, prima che la gente andasse nei campi. Volevano partecipare alla santa Messa nella stazione centrale alle 6,30 del mattino. Poi avevamo una breve colazione e subito dopo di solito lavoravo in ufficio, o in giardino o in un piccolo dispensario medico. Non avevamo suore; non avevamo ospedali. Eravamo noi da soli e quindi dovevo fare anche il dottore: avevo circa 60 o 70 pazienti al giorno.

Qual era la sua difficoltà maggiore?

Padre Halemba: La difficoltà più grande non credo che fosse la lingua. Il prete, come è noto, è un chiacchierone. Gli piace parlare. Deve parlare per poter compiere la sua missione. Deve proclamare e parlare alla gente, deve essere con loro e ascoltare.

Direi che la sfida più grande era di capire la loro mentalità, di conoscerli meglio, perché quando si parla del Vangelo non si tratta solo di parole, si tratta di qualcosa di molto profondo: emozioni, sentimenti, credenze, timori. Si tratta di qualcosa che tocca l’anima e questa è stata la difficoltà più grande.

All’inizio pensavo che l’ostacolo più grande sarebbe stata la lingua. Ma non era così. E neanche la tradizione, perché si può sempre leggere o chiedere alla gente, ma la mentalità. Come rivolgersi a loro e come portare al loro mondo la Buona Novella. Questa era la sfida più grande. Riuscire a mostrare loro la bellezza e la potenza del Vangelo, del messaggio di Dio. Aiutarli a comprendere e a essere buoni cristiani in un modo africano. Questa era la sfida più grande, che ho sempre tenuto a mente.

Secondo lei, quanto e come l’ha cambiata la sua esperienza in Zambia?

Padre Halemba: Direi che in questi 12 anni e per molti anni dopo, perché ho visitato lo Zambia molto di frequente, ho ricevuto più di quanto ho dato. Personalmente, penso di aver imparato molto da loro. Gente povera, non istruita, ma con una fede così forte. Non insegnavo loro di Dio, perché Dio lo conoscevano molto bene. Gente che ha un contatto quotidiano con Dio.

La loro religiosità è così naturale quanto lo è l’aria, l’acqua, il cibo e le persone attorno: è la loro vita. Sono molto religiosi e io ho imparato da loro. Ho anche imparato la pazienza. Sono molto pazienti con le loro sofferenze. Sono anche molto felici con quello che hanno. Noi siamo sempre scontenti perché vorremmo avere qualcosa di più o di nuovo. Loro sono invece felici con ciò che hanno. Sono contenti della vita che conducono; contenti di aver ricevuto la vita e le famiglie sono ricche di vita. Questa è stata una lezione meravigliosa per me.

Qual è stata l’esperienza più straordinaria o più bella che ha vissuto durante gli anni trascorsi lì?

Padre Halemba: L’esperienza più bella è stata quella dei due anni trascorsi a lavorare alla prima traduzione del Nuovo Testamento nella loro lingua. Avevo una squadra di sette persone. Alcuni erano anziani che conoscevano molto bene la lingua; erano catechisti, insegnanti e conoscevano la lingua della Chiesa. E poi avevo due più giovani, molto giovani, perché abbiamo cercato di dare vita a una traduzione che fosse fruibile per tutti.

In che lingua si traduceva?

Padre Halemba: Nel mambwe[1], che è una lingua delle tribù bantu, presente nel corridoio tra lo Zambia e lo Zimbabwe. Quindi più o meno 500.000 persone parlano la lingua mambwe-lungu, e quindi abbiamo usato quella.

L’occasione è stata incredibile. Con 100 anni di Cattolicesimo in Zambia, il vescovo ha incaricato me dell’apostolato biblico della diocesi, così ho detto che dovevamo fare qualcosa perché erano arrivati i primi missionari nella nostra missione e che il dono più grande sarebbe stato quello del Nuovo Testamento, la nuova e completa traduzione del Vangelo, a cui avevo lavorato per due anni. Non ho mai visto degli africani lavorare così sodo e con tale dedizione, nonostante i pochi soldi che potevo assicurare loro. Erano veramente dediti al lavoro.

Uno di loro veniva alla missione ogni giorno, facendo 11 chilometri in bicicletta, e non arrivava mai in ritardo, cosa che è piuttosto insolita in Africa. Un altro veniva a piedi percorrendo ogni giorno il tragitto di 5 chilometri da casa alla missione, e anche lui era sempre in orario. Abbiamo lavorato bene come squadra e loro erano molto contenti di questo. Dicevano: questo è il nostro lavoro e lo stiamo facendo per i nostri figli, per il futuro, per la nostra gente e per la Chiesa cattolica.

E quindi il Vangelo è stato tradotto?

Padre Halemba: Il Nuovo Testamento è stato tradotto. Ora vogliamo scrivere un dizionario, trascrivere i loro racconti popolari, le loro tradizioni, proverbi, eccetera.

Lei parla il dialetto locale. Ci può fare un esempio? Ci può dire alcune parole del Padre Nostro nel dialetto locale, così da darci la sensazione di questa lingua?

Padre Halemba: “Tata witu, uno uli mille, zina liako liswepe. Ufuma wake wize. Lukasi luako liikitike, vino mwiulu, ivyo kwene mu nsi. Tupere lelo kiakulya kia lelo. Tuyelle mpa zitu, vino naswe tukayelela yano twayapera tnpa. Utatupisya kulu ntnnkosi; lelo tuipule mules wipa. Pano ufumu, na maka, nu ukuru yakwako, milele liata milele”.

Questo è il Padre Nostro. A me piace molto. Recitare questa preghiera in questa lingua è molto bello. È una sorta di melodia. È una lingua semitonica, quindi suona molto bene, devo dire. Ma non è così facile impararla, gliel’assicuro.

Note:

[1] La lingua mambwe (chimambwe) è un dialetto usato dalla tribù mambwe della provincia settentrionale dello Zambia, nel distretto di Mbala. È una delle lingue ufficiali dello Zambia. È una lingua del Niger-Congo. I mambwe sono un’etnia e un gruppo linguistico sito nella parte sudoccidentale della Tanzania e nella parte nordorientale dello Zambia.

[2] Mambwe-lungu: Le lingue mambwe e lungu sono molto simili e si distinguono solo da diversità dialettali minori.
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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per "Where God Weeps", un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.