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La torre e la piaga, la scienza che non vede

La torre di Babele e la piaga di Cristo. L’occhio penetrante dell’artista polacco Jerzy Duda Gracz, convertitosi dopo il primo viaggio di san Giovanni Paolo II nella sua terra, scruta la via crucis del Salvatore e vi scopre le piaghe del nostro tempo.
Il nuovo Tommaso della storia è la scienza. Il dito più rappresentato nelle opere d’arte, quel dito che Caravaggio realizzò con grande realismo nell’omonima opera, ora indaga nel costato di Cristo con gli occhiali del sospetto. La scienza vuol vedere per credere, vuol capire anche l’indicibile: impossibile credere a un uomo piagato che cammina, a un redivivo che parla di un regno dei cieli, in netta contrapposizione alle nostre ziqqurat, alle torri della nostra volontà superba di toccare il cielo.
Il luogo da cui proviene questo irriverente chirurgo è sullo sfondo: la torre di Babele di Bruegel il vecchio, simbolo del pensiero relativista che misconosce la dignità dell’uomo. Cristo solleva il suo lenzuolo di luce e si lascia perlustrare ma, sollevando il braccio, si copre inevitabilmente il volto. È il dramma di una scienza che indaga il Mistero senza incontrarlo. Dietro il chirurgo c’è una folla di malati di ogni genere ed età: l’uomo è Mistero, la sofferenza umana è il segno del Risorto presente fra noi. Sono i piagati della storia che testimoniano quotidianamente la forza disarmante di quel lenzuolo.
Il nuovo Tommaso, lo scienziato, indaga del Salvatore le piaghe ma non lo incontra. Ha gli occhi spalancati e non vede; può toccare e visitare, ma non comprende. È lontano da quel Giovanni che un giorno entrando nel sepolcro vide un lenzuolo e credette. Come siamo simili a un tale Tommaso! Tocchiamo quotidianamente il mistero di una vita, il mistero di piaghe umane che additano Altro, che in-segnano il Mistero e non vediamo. Così l’ideologia dilaga, la filosofia del dubbio e del sospetto ci corrode com’è corrosa e tormentata la Babele di Bruegel.
Il nuovo Tommaso, in cui talora ci riconosciamo, è così attento alle sue scrupolose indagini che neppure s’avvede del ragazzetto che sta fra lui e l’Uomo piagato. Non s’accorge di quel bambino da nulla che, con un gesto semplice, ha fatto molto più di lui. Il bambino ha gli occhi chiusi, non indaga, non studia, non s’attarda sulle piaghe, ma nell’impeto della sua innocenza abbraccia teneramente il Salvatore, lo vede e incontra. Così Duda Gracz ci insegna a vincere la supponenza della nostra Babele: abbracciando la sofferenza si scorgerà in essa il luminoso volto del Mistero.

 

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