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La pastorale e l’apostolato Ma chi sono i laici?

Il Concilio chiede ai laici di collaborare alla pastorale, rimanendo laici, cioè non rinunciando al loro impegno secolare, bensì portandosi dietro l’esperienza e la maturità di fede che in quell’impegno quotidianamente maturano.

Il suo intervento alla 62ª Settimana liturgica nazionale; Trieste, 22-26 agosto 2011.

Il suo intervento alla 62ª Settimana liturgica nazionale; Trieste, 22-26 agosto 2011.

Proviamo a entrare in un consiglio pastorale parrocchiale. Cosa vediamo? Un prete, raramente due. Ancor più raramente qualche suora. Quasi tutti sono laici. Ma chi sono questi laici? Cosa fanno? Da dove vengono? E, soprattutto: perché sono lì? Si tratta di persone normali.
Hanno una vita fatta di tante cose, ma se gli chiediamo «perché sono lì?» la risposta largamente prevalente sarà: perché me lo ha chiesto il parroco, oppure: perché collaboro con lui? Non pochi e probabilmente la maggior parte di quelli più preparati si definiscono “operatori pastorali”, gente che aiuta il parroco a mandare avanti la liturgia o la catechesi o alcuni servizi che la parrocchia mette a disposizione.
Probabilmente nessuno sta lì per quello che fa fuori dal perimetro fisico della parrocchia (e se ci sta si sente “un pesce fuor d’acqua”). Se invece di entrare in parrocchia fossimo entrati nelle stanze di qualche curia, durante una riunione di uno dei tanti “uffici pastorali”, avremmo visto una scena simile e avremmo ascoltato risposte simili.

Il sociologo Luca Diotallevi.

Il sociologo Luca Diotallevi.

Ora cambiamo scena

Se entriamo nell’aula di un consiglio comunale, o in parlamento, se assistiamo a un’assemblea di imprenditori o di sindacalisti, se assistiamo a un collegio dei docenti o alla riunione di una società sportiva, troviamo – nel nostro Paese è inevitabile – una grande maggioranza di battezzati e di persone che sinceramente si dicono “cattoliche” e tra queste una cospicua minoranza di praticanti piuttosto “regolari”.

Se però aspettiamo un attimo, e ascoltiamo il confronto delle posizioni, e aspettiamo che venga il momento in cui si formano e si mettono al voto delle proposte, raramente possiamoconstatare una capacità d’iniziativa, un’analisi della situazione, una proposta di ampia convergenza nata da un discernimento nel corso del quale una libera e responsabile elaborazione della fede cristiana abbia avuto un qualche peso. Attenzione, ciò di cui si sottolinea la mancanza non è assolutamente una manifestazione in qualsiasi forma di unità dei cattolici contro tutti.

Anzi, non è improbabile che, se aspettiamo ancora un po’, capiterà di ascoltare l’invocazione di qualcosa del genere da parte del personaggio più improbabile, sostanziata dei contenuti più deboli e magari esposta con toni aciduli. Del resto, sappiamo bene che tutta quella schiera di associazionismo di ispirazione cristiana parapolitico, parasindacale, paraimprenditoriale, paraprofessionale, quando non del tutto scomparso, è ormai preda di difficoltà ancora più gravi e radicali di quelle cui ogni giorno debbono far fronte le organizzazioni specificamente religiose.

Non c’è da stupirsi dunque se tanti cattolici, una volta alle prese con problemi politici o economici o sociali in genere, risultano sprovvisti di quasi tutto quello che non è una soggettiva generosità o, fortunatamente in un numero modesto di casi, un astioso spirito di rivincita o di opportunismo. È evidente che un solco profondo separa i due tipi di scene appena immaginate. Un solco profondo separa la religione e la vita. È il solco allargato e approfondito dalla crisi della fede, la quale come è capace di generare nuova religione così è capace di generare novità in ogni altro ambito della vita.

Perché stupirsi di questa situazione? Se vescovi e preti hanno trasformato gli spazi ecclesiali in luoghi in cui parlano solo loro, come si può pensare che i laici sappiano parlare la fede laddove si tratta di temi e decisioni che il clero non può e, anche se volesse, non sa affrontare con la competenza richiesta dalla contingenza e dalla complessità delle dinamiche secolari? È come se tutti (clero e laici) avessero accettato il dogma della laicità, quello che garantisce ai professionisti della religione un monopolio in questo ambito e che garantisce ai laici un’assoluta e altrettanto improduttiva libertà in tutti gli altri ambiti. Quando la religione si clericalizza, i laici si laicizzano. Le due scene – quella religiosa e quella mondana – sono separate da un solco profondo che non si colma neppure se i laici elevano il regime dei loro consumi religiosi.

Da laico, posso infatti essere un grande consumatore di beni religiosi, un “super devoto”, un bulimico di religioserìe, ma non per questo sono in grado di comprendere quale valore e quale significato il cristianesimo vorrebbe continuare ad avere in ogni altro momento della mia vita. Eppure il Concilio era stato chiaro (cf ad esempio, Lumen gentium 31). I cristiani vivono nel secolo e lì sono chiamati a una lotta, tanto interiore quanto sociale, nella quale continuamente si tratta di gestire le realtà temporali e di provare a orientarle secondo il piano di Dio. Tra questi (i “laici”), alcuni (i “religiosi”) hanno ricevuto doni speciali seguendo i quali con la loro vita testimoniano già nel presente la vittoria conseguita dal Signore sulle potenze di questo mondo e sulla morte.

Ai vescovi (e ai loro preti), ai pastori, sarebbe chiesto di prendere un po’ di sobria e paziente distanza dal gorgo del secolo e di servire questo popolo al fine che ciascuno dei fedeli possa seguire il Signore liberamente e ordinatamente (cf LG 18).

Ciò non esclude che i laici possano prendere parte all’apostolato dei pastori (“pastorale”), anzi, tutt’altro. Semplicemente si chiede che i laici collaborino alla pastorale rimanendo laici, ovvero non rinunciando al loro impegno secolare ma portandosi dietro l’esperienza e la maturità di fede che in quell’impegno quotidianamente maturano.

A differenza dei pastori, i laici non sono chiamati a divenire professionisti della pastorale, e del resto non potrebbero farlo se non contraddicendosi. In quanto insegnato dalle costituzioni conciliari, il solco tra religione e resto della vita non è tolto – pensarlo sarebbe un’illusione –, ma solo reso un po’ meno profondo e un po’ meno largo. Certo, se i pastori non sanno mettere ordine nel modo di esercitare il loro indispensabile ministero e se tutta la comunità ecclesiale non torna a interrogarsi sui prezzi che stiamo pagando per le sofferenze inflitte all’Azione cattolica e per la disattenzione che riserviamo allo stato del monachesimo e della vita religiosa, sarà davvero difficile contrastare il processo che approfondisce e allarga l’abisso tra religione e vita.

Che fare allora?

Per lo meno fare tesoro di due esperienze. La prima, sempre più frequente e sempre più dolorosa, è quella che ci rivela l’inconsistenza delle promesse fondamentaliste, integriste o variamente movimentiste.

Diversamente da quanto affermato in quelle promesse, il solco di cui abbiamo parlato non è un abbaglio. Esso esiste, fuori di noi e ancor di più dentro di noi, e fino all’ultimo giorno non potrà essere cancellato. Dev’essere affrontato con forza e con coraggio, e soprattutto sostenuti dalla grazia.
È così che cresce una fede vera e matura. Com’è ormai sotto gli occhi di tutti, le esagerazioni fondamentaliste e integriste possono affascinare per il tempo di una breve stagione, ma poi sbiadiscono e lasciano apparire le macerie costruite sulla base di una proposta cristiana spiritualmente debole e culturalmente sprovveduta.

Un antidoto al fascino di quelle esagerazioni sarebbe offerto costantemente da una maggiore familiarità con le dinamiche della vita spirituale e con la storia della Chiesa e del cristianesimo, ma raccomandare tutto questo a volte sembra vano. La seconda esperienza da mettere a punto è quella che come laici facciamo ogni qual volta comprendiamo davvero la nostra dignità nella Chiesa, pari a quella di qualunque altro battezzato, e la responsabilità che ne deriva. Se grande è la dignità, grande è la nostra responsabilità per ogni deficit di esercizio dell’apostolato dei laici, e per le lacerazioni e le deformazioni che questo deficit incide sul volto della civitas e della ecclesia.
Ogni eventuale fiacchezza nell’apostolato dei laici non può mai essere innanzitutto colpa dei pastori. Non è un caso che il solco che separa religione e vita si manifesti oggi con una profondità e una larghezza straordinaria, ovvero proprio in un momento in cui siamo coinvolti in un trapasso da un “mondo” che irreversibilmente finisce a un “mondo” che si va formando, ma del quale non sono ancora visibili neppure i tratti principali. Tuttavia è proprio per vivere con fede e con lucidità questo trapasso che lo Spirito ha donato alla Chiesa e all’umanità la grazia del Vaticano II, così tutti i pontefici, a partire da Paolo VI, hanno insegnato. Questa è una grazia che provoca e che giudica in modo pressante i laici e la qualità del loro apostolato.

In questo trapasso, particolarmente traumatico in Italia e nella vecchia Europa continentale, il compito dei laici cristiani è quello di fare dell’eucaristia e della parola di Dio luce e forza di un discernimento e di un rinnovamento della vita politica, della vita economica, della vita familiare, della vita culturale e scientifica, e così via, e forti di questa esperienza, loro compito è anche quello di contribuire al rinnovamento della vita religiosa.

Luca Diotallevi

vita pastorale febbraio 2013