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Il dibattito sull’adeguamento delle chiese alla riforma liturgica

di Roberto Cecchi

L’adeguamento delle chiese alla riforma liturgica voluta dal Vaticano II non è questione di gusto. È una riflessione profonda che ha come fondamento il rinnovamento della Chiesa, dove il presente s’illumina guardando al passato. Di questo si è discusso a Roma alla presentazione del libro di Tiziano Ghirelli, Ierotopi cristiani, le chiese secondo il magistero (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2012, pagine XXV + 833, euro 110) all’Accademia di San Luca con il cardinale Lluís Martínez Sistach, arcivescovo di Barcellona, e Paolo Portoghesi, presidente dell’Accademia. Un volume che nasce da un’attenta riflessione sul progetto della cattedrale di Reggio Emilia; dunque, un percorso di conoscenza da tenere nella massima considerazione e rispetto, perché “attraverso la liturgia si attua l’opera della nostra redenzione”, come ricorda l’autore, mentre si è alla ricerca della volontà di crescere all’insegna del binomio “sana tradizione” e “legittimo sviluppo”, come sottolinea il vescovo Adriano Caprioli nell’introduzione al volume; parole del tutto simili a quelle espresse dal cardinale Lajolo, quando afferma che “la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso”.
Che rapporto c’è tra quest’esigenza di rinnovamento e la tutela del patrimonio culturale? C’è contraddizione? Inutile nascondersi che fino a non troppi anni fa era difficile contemperare quest’istanza profonda di revisione con le testimonianze del passato.
Così, l’accezione di bene culturale non è più intesa solo attraverso il pregio estetico che caratterizzava la legge Bottai e che gli dava quel sapore vagamente elitario; ora, il bene culturale viene visto come il tramite della capacità di produrre storia. L’oggetto della tutela è la storia, è il documento, è la memoria e cioè la “testimonianza materiale avente valore di civiltà”.
Quindi, il valore documentario storico-antropologico come prodotto delle culture che si sono succedute nel tempo; non un’opera compiuta in sé, ma in continua sovra-scrittura e stratificazione. In questa visione ogni testimonianza ha piena legittimità e il nuovo ha piena dignità.

(©L’Osservatore Romano 20 gennaio 2013)