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Don Edu contro le multinazionali

Un prete cattolico tra i “Nobel” dell’ambientalismo. C’è anche il sacerdote filippino padre Edwin Gariguez, quest’anno, tra i sei premiati del Goldman Prize, il riconoscimento che in una delle città simbolo del movimento ecologista ogni dodici mesi raccoglie le segnalazioni che arrivano da tutto il mondo sull’impegno per la salvaguardia dell’ambiente. Un prete da anni in prima linea contro lo sfruttamento minerario del sottosuolo di Mindoro, una delle più grandi tra le settemila isole che formano l’arcipelago filippino. Già gli spagnoli la chiamavano Mina de oro (miniera d’oro, da cui appunto il nome). Ma oggi a fare gola su quest’isola sono anche altri minerali, come appunto il nichel, al centro della battaglia condotta da padre Edu, come lo chiama la sua gente. Tutto è iniziato alla fine degli anni 90 quando la Intex, una multinazionale norvegese, ha avanzato a Mindoro la richiesta di una concessione per una miniera a cielo aperto in un’area della foresta abitata dalle popolazioni indigene mangyan. L’impatto si era annunciato subito durissimo e non solo per lo sfregio delle terre ancestrali dei mangyan: l’area interessata è infatti ricca di sorgenti e il metodo utilizzato per l’estrazione del nichel prevede un uso massiccio di agenti chimici. Eppure dal governo nazionale la licenza per aprire la miniera era presto arrivata. È stato a quel punto che padre Gariguez ha iniziato a promuovere la sua “Alleanza contro la miniera” (Alamin, secondo l’acronimo delle parole inglesi). Alleanza nel senso che, un passo alla volta, ha messo insieme non solo i mangyan, ma anche tutti gli altri: contadini, pescatori, ong, religiosi, politici locali. Un primo risultato, nel 2002, è stata l’approvazione, da parte del governo regionale, di una moratoria di 25 anni per l’attività estrattiva. Forte della licenza ottenuta dal governo nazionale, però, la Intex non ha fermato la miniera. E allora padre Edu ha allargato l’alleanza portando la sua battaglia in Europa, tra i politici e la società civile norvegese e persino tra gli azionisti della multinazionale.
 
Nel 2009, infine, l’iniziativa più clamorosa: uno sciopero della fame portato avanti insieme ad alcuni mangyan a Manila, davanti alla sede del Dipartimento dell’Ambiente. Sono andati avanti per undici giorni, finché non hanno ottenuto la revoca del certificato ambientale. Come contraccolpo alcuni finanziatori, tra cui la Goldman Sachs, hanno revocato il sostegno alla Intex.

Oggi padre Edu non vive più fisicamente a Mindoro: la Conferenza episcopale lo ha infatti chiamato a Manila come responsabile del Segretariato per l’azione sociale e della Commissione Giustizia e pace. Ma anche in questo nuovo ruolo il suo impegno per l’ambiente continua. «Il nostro governo sostiene in maniera massiccia l’industria mineraria come forma di investimento – ha dichiarato in questi giorni in un’intervista –. Dicono che così si riduce la povertà. Ma è una tesi che noi contestiamo: la legge sulle estrazioni minerarie delle Filippine è la più favorevole per le multinazionali. Riscuotiamo solo un’accisa del due per cento: siamo l’unico Paese al mondo a non avere royalties. In America Latina ci sono Paesi che arrivano a riscuotere addirittura il 30 per cento di royalties sul minerale esportato». La battaglia di Mindoro è tutt’altro che conclusa: «Grazie al nostro sciopero della fame il certificato ambientale resta temporaneamente sospeso – ha raccontato ancora il sacerdote –. Ma ora la compagnia sta cercando di vendere tutto ad alcune aziende cinesi. Il che è di nuovo allarmante». «Come prete cattolico – ha dichiarato padre Gariguez all’agenzia AsiaNews – quanto ho fatto in questi anni è parte della mia missione a servizio dei poveri e degli emarginati. Ho dedicato tutto me stesso allo sviluppo e alla difesa dei diritti delle popolazioni indigene, agricoltori e pescatori. Per i mangyan la natura è come il grembo materno che ci sostiene e ci fa vivere». Un atteggiamento che, come ha sottolineato il sito del Pime MissiOnLine.org, ricorda quello di padre Fausto Tentorio, il missionario italiano ucciso nell’autunno scorso a Mindanao, altra isola delle Filippine, proprio per l’impegno in difesa dei diritti delle popolazioni tribali sulle proprie terre. Anche padre Edu, del resto, ha ricevuto minacce di morte e nel 2010 uno dei leader dell’Alamin, Ricardo Ganad, è stato assassinato. Difendere l’ambiente a certe latitudini oggi può voler dire anche questo.

IL PREMIO NIWANO

Per la prima volta il Premio Niwano, il Nobel delle religioni, quest’anno verrà assegnato a una rappresentante di una religione tradizionale indigena. Succederà il 10 maggio a Tokyo quando si terrà la cerimonia ufficiale di consegna alla guatemalteca Rosalina Tuyuc Velasquez, attivista per i diritti umani legata alla tradizione spirituale maya. Il premio rende omaggio al suo impegno per la giustizia in un Paese prostrato da decenni di guerra civile che hanno fatto oltre 250 mila morti e 45.000 desaparecidos, soprattutto tra le popolazioni indigene. Rosalina Tuyuc è stata lei stessa colpita personalmente da questo dramma, avendo perso suo padre e suo marito in questa strage. Nel 1988 ha fondato il Conavigua, un Coordinamento nazionale delle vedove del Guatemala, che è diventato una delle maggiori organizzazioni per la promozione dei diritti umani nel Paese. Istituito nel 1983 in onore del presidente dell’associazione buddhista Rissho Khosei-kai, il Premio Niwano è stato assegnato tra gli altri in questi anni a Helder Camara , al cardinale Arns, al villaggio israeliano di Nevé Shalom, alla Comunità di Sant’Egidio.

 

Giorgio Bernardelli – avvenire.it