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Il sistema occidentale alla prova Covid-19. Il dovere di arrestare la catena del panico

Non posso farci niente. La situazione che si va creando intorno al coronavirus mi fa pensare sempre più a uno strano mix tra ‘Il Deserto dei Tartari’ di Buzzati e le atmosfere apocalittiche di ‘Z Nation’, serie Netflix di culto in cui la razza umana viene devastata da un morbo a cui solo un manipoli di eroi senza scrupoli e con pieni poteri tenta di fare fronte. Da utente non esperto la domanda che mi sorge spontanea è questa. Ogni anno da decenni nella stagione invernale si diffonde l’influenza. È capitato più di una volta che ci fossero ceppi nuovi con relativa ricerca e produzione di vaccini, seguiti dalle consuete e inevitabili ondate polemiche. Nel caso del Covid-19 dal principio si è sempre parlato di influenza. Le cui caratteristiche predittive secondo gli esperti non si discosterebbero da quelle della influenza che questo stesso anno ha già causato migliaia di contagi e un certo numero di morti.

Due sono i casi. O si stanno omettendo informazioni ulteriori sulla specifica pericolosità del coronavirus, sulle mutabilità e possibili evoluzioni (e personalmente non lo credo non essendo in alcun modo vicino alla categoria dei complottisti della domenica ) oppure si sta applicando un protocollo di profilassi indiscriminato e totalizzante per la incapacità di focalizzare e razionalizzare il problema, per eliminare ogni possibilità di responsabilità (inevitabile fardello di chi prende decisioni), o volontà di gloria politica, alimentando così un’isteria generale che come nel deserto dei Tartari finisce per oscurare una ragionevole attinenza con la realtà. I comunicati oscillano tra l’esperto che dà istruzioni di buon senso per prevenire il contagio, e cronisti allarmati che, ammiccanti, lasciano intendere una apocalisse imminente e ineluttabile in corso. L’alternanza della materializzazione e smaterializzazione del nemico rischia di far breccia nell’immaginario delle masse in maniera gravemente distorta. È necessario fare tutto il possibile per limitare il contagio, per quanto questo sembri una condizione fatale, che raggiungerà un picco per poi stabilizzarsi. Ma la percezione mia, e non solo, è quella di una corsa all’esasperazione e drammatizzazione di ogni aspetto della prassi di prevenzione.

È noto l’effetto potente che ha l’isteria sulle masse, che istintivamente, per un atavico riflesso collettivo, veicola in essa tutte le sue paure, comprese quelle illogiche, che rischiano di portare danni perfino peggiori della diffusione del virus, che secondo fior di esperti non è in alcun modo la peste nera millennial. Ovviamente non ho alcun titolo per fare valutazioni tecniche, ma fa effetto vedere Paesi interi chiusi di punto in bianco per la diffusione di una influenza quando in questi anni per i vari ceppi che hanno causato molti più morti e malati non si è mai fatto niente di simile. Si vedrà come vanno avanti le cose, ma certo l’anticipo esasperato di intere comunità nella caccia all’untore, che di suo non ha alcuna colpa, nella identificazione del nemico e nella reazione totalmente fuori logica della reclusione assoluta, colpisce profondamente.

L’aspetto della reazione irrazionale che viene messo in gioco dovrebbe essere trattato con maggior cura e rispetto. Il caso della donna cinese residente a Torino da vent’anni e aggredita a calci e pugni perché ‘untrice’ secondo alcuni imbecilli violenti di turno è un acuto segnale di allarme. La profilassi doverosa e scrupolosa del virus influenzale, dovrebbe essere accompagnata dalla profilassi dell’isteria, delle tentazioni di sfruttare la situazione per presunti ritorni politici, delle manie di protagonismo e del sensazionalismo di chi si sogna eroe guerriero nella terra di ‘Z Nation’. In discussione è il sistema immunitario della intera società occidentale, ma non solo quello fisico. È la apparente assenza di anticorpi che proteggono da odio, eccitazione di massa, faciloneria, eccesso di debolezza emotiva, opportunismo politico. In vari titoli si cita prima il numero dei morti poi il resto. Questo dice qualcosa sulla irresponsabilità di alcuni diffusori del terrore gratuito. Il virus va combattuto, delimitato per quanto possibile e quindi curato. Ma la catena di risonanza del panico va interrotta. Qualcuno dovrebbe pensarci prima che lo stesso equilibrio di una società così tronfia e fragile al tempo stesso non venga frantumato dall’influenza.

da Avvenire