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Balcani, segni di pace

Lo scorso giugno il presidente della Croazia Ivo Josipovic non ha presenziato all’insediamento del nuovo presidente della Serbia Tomislav Nikolic, noto nazionalista radicale. E per un buon motivo: in varie sue dichiarazioni, Nikolic ha dimostrato di non sostenere i valori comuni europei, affermando tra l’altro che quanto e accaduto a Srebrenica non e stato genocidio.

Egli ha inoltre detto e ripetuto, nei primi sei mesi della sua presidenza, che la Serbia non riconoscera mai l’indipendenza del Kosovo, anche a costo di perdere la propria candidatura per entrare nell’Ue. Questo esempio dimostra che le politiche di riconciliazione sono troppo importanti per essere delegate alle opinioni individuali dei singoli politici, e necessitano invece di un approccio sistematico. In mancanza di ciò, la Serbia sta facendo passi indietro rispetto al livello di riavvicinamento già raggiunto con Boris Tadic.

Nell’ottobre del 2010, la visita del presidente serbo Tadic a Vukovar, dove e stato accolto dal presidente croato Josipovic, aveva attirato l’attenzione dei media a livello mondiale. Dopo tutto, si trattava della prima volta che un presidente serbo esprimeva profondo cordoglio per la distruzione della citta croata per mano dell’Armata nazionale jugoslava (JNA) e delle truppe paramilitari serbe nell’autunno del 1991. Chiedendo pubblicamente scusa presso la fossa comune di Ovcara, Tadic ha cosi dimostrato la propria volontà di un confronto responsabile con il passato – un gesto notevole per un politico dei Balcani.
Josipovic – che ha visitato molte fosse comuni e si e scusato pubblicamente più di chiunque altro – ha visitato anche il villaggio di Paulin Dvor dove, nel dicembre del 1991, i paramilitari croati avevano ucciso diciotto prigionieri civili serbi e un ungherese. Un fatto davvero notevole: due capi di Stato che dimostravano buone intenzioni, ponendo simbolicamente fine al circolo vizioso della guerra. Qualche giorno dopo si è unita anche la presidenza tripartita bosniaca, chiedendo la riconciliazione. Il nuovo membro della presidenza, Bakir Izetbegovic, ha presentato le sue scuse per ogni innocente ucciso dall’esercito bosgnacco.
Le scuse pubbliche sono il primo passo sulla via del riavvicinamento, e i due capi di Stato hanno agito con umilta e benevolenza, anche se non sono stati i primi. L’ex presidente croato Stjepan Mesic aveva porto le sue scuse a Belgrado nel 2003 e i montenegrini non erano stati da meno. Nel marzo 2010, il Parlamento serbo ha approvato la “Dichiarazione di Srebrenica”. Nonostante non si sia arrivati a usare la parola “genocidio”, si tratta comunque di un documento importante che riconosce finalmente la responsabilita dell’esercito serbo nel massacro di 8.000 bosgnacchi nel luglio del 1995.
Dal 1995, cioe da quando la guerra è finita in Bosnia, si è parlato molto di riconciliazione – soprattutto all’estero. Se gli imprenditori collaborano, se gli editori croati partecipano alle fiere del libro a Belgrado, se le nazionali di calcio giocano l’una contro l’altra e se le persone comuni fanno visita ai propri parenti oltre confine senza essere più sospettate di tradimento, c’e davvero bisogno di una politica ufficiale per la riconciliazione? O basterebbe piuttosto lasciare che siano le iniziative spontanee che vengono dal basso ad attivarsi, come suggeriscono alcuni commentatori di spicco?
Condizione necessaria al processo di riconciliazione è la giustizia; la giustizia e il fondamento su cui poggia ogni riconciliazione. Ma non esiste giustizia senza verità. Senza un sistema giuridico per processare i propri criminali di guerra e quindi rivelare fatti riguardanti i crimini commessi nei recenti conflitti, qualsiasi altra cosa, qualsiasi altro tentativo è destinato a fallire. Non è un compito semplice.

In Croazia, il vero ostacolo è rappresentato dall’assurda convinzione, nutrita per quasi due decenni, che l’esercito croato non possa essere stato colpevole di crimini di guerra perché stava difendendo la nazione. Ciç ha avuto una conseguenza molto importante: i criminali di guerra sono considerati eroi di guerra. Per questo motivo l’Icty (Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia) viene percepito come un’istituzione nemica, e non come un’istituzione fondata e designata per fare giustizia (anche se simbolica), per rivelare fatti sulla guerra e quindi contribuire alla verità storica.

Fino alla Dichiarazione di Srebrenica, la Serbia ha continuato a negare qualsiasi partecipazione alle guerre, sia a livello pubblico che politico. La riconciliazione in Bosnia-Erzegovina invece è complicata dal suo statuto speciale in quanto nazione divisa, non solo amministrativamente, ma anche psicologicamente ed emotivamente: vittime e aguzzini vivono nello stesso Paese, nelle stesse città, forse addirittura nelle stesse strade e villaggi. Promuovere valori diversi significa costruire una struttura psicologica diversa.

Non è più necessario convincere i cittadini a collaborare oltre i confini nazionali: lo stanno gia facendo.

Ciò di cui c’è bisogno in questo momento è diffondere il messaggio che questa collaborazione (andare a trovare amici e parenti, commerciare, lavorare insieme, avere una percezione positiva dei serbi, croati o bosgnacchi) non è solo “politicamente corretta”, ma anche benvenuta; e che uno scrittore che pubblica un libro in Serbia o un cantante che organizza un concerto non saranno messi in croce dai media (cosa che è accaduta fino a poco tempo fa). Per poter stabilire veramente valori differenti e favorire la riconciliazione è necessaria una spinta verso un approccio istituzionale a lungo termine, in cui l’aspetto piu importante è studiare la storia (o anche questo va lasciato alla spontaneita?).

Se il processo inizia perseguendo i criminali di guerra, deve continuare con la ricerca storica e con la pubblicazione di libri e manuali di storia. L’insegnamento della storia deve essere basato sui fatti, non su miti e ideologie. I libri e i manuali di storia di oggi sono pieni di informazioni contraddittorie. La domanda è: come possono le arti e la cultura promuovere la riconciliazione quando la cultura popolare e le sue istituzioni – per esempio le accademie delle scienze serba e croata – incoraggiano al nazionalismo?

(traduzione di Sara Terpin; per la traduzione italiana © Lettera Internazionale)

 

Slavenka Drakulic – avvenire.it