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La fede e il primato della relazione

di Gilberto Borghi
I miei ragazzi sono passati dal «comprendo per credere e credo per comprendere» al più complesso e attuale «sono amato per credere e credo per amare»

Il tema della fede e del credere era il centro del tema assegnato. La prima cosa che mi fa figura è la categoria entro la quale la fede viene collocata. “La Chiesa vive entro una sfera troppo rigida basata sulla moralità. Dio rischia di essere un accontentarsi. Accontentarsi di risposte già date, di pensieri già elaborati, di codici di comportamento preimpostati. Ma la fede non è questo. È una storia d’amore, come dice papa Francesco”. Facile la citazione, visto che era tra i testi proposti per svolgere il tema. Ma coglierla, tra tutto il resto dei testi proposti e metterla al centro del proprio pensiero sulla fede è indicativo. La fede per loro non è “in primis” un capire, un comprendere idee, ma vivere una relazione, una storia d’amore.

Che parallelo! Anche nella Chiesa molti indicano l’esigenza primaria di riscoprire la fede come relazione reale con Gesù Cristo. Ma resta evidente come moltissimo della nostra predicazione e vita ecclesiale sia invece ancora centrato sulla fede come comprensione di idee. Ai miei ragazzi questo non dice quasi nulla. E non perché vogliano una fede senza comprensione. “Quando non ci sono risposte e tanto meno spiegazioni ci si inoltra nella fede”. Chi va in questa direzione c’è, ma è una minoranza. La maggioranza invece ha semplicemente spostato il piano antropologico in cui Dio è incontrabile. Dal classico comprendo per credere e credo per comprendere al più complesso e attuale sono amato per credere e credo per amare.

Cioè, la vita intera che fa da sfondo alla possibilità della fede e la qualità della relazione in cui la fede mi viene consegnata come contesti decisivi per credere. Il corpo e il cuore al centro della possibilità di credere, in cui emozioni, sentimenti e percezioni sono più rilevanti delle idee veicolate. Per loro la fede è radicata per natura nella vita, e una fede che non nasca così non li interessa più. Una serietà e corposità della fede che spesso noi ci sogniamo. E qualcuno riesce anche a tradurlo in parole: “Non credere è difficile quanto credere. È un processo di decostruzione personale, di scomposizione di sé stessi per poi ricostruirsi. Io mi sento di approfittare del perdono di Dio, per autogiustificarmi. Perché prendo in considerazione la sua Parola solo quando mi fa comodo”.

Altro che fede rassicurante o risposta chiara e precisa da accogliere! Questa generazione ci richiama a ripartire dalla sorgente stessa della fede: la persona e la parola di Gesù che ci penetra fino a dividere l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; fino a giudicare i sentimenti e i pensieri del cuore (Cfr. Eb. 4,12). Ci richiama al dato originario evangelico in cui avere fede è un camminare a vista dietro Gesù, senza troppi schemi e riferimenti chiari a cui appoggiarsi. Sanno sulla loro pelle che credere è serio e vero solo se li mette a rischio, solo se li fa uscire dal “già dato” e “già vissuto” e ritorna ad essere una scoperta personale e affascinate, lacerante e sorprendente al tempo stesso. Che credere non può essere un rifugio comodo e che la presenza di Dio in loro, discreta e continua, produce anche giudizio su di sé, ma che invece di condannarli li spinge a cercare il meglio di sé.

Su questa linea, però, due ostacoli notevoli fermano spesso l’accesso alla fede per loro. “A me piace passare un pomeriggio a spiegare ai bambini l’importanza della fede. Questo sentimento ha un suono dolce e leggero, ma assai complicato perché dentro a questa parola possono esserci nascosti mille misteri. È qualcosa di bello, puro e limpido che ci sprona a migliorarci. Ma perché ciò accada deve essere coltivata. Anche nei momenti felici. Affascinata da qualcosa che ha cambiato la vicenda della storia umana, io mi sono costruita la mia risposta personale alla mia ricerca interiore, scegliendo la fede cristiana, senza potermi appoggiare molto a quello a che dice la Chiesa”.

Una eccezione, questa frase, nel panorama generale. Ma questa frase racchiude entrambi gli ostacoli. Il primo. L’enorme difficoltà di passare da una esperienza emozionante di fede ad un sentimento coltivato della stessa. Questa ragazza c’è riuscita, ma è un caso raro. Manca loro qualcuno che indichi come si trasforma l’emozione, intensa e bruciante sulla pelle, in un sentimento, un sentire stabilizzato e tranquillo sul fondo dell’anima. Le tre ragazze che hanno partecipato all’ultima Gmg non citano mai questa esperienza nel tema, parlando della fede. Solo un caso? Non credo. E su questo lo spazio di lavoro è ancora enorme.

Il secondo ostacolo. La quasi impossibilità di appoggiarsi alla Chiesa di cui loro mediamente fanno esperienza. E si badi, non per questioni più o meno ideologiche come poteva essere nel “Cristo sì, Chiesa no” degli anni ’70 e ’80. Ma perché la qualità della relazione e lo stile ancora molto “verbale” con cui viene loro proposta la fede da questa Chiesa, gli impedisce di sentirsi riconosciuti in essa. “Abbiamo bisogno di credere in qualcosa, ma qualcosa che creda in noi; di qualcosa di concreto, qualcosa che non si fermi solo alle parole ma vada oltre”.

Sono alla ricerca incessante, sotterranea e invisibile, di una fede da credere con il corpo, attraverso la testa, centrati sul cuore. Ce la faremo ad accompagnarli?

vinonuovo.it