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La lezione «post-natalizia» di Benedetto XVI. Il dono più bello

La domanda suona sinistra e insidiosa, un po’ come tutte quelle calate dal mondo degli adulti sui più piccoli. Tipo «cosa farai da grande?» o «vuoi più bene al fratellino o alla sorellina?». Implacabile, passato il Natale, ecco che l’anziano zio o il cugino di cui ricordi a malapena il nome sente il dovere di chiederti qual è il regalo più bello che hai ricevuto. E tu che vorresti rispondere «il primo cellulare» o «le corse al go-kart», ti senti addosso gli occhi preoccupati di tua madre, e allora cerchi rifugio nel più ipocrita e anonimo dei «non saprei» perché «erano tutti belli».

Diventati adulti, cambiano le regole del gioco e la domanda ce la facciamo da soli, sempre che ricordiamo cosa abbiamo ricevuto. Riavvolgendo il nastro della memoria, in fondo Natale è appena passato, ecco la cravatta che non porterai e il romanzo storico, un genere che non sopporti, l’ennesima camicia azzurra e quell’oggetto in cristallo che non sai bene a cosa serve. Però il regalo più importante sai qual è, lo indossi dal momento in cui l’hai trovato avvolto nel foglio blu pieno di stelle e il biglietto che l’accompagnava adesso si trova lì, custodito nel comodino, per poterlo rileggere ancora una volta. Di sicuro non è il dono più ricco ma lo è per te, perché il valore delle cose non dipende dal costo, ma da quello che rappresenta, da chi te l’ha fatto. Proprio come gli auguri, e non a caso sul tuo smartphone hai archiviato un solo sms e durante il giorno sei stato nervoso fin quando non è arrivato. Una piccola semplice frase, eppure dietro c’è un mondo, che desidera incontrare il tuo.
Lo ha ricordato il Papa durante l’udienza generale di ieri. «Non è importante – ha detto – che un regalo sia costoso o meno; chi non riesce a donare un po’ di se stesso, dona sempre troppo poco». Ripensandoci, quante volte ci siamo ridotti al regalo dell’ultimo momento, credendo – ingenui! – di poter barattare la combinazione del nostro cuore con il pin della carta di credito. E invece no, il Natale è la festa del dono, certo, ma solo perché i regali fatti e ricevuti raccontano chi siamo e in che modo guardiamo agli altri. Sono lo specchio di come sappiamo leggere le gioie e le sofferenze di chi ci sta accanto, lo spartito di una melodia che da soli non sappiamo suonare. Se non avvolgiamo i pacchetti con il nastrino della gratuità e dell’amore persino l’oggetto più bello e costoso perde significato, sarà destinato a essere sempre e soltanto un anonimo soprammobile. Il modello da seguire è il Natale stesso, è l’esempio irraggiungibile di un Padre che non ha donato qualcosa ma si è offerto nel suo Figlio Unigenito. È il grande e meraviglioso mistero di un Dio che ha voluto entrare nella nostra carne, per aprirci, ha sottolineato ieri Benedetto XVI, «la strada verso il suo Cielo, verso la piena comunione con Lui».
Se Natale per tanti ormai vuol dire soltanto la corsa affannosa al regalo più ricco e costoso, è perché ci siamo dimenticati che il Creatore di tutto è entrato nel tempo dell’uomo, ha percorso le nostre strade. Forse il peccato più grande è proprio questo: aver confinato la fede nell’angolo più buio e stantìo del nostro animo, relegando il Signore in un cielo lontanissimo da noi, dimentichi che il Figlio di Dio «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo». Detto in altro modo, Natale ci ricorda che Gesù non è un supereroe distante e diffidente, non tiene le distanze, ma continua a cercarci soprattutto quando ci siamo persi, non ha paura di camminare al nostro fianco lungo le strade più sporche e pericolose. «È l’uomo definitivo secondo Dio», ricorda il Papa. Non un regalo come gli altri allora, da spacchettare il 25 dicembre, ma l’essenza stessa del dono. L’unica luce che non si spegne mai, capace di illuminare anche di notte il cammino della nostra vita.

 

Riccardo Maccioni – avvenire.it
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