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In quel Bambino l’amore di Dio

Ricordo di aver letto una volta che a salvare il mondo sarà la tenerezza. E non solo la bellezza, come amava pensare F. Dostoevskij. A rifletterci bene, tenerezza e bellezza, candore e stupore sono i veri colori del Natale nella intensissima esperienza umana e nella ricchezza dei contenuti cristiani. Proviamo a sederci in silenzio davanti o accanto al presepio, con gli occhi trasognati della semplicità dei bambini o dei pastori e scopriremo che la tenerezza – seme d’amore – e la bellezza – accesso al mistero – scaturiscono da esso come un fiume che inonda di letizia vera la famiglia umana.

Là, nel presepio, tenerezza e bellezza sembrano aver stretto un patto ed essersi date la mano. Sono esse a far salire un pensiero dietro l’altro fino a farci trovare immersi in una folla di voci e di suoni, di sapori e di profumi, di volti e di immagini: è il miracolo del Natale, il natale di un Dio bambino, divenuto uno di noi, uno di famiglia. Il suo vagito, il primo di un Dio fatto carne, risuonato nel silenzio della notte tra le braccia di una vergine-madre, ha restituito dignità e gioia, il canto e la danza a quelli che lui indistintamente chiama fratelli e sorelle.

La sua nuda, fragile e tenera carne avvolta di miseria e di povertà ha suscitato stupore e tenerezza nell’animo rude dei pastori. Il suo viso, splendido e luminoso più del meriggio, il suo sorriso fiorito dall’eternità sulle sue labbra pure giammai venuto meno nel tempo, ci congiunge al cielo in sublime abbraccio e in mirabile scambio tra la sua e la nostra natura.

Una rappresentazione della Natività

Le foto dello Speciale sono del pittore Umberto Gamba (035.70.70.19, www.umbertogamba.it,
umbgamba@tin.it), che risiede a Gorno (Bg): lo ringraziamo di cuore.

Amo tanto il Natale

Vagito di salvezza fu quello risuonato nella notte di Betlemme perché da esso doveva prendere inizio la nuova primavera del mondo. Santa fu quella culla in cui veniva adagiato il neonato Bambino perché, grazie a lui, eccelso creatore, la terra, la campagna, deposto l’antico squallore, si rivestiva di un manto di fiori; e vinta la durezza dei sassi, l’erba ricopriva la roccia. Amo tanto il Natale – penso come voi – perché esso rappresenta la grandiosa rivincita del cuore sulla speculazione del pensiero, perché la carne di quel Bambino fatta luce e giacente nella mangiatoia ha dissolto le tenebre, ha dissipato l’odio, ha piegato la durezza dei potenti, promuovendo la concordia e donando la pace.

Di questa ricorrenza piace tanto il presepio con il paradosso delle sue montagne e l’anacronismo dei suoi paesaggi, con il volteggiare agile e solenne dei suoi angeli e il fluire del tempo che si arresta davanti al mistero, perché scuote e mobilita i più nobili sentimenti umani, mentre parole inespresse dettate dalla contemplazione scavano nelle profondità dell’essere.

Ma soprattutto piace quel messaggio augurale degli angeli ai pastori: «Oggi è nato per voi un salvatore, che è Cristo Signore ». Inaudito e sorprendente è questo annuncio racchiuso in quell’avverbio: oggi, perché in esso scorre una forza vitale ed efficace da sbrecciare la soglia del tempo e dello spazio per investire ciascuno di noi, divenuti destinatari di una storia vera e verificabile, concreta e tangibile. Per questo, il Natale dei pastori è il nostro Natale, il Natale di Gesù che non è una favola o una delicata leggenda raccontata per commuoverci. Esso, invece, è un evento che continua a compiersi tra la povertà scandalosa di un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia e la gloria abbagliante cantata dagli angeli sotto il cielo stellato della città di Davide. E quel Bambino che compare nella storia, confuso nel numero degli uomini senza peso, è il salvatore dell’umanità, è il messia atteso da secoli, è il signore vero del tempo e della storia.

Immagine del XV sec., come la Madonna che allatta di Marentino (To, foto CENSI).

Immagine del XV sec., come la Madonna che allatta di Marentino (To, foto CENSI).

Il salvatore di tutti

Grazie alla nascita del figlio di Dio nel tempo, nessuno pianse quella notte e sul volto di tutti si dipinse la gioia perché l’amore aveva riempito i cuori e fasciato le ferite. Grazie all’incanto di quella notte carica di mistero, uomini e cose, pastori e greggi gioirono di gioia grande; i cieli si aprirono e, stupiti, adagiarono a terra il figlio di Dio, l’atteso messia, il salvatore di tutti, nato dal grembo verginale di una giovane donna, gravida di Dio, venuto al mondo per rischiarare il dolore e confortare il pianto degli esuli figli dell’antica Eva. Un padre dell’antica Chiesa d’Oriente, Efrem il Siro, paragonando il Natale a Gesù, la festa al festeggiato, lo chiama amico degli uomini, perché esso ritorna ogni anno attraverso i tempi; invecchia con i vecchi e si rinnova come il Bambino che è nato.

Ogni anno ci visita e passa, quindi ritorna pieno di attrattive. Natale, dunque, è amico degli uomini. Perciò è un evangelo, una buona notizia di pace e di salvezza. Quel neonato Bambino, che dorme nella mangiatoia di una squallida stalla, perché non si era trovato per lui altro posto, è il figlio di Dio; uomo- Dio tra noi per sempre; definitivamente nostro. E noi siamo suoi perché figli nel Figlio, liberi dalla lebbra del peccato, dalla droga dell’egoismo, dal tunnel buio e freddo di ogni alienazione umana e cristiana.

È davvero incredibile che Dio venga sulla terra e accetti anche una stalla o un rifiuto da parte di coloro che sono suoi; che si presenti come un bambino, tra tutte le creature, il più debole. Eppure, il Natale di Gesù Cristo è tutto qui: un Dio, fragile Bambino, posto nelle nostre mani. Per questo mi piace il Natale perché, davanti a un umanesimo che pone l’uomo al posto di Dio, l’evento della natività di Gesù Cristo parla insieme di Dio e dell’uomo. Parla bene di Dio e dell’uomo. Parla della povertà di Dio, scelta per amore dell’uomo. Parla della ricchezza dell’uomo reso figlio di Dio. Amorevolmente accolto da Maria e da Giuseppe, onorato dagli angeli e dai pastori, in quel neonato si compie la più mirabile operazione commerciale: lui nasce perché noi rinasciamo; lui si fa uomo perché noi diventiamo davvero uomini; lui scende dal cielo perché noi alziamo lo sguardo al cielo.

Un'altra raffigurazione del pittore Gamba: quante differenze di sensibilità tra l'artista moderno e quattrocentesco.

Un’altra raffigurazione del pittore Gamba: quante differenze di sensibilità tra l’artista moderno e quattrocentesco.

Dio ama la terra Ma quel Dio rivestito di fragile carne umana è anche un Dio che ama la terra e tutto ciò che in essa vive. Sì, il Natale è un avvenimento che ha interessato la geografia e la storia del passato, ma l’onda luminosa di quell’evento che fece stupire il cielo e la terra è talmente lunga da raggiungerci ancora con la sua carica di prorompente energia e d’intensissima gioia. Perciò, bentornato ancora tra noi, Signore Gesù: la tua nascita ci ricolma di luce e di gioia! Eppure dopo duemila anni, ci sono alcuni che hanno paura di te – come Erode che si turbò alla notizia della tua nascita –, che vogliono bandirti dalla tua casa e dalla tua gente. Scusaci ancora se, per un eccesso di rispetto, alcuni impediscono perfino di cantarti la ninna nanna davanti al tuo presepio, luogo di squallore e di estrema povertà, rifugio di fortuna per i senza tetto e riparo per i pastori e le greggi.

Davvero, in quel neonato Bambino, così poco celestiale perché fagottino di carne umana, risplende l’amore di Dio che ci raggiunge nelle nostre attese e nei nostri affanni; ci libera dalle paure e ci indica orizzonti nuovi; ci sostiene nelle sofferenze e condivide le nostre abitudini, fuorché il peccato. La sua nascita inaugura la reciproca presenza di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio.

Questi è il bambino Gesù che vogliamo accogliere e celebrare, il Signore Gesù che profuma di terra, il profumo di quella nostra terra ancora lacerata e dilaniata da tante divisioni, umiliata nella dignità dei suoi figli e offesa negli inalienabili diritti. Non sarà perciò né il suo Natale né il nostro, fino a quando le situazioni quotidiane di disagio e di tristezza, di ingiustizia e di soprusi, di indigenza e di umiliazioni affliggeranno le nostre case, le nostre comunità, la nostra gente.

Ciascuno può dire: sono Dio Mirabile e sublime è questa solennità cristiana, perché quel Bambino adagiato nella mangiatoia ha introdotto nel nostro mondo, stretto inesorabilmente da ansie, paure e affanni di ogni genere, l’eterna giovinezza di Dio.

Sì, in quel neonato è racchiusa la giovinezza di Dio. Di Dio che è pienezza di vita e che ci ama con la tenerezza del cuore materno, e che è splendore di bellezza. In lui, Verbo eterno rivestito di carne e di tempo, Dio ha inaugurato la festa senza fine e ha fatto germogliare il deserto.

Perciò, mi è caro esaltare l’evento natalizio perché in quella grotta – prima dimora della famiglia ricreata – la fede si riveste della concretezza esistenziale, prende il respiro della quotidianità e ciascuno di noi entra nell’avvenimento diventandone protagonista.

Natale, sogno di un Dio in festa per la nascita del suo amato Figlio in terra. Festa dell’uomo in cielo, reso partecipe dell’eternità di Dio! Stupiti di ciò che è avvenuto «nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa, mentre la notte giungeva a metà del suo corso, il Verbo onnipotente è sceso dal cielo, dal trono regale », diciamogli: mandaci, fratello nostro Bambino divino, un angelo dal cielo a illuminare le nostre menti e a ridonarci la nostalgia delle cose semplici e pure; a farci comprendere che tu non sei voluto nascere in un luogo grandioso e solenne come il tempio, dove avvengono incontri importanti. Tu invece hai preferito un grembo materno, il corpo di una donna come luogo del comune vivere quotidiano, senza importanza.

Facci comprendere che il tuo modo di pensare nascendo in una grotta non è quello di Cesare Ottaviano Augusto, dei sommi sacerdoti, dei notabili del tempio. Tu prediligi ciò che è insignificante, ciò che è debole, ciò che non fa clamore. E non ami stare lontano dagli uomini, perché sul loro volto sono inscritti i tuoi lineamenti, sicché dal giorno della tua nascita ciascuno di noi può dire: sono Dio anch’io. Buon Natale a voi tutti, amici lettori!

monsignor Felice di Molfetta

vescovo di Cerignola – Ascoli Satriano in vita pastorale dicembre 2011