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Il monsignore studioso e le battaglie per i cristiani

di Luigi Accattoli in “Corriere della Sera” del 4 giugno 2010

Luigi Padovese: un grande studioso ma anche un uomo mite e facilmente accessibile, di carattere conciliante, portato a dare credito al prossimo fino a rischiare di apparire ingenuo. Chi lo ha frequentato — come Paolo Grasselli, cappuccino come lui e superiore dei padri cappuccini dell’Emilia Romagna, che si occupano dei «santuari» che sono in Turchia— non ha difficoltà a immaginare che possa essersi «fidato troppo» dell’autista che l’ha ucciso. Ma quando si trattava del destino della piccola minoranza cristiana in Turchia, il bonario professore e vescovo Padovese diventava rigoroso e appassionato. Riascoltata ora, l’intervista che diede il febbraio scorso alla Radio Vaticana, nel quarto anniversario dell’uccisione in Turchia del prete romano Andrea Santoro, suona come una previsione del «martirio» anche per sé: «Si è voluto colpire il simbolo che la persona rappresentava» e quel suo destino «ricorda a tutti noi che la sequela di Cristo può arrivare anche all’offerta del sangue». Si accalorava sia nel sostenere l’ingresso della Turchia nell’Unione europea sia nel mettere in luce la difficoltà del dialogo «culturale» con l’Islam, che pure perseguiva con tenacia. Di ambedue questi argomenti avemmo occasione di parlare in alcune interviste telefoniche e una sera a Istanbul, durante la visita in Turchia di Benedetto XVI nel novembre del 2006. Milanese, 63 anni, cappuccino e professore di Bibbia e dei Padri della Chiesa alla Gregoriana e all’Antonianum, diventa vescovo e vicario apostolico dell’Anatolia nel 2004. Ultimamente era anche presidente della Conferenza episcopale turca: vi sono in Turchia sei vescovi cattolici. Dava per ovvio il favore «di tutti i cristiani che sono in Turchia» — «forse centomila», la sua stima — all’ingresso di quel Paese in Europa: «Non potrebbe che essere vantaggioso per noi, perché siano riconosciute le nostre strutture e perché i cristiani di qui possano accedere a tutte le professioni». «Pensi— diceva— che ancora oggi non possono essere poliziotti». All’obiezione che la Turchia in Europa avrebbe aperto le porte del continente all’islamismo politico rispondeva così: «È un’idea dettata dalla paura: la minaccia islamista viene dal mondo arabo, non dalla Turchia». Riconosceva con rammarico che «i cristiani in Turchia sono restati in pochi e sono dispersi qua e là» proprio a motivo del contesto «discriminatorio» in cui si trovano a vivere, ma era convinto che avrebbe potuto anche esservi «una qualche rinascita, perché proprio qui sono le radici del cristianesimo: Paolo e Luca sono nati qui, buona parte del Nuovo Testamento è stata scritta qui, o per comunità che qui vivevano; qui si sono tenuti i primi sette concili della Chiesa indivisa e qui ha preso forma il Credo che cantiamo la domenica nelle chiese». «Sono 27 anni— mi disse in occasione della prima intervista, nel 2004— che faccio la spola tra l’Italia e la Turchia, per studiare, da storico, quelle radici cristiane che le dicevo. Ho organizzato convegni internazionali sugli apostoli Pietro, Paolo e Giovanni a Efeso, a Tarso e ad Antiochia. In questi anni ho visto un grande cambiamento e davvero ho sperimentato la crescita di un clima culturale sempre più europeo». Si diceva «amico e innamorato della Turchia». Quanto all’Islam riteneva «impossibile» un «dialogo a livello teologico», ma possibile e anzi necessario «uno sforzo comune per un maggior rispetto, frutto di una chiarificazione e conoscenza reciproca». Nonostante tutte le difficoltà si era mantenuto fiducioso nel prevedere un miglioramento della situazione dei cristiani e giusto una settimana addietro aveva accolto con «grande festa» la notizia che le autorità turche avevano tolto l’obbligo di pagare il biglietto per i pellegrini che volevano pregare nella chiesa di San Paolo a Tarso. Sperava di poter ottenere che quell’edificio — che ora è un museo — fosse «affidato stabilmente ai cristiani».