Preti: conoscenza di sé e supervisione

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Sei parroco! Forse penserai: finalmente, forse sarai più perplesso. Oppure, dopo il primo incarico come parroco, ne inizierai un secondo in una nuova parrocchia.

Sono questi degli esempi di cambiamenti significativi nella vita di un prete che vengono vissuti in modo molto diverso: con entusiasmo, con trepidazione, con tristezza, con rabbia, con apatia, con vigore…

Ovviamente molto dipende dal contesto ma anche, e soprattutto, da come «funziona» ciascuno di noi. In realtà, nonostante la complessità della vita quotidiana e semplificando al massimo il concetto, per semplicità di esposizione, ciascuno di noi a situazioni simili reagisce in modo simile. A volte non ce ne accorgiamo perché o non siamo abituati a conoscerci in profondità o perché non riusciamo a riconoscere la somiglianza tra situazioni solo apparentemente diverse.

Il nostro modo di reagire, di relazionarci, potremmo dire di «funzionare» abitualmente può essere più o meno «sano», più o meno «libero», più o meno «virtuoso».

In che senso?

Se ogni volta che discuto con le catechiste, poi salgo in canonica e bevo o mangio oltremodo, oppure non dormo per due notti, oppure vado in ansia per diversi giorni forse non è probabilmente una reazione «sana». Se ogni volta che la sagrestana  mi chiede quale casula voglio indossare rispondo in modo altezzoso, forse non sono del tutto «libero» nel mio reagire. Se ogni sera riesco a ringraziare il Signore per la giornata trascorsa è probabilmente un modo «virtuoso» di agire.

Questi tre esempi banali, spero siano stati in grado sia di far intuire le diverse sfumature sia che, nella realtà, non è così facile cogliere le differenze.

Ecco la prima vera questione da affrontare: ciascuno di noi ha il diritto di essere aiutato a comprendere se ha necessità di rivolgersi al medico, allo psicologo, allo psichiatra, al formatore psicodinamico, al confessore, al padre spirituale o magari a due o più di queste figure. Mi permetto di aggiungere due dettagli: 1) credo che oltre il diritto, ciascuno di noi − proprio in un’ottica di fede − abbia anche il dovere di fare tutto il possibile per «funzionare» al meglio nel corpo, nell’anima, e nella mente; 2) da soli non ci si può veramente orientare per una vita spirituale, psicologica e fisica vissute in pienezza.

Dobbiamo dunque educarci a comprendere che abbiamo bisogno di persone preparate, ciascuno nel proprio ambito, che ci aiutino a conoscerci in profondità e ad orientarci per vivere al meglio del realisticamente possibile. Purtroppo confiniamo questo stile di crescita solo alle situazioni di «difficoltà» mentre in realtà questa dovrebbe essere considerata una soluzione possibile nella vita «ordinaria».

Noi preti siamo abituati all’idea che si debba studiare, tenersi aggiornati, pregare, fare gli esercizi spirituali ma facciamo una grande difficoltà ad accettare che sia necessario conoscersi profondamente per essere davvero uomini liberi.

C’è poi un secondo ambito estremamente interessante su cui riflettere e a cui desidero accennare seppur in modo velocissimo: le relazioni tra preti che lavorano nella stessa parrocchia, nella stessa equipe, nello stesso ufficio. Conoscere me stesso è fondamentale ma non è sufficiente. Quando si lavora insieme e si condividono responsabilità in contesti di aiuto, di pastorale, di curia è utile sapere che esiste un sostegno che è la supervisione. Non si tratta di un super esperto in questioni pastorali ma una persona preparata che riesca a mettere il gruppo di preti che lavorano insieme nella condizione di parlarsi con assertività, nel rispetto del proprio e dell’altrui modo di «funzionare» e della propria Storia con l’obiettivo di conoscersi non più solo come singola persona ma come presbiterio, come equipe.

Immagino che molti, giunti al termine di questa breve riflessioni siano perplessi: benissimo! Cogliere questo disagio potrebbe già essere una buona motivazione per approfondire il discorso con le persone di cui maggiormente ci si fida!

Marco Vitale, presbitero della Diocesi di Roma, è formatore e guida di esercizi spirituali ignaziani (marcovitale.pvt@gmail.com). Fa parte della redazione della rivista Presbyteri.

in settimananews

Conte: al Colle per le dimissioni Premier, l’azione di questo governo qui si arresta

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(ANSA) – ROMA, 20 AGO – “Alla fine di questo dibattito mi recherò dal presidente della Repubblica per dimettermi”. Lo ha detto il premier, Giuseppe Conte, intervenendo nell’Aula del Senato. “La crisi in atto compromette l’azione di questo governo che qui si arresta”, ha sottolineato durante il suo discorso.
“Ora il presidente della Repubblica – ha aggiunto – guiderà il Paese in questo passaggio delicato. Colgo l’occasione per ringraziarlo per il sostegno che mi ha dato”.

Conte: incosciente uso simboli religiosi. Salvini bacia il rosario in Senato mentre il premier parla

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“Chi ha compiti di responsabilità dovrebbe evitare di accostare agli slogan politici i simboli religiosi. Sono episodi di incoscienza religiosa che rischiano di offendere il sentimento dei credenti e di oscurare il principio di laicità alla base dello Stato moderno”. Lo afferma il premier Giuseppe Conte nel corso delle comunicazioni al Senato. Durante il discorso del premier in Aula, il vicepremier ha baciato ripetutamente un rosario bianco. Il ministro degli Interni era seduto proprio accanto al presidente del Consiglio.

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Conte ha rassegnato le dimissioni. Consultazioni al Quirinale domani alle 16

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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto questa sera al Palazzo del Quirinale il Presidente del Consiglio dei Ministri Prof. Avv. Giuseppe Conte, il quale ha rassegnato le dimissioni del Governo da lui presieduto. Il Presidente della Repubblica ha preso atto delle dimissioni e ha invitato il Governo a curare il disbrigo degli affari correnti. Le consultazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella inizieranno domani alle 16 al Quirinale.

Il premier è salito al Colle dopo la lunga giornata in Senato senza rilasciare dichiarazioni. Il premier all’uscita da Palazzo Madama e’ stato salutato da una cinquantina di persone con uno striscione che lo acclamano urlando “Conte, Conte” e “Presidente, Presidente”. “Nessun problema, se ti manca il coraggio sul piano politico” di assumersi la responsabilità della crisi “non c’è problema, me l’assumo io. Questa è la conclusione, unica, obbligata, trasparente. Vi ringrazio tanto, io vado dal presidente della Repubblica”. Lo ha detto il premier Giuseppe Conte concludendo la sua replica al Senato. “Prendo atto che al leader della Lega Matteo Salvini – ha aggiunto – manca il coraggio di assumersi la responsabilità dei suoi comportamenti. E’ evidente che la responsabilità della crisi porta visibile la sua firma”. “Non possiamo, se amiamo le istituzioni e i cittadini, affidarci a espedienti, tatticismi, giravolte verbali che faccio fatica a comprendere. Io apprezzo la coerenza logica e la linearità d’azione. Se c’è mancanza di coraggio, non vi preoccupate, me ne assumo io la responsabilità”. Lo afferma il premier Giuseppe Conte nella replica al dibattito in Aula al Senato soffermandosi sul ritiro della mozione di sfiducia da parte della Lega.

Conte si dimette. “C’è bisogno di politica con la p maiuscola”

“Questo governo si arresta ma c’è ancora molto da lavorare”. Il premier parla nell’aula del Senato e richiama gli impegni per il futuro dell’Italia: dai giovani alla coesione sociale, dallo sviluppo sostenibile alle famiglie con persone disabili

ROMA – “Mi recherò alla fine del dibattito parlamentare dal presidente della Repubblica per comunicare la fine di questa esperienza di governo e per rassegnare nelle sue mani le mie dimissioni da presidente del Consiglio”. Lo ha detto il premier Giuseppe Conte, nelle sue comunicazioni al Senato in merito alla crisi di Governo. Ringraziando il capo dello Stato, il premier ha ribadito che “il presidente della Repubblica, supremo garante degli equilibri costituzionali, guiderà il Paese in questo delicato passaggio istituzionale”.

Questo governo qui si arresta ma c’è ancora molto da lavorare. C’è bisogno di politica con la p maiuscola”, sottolinea il premier, che significa “capacità di progettare il futuro: un futuro che guarda ai giovani, alla coesione sociale, allo sviluppo sostenibile, all’inclusione sociale”.

“Occorre lavorare per offrire ai nostri giovani giuste opportunità di vita personale e professionale. Ogni giovane che parte e non ritorna è una sconfitta per il futuro del nostro Paese; se non riusciremo a trattenerli, esporremo l’Italia a un destino di inesorabile declino”, prosegue. E ancora: “Le scuole devono diventare laboratori di apprendimento dove il come imparare deve essere più importante di cosa imparare”. Per Conte occorre “orientare tutto il sistema di formazione verso lecompetenze digitali che saranno sempre più richieste anche nel mercato del lavoro” e “potenziare la ricerca realizzando un sistema di coordinamento più efficace tra università ed enti anche attraverso un’Agenzia nazionale”.  Occorre “proseguire nelle politiche di inclusione sociale per recuperare al circuito lavorativo le fasce della popolazione attualmente emarginate. Ce lo impone la Costituzione”.  Un passaggio del suo discorso Conte lo riserva alle famiglie delle persone con disabilità. “Non possono rimanere abbandonate a se stesse. Occorre procedere con la massima sensibilità politica per lenire questo disagio personale, familiare e sociale”.

E anche rispetto al progetto di autonomia differenziata “che andrà doverosamente completata” il premier ribadisce la necessità di non  sacrificare i principi di solidarietà sociale e coesione nazionale. “E’ necessario varare un piano di rilancio del Sud che contenga un più organico progetto di valorizzazione degli investimenti e di incremento dell’occupazione anche nelle aree più disagiate del Paese”.

L’Italia che Conte immagina dovrà essere leader nel campo dei nuovi modelli economici eco-sostenibili. “In Europa già ci distinguiamo per l’utilizzo delle energie rinnovabili; – spiega – dobbiamo puntare all’utilizzo delle tecniche scientifiche più innovative e sofisticate per consolidare questo primato. Abbiamo già progetti all’avanguardia – pensate – nello sfruttamento dell’energia derivante dai moti ondosi. Possiamo sfruttare nuove tecniche di produzione in base alla cosiddetta biomimesi. L’obiettivo da perseguire deve essere un’efficace transizione ecologica in modo da pervenire a una articolata politica industriale che, senza scadere per carità nel dirigismo economico, possa gradualmente orientare l’intero sistema produttivo verso un’economia circolare che favorisca la cultura del riciclo e dismetta definitivamente la cultura del rifiuto”.  Conte guarda a “un nuovo modello di crescita, non più economicistico. Dobbiamo incentivare le prassi delle imprese socialmente responsabili, che permetteranno di rendere il nostro tessuto produttivo sempre più competitivo anche nel mercato globale. Confido che la cabina di regia “Benessere Italia”, che ho da poco istituita, possa tornare ben utile a questi scopi, anche in futuro”.

Il discorso di premier tocca anche il tema dell’Europa. “Abbiamo bisogno di un’Europa più sostenibile, più solidale, più inclusiva, soprattutto più vicina ai cittadini, che mostri considerazione anche per coloro che abitano le numerose periferie (e non parlo solo di quelle geografiche). – dice – Occorre lavorare per rafforzare i diritti delle donne, per affrontare le nuove questioni sociali e per riconoscere nuovi diritti, ai quali l’ordinamento europeo deve offrire tutela e protezione grazie al suo raffinato sistema di tutela multilivello, che – credetemi – è unico al mondo per intensità, per completezza”.

Da Salvini “scarsa sensibilità istituzionale e grave carenza di cultura costituzionale” oltre a “opportunismo politico”. E’ l’attacco del premier al leader della Lega. “Far votare i cittadini è l’essenza della democrazia, sollecitarli a votare ogni anno è irresponsabile”, aggiunge il premier Conte. “La decisione della Lega la reputo grave. Il disegno riformatore viene interrotto”, Salvini ha violato “il solenne impegno sottoscritto nel contratto di governo”. E’ “altamente probabile il rischio di esercizio provvisorio”. “Palesemente contraddittorio – aggiunge il premier – appare il comportamento della Lega che dopo aver presentato la mozione di sfiducia in Parlamento al governo non ritiri i propri ministri”. “Caro Matteo – continua Conte – pieni poteri per governare il paese e invocare le piazze a tuo sostegno, questa concezione mi preoccupa”.

Poi la “vicenda russa”. “Merita di essere chiarita anche per i riflessi sul piano internazionale. – attacca ancora il premier – Presentandoti in Parlamento invece di negarti avresti evitato di mandare il presidente del Consiglio al tuo posto rifiutandoti per giunta di condividere con lui le informazioni di cui sei in possesso”. Il ministro Matteo Salvini indica i banchi del Pd che applaudono il premier Conte e fa un gesto congiungendo indice e pollice come a dire ‘tutto torna’. Poi, Conte si toglie un sassolino dalle scarpe: “Non te l’ho mai detto Matteo: accostare agli slogan politici i simboli religiosi sono comportamenti che non hanno nulla a che vedere con la libertà di coscienza religiosa, sono piuttosto episodi di incoscienza religiosa che rischiano di offendere il sentimento dei credenti e di oscurare il principio di laicità, tratto fondamentale dello stato moderno”. (DIRE – Rs)

L’intervento. Simone Cristicchi: l’umanità ascolti la musica dello spirito

Da lunedì 19 al 25 agosto ad Arcidosso (Grosseto) torna Narrastorie, il “Festival del Racconto di strada” ideato da Simone Cristicchi giunto alla sua quarta edizione. Si parte il 19 agosto con don Luigi Verdi, fondatore della comunità di Romena, seguito da Simone Cristicchi e Mogol. Il 20 agosto Luigi D’Elia narrerà don Lorenzo Milani conCammelli a Barbiana e Valentina Lodovini è protagonista di Tutta casa, letto e chiesa di Franca Rame e Dario Fo. Il 21 Moni Ovadia avràCarta bianca per riflessioni e letture mentre il monaco zen Pino Doden terrà una lezione sul sentiero spirituale buddhista. Il 22 è la volta di Andrea Rivera e dei suoi i suoi monologhi dal sapore tragicomico e del filosofo Marco Guzzi che rifletterà sulla gioia. Il 23 il teologo e sacerdote Guidalberto Bormolini indagherà “L’ingresso nel mistero”; il 24 Arisa in concerto mentre la scrittrice Claudia Cinquemani viaggerà tra le leggende della Maremma. Il festival chiude il 25 agosto; tra gli eventi in programma laboratori per bambini, la Santa Messa e il concerto della Corale di Buddusò.

Credo fermamente che per fondare un’idea di futuro, i tempi che viviamo necessitino di un’inversione di marcia, di un cambio di prospettiva capace di farci vedere la realtà con occhi nuovi, ristabilendo un ordine di priorità, fuori e dentro di noi: individuare quali sono le cose davvero importanti, le parole fondamentali che possano risvegliare la ‘scintilla di luce’ coperta dalla cenere della modernità. Ammettere il mutamento antropologico in atto, e provare ad attrezzarsi per affrontarlo con autocritica e sincerità, è un primo passo verso quell’equilibrio salvifico, in grado di trasmutarci in altre forme, migliori.

Soltanto attraverso un equilibrio tra spirito e materia l’essere umano può continuare ad evolversi! Sacro per me è tutto ciò che reca in sé una scintilla di mistero. Un albero è sacro, come il verso di un poeta. La nascita di un bambino, come sala di terapia intensiva, che è uno dei luoghi più sacri e misteriosi che abbia mai visitato. Anche l’ispirazione creatrice ha qualcosa di inafferrabile: non sappiamo da dove arrivi, se sia un segno dall’Infinito o il frutto di uno sguardo acuto, poetico sulla realtà. Il vero artista può divenire un’antenna capace di captare questi segnali, è il ‘creatore’ per eccellenza, e da sempre questo lo avvicina alla dimensione del sacro.

La Chiesa conosce bene il valore e la potenza dell’arte, come medium col mondo dello Spirito. Nel discorso agli artisti papa Paolo VI si esprime così: «E se Noi mancassimo del vostro ausilio, il ministero diventerebbe balbettante ed incerto…». Un anno fa, nel monastero di Decani in Kosovo ho assistito per la prima volta alla liturgia ortodossa, restando incantato dal coro dei monaci nella supplica a santo re Stefano: le voci baritonali si intrecciavano in contrappunti creando un effetto simile al sorround,stimolando emozioni fortissime, capaci di trasportarti in una dimensione trascendente. Esiste una nutrita schiera di artisti famosi – da Björk e Brian May – che giungono a Decani da tutto il mondo per assistere a quell’esecuzione liturgica. Nelle parrocchia che frequentavo da bambino ci si arrangiava suonando una chitarra scordata. La Chiesa dovrebbe vietarlo.

La musica “alta” è espressione dello Spirito Lo è per sua natura. E non intendo certe nenie New age per la meditazione, ma la musica strumentale e sperimentale, la classica e quella corale, hanno in loro quel caleidoscopio sonoro capace di trasportarci altrove. La musica è un rapporto delicato tra anima e vibrazioni, che in determinati momenti e contingenze vanno a toccare delle corde profonde in grado di elevare lo spirito. Oggi è molto raro che ciò accada: siamo costretti a subire un ascolto violento di musica scadente, pressoché ovunque, dai supermercati ai ristoranti. Siamo assediati da una mediocrità musicale senza precedenti. Dall’altro fronte, per quanto riguarda il rapporto tra ‘forma canzone’ e sacro, alcuni album di Franco Battiato raggiungono vette inarrivabili. Basti ascoltare il brano L’ombra della luce, una preghiera universale e senza tempo.

Il valore della narrazione Credo che la parola narrata abbia un fascino immortale: dalla veglia contadina all’odierno teatro di narrazione, è la celebrazione perfetta dell’incontro tra l’umano e l’invisibile. Il poeta in particolare, diventa sacerdos quando riesce nell’intento di toccare l’anima di chi lo ascolta, quando riesce a influenzare la materia con lo spirito emesso attraverso la parola. Il teatro stesso realizza da sempre questo sortilegio. Il festival Narrastorie propone un teatro controcorrente, che punta all’essenziale, a un rapporto diretto tra narratore e spettatore. Quest’anno il tema è ‘Spirito e Materia’, e prevede incontri pomeridiani dedicati ai grandi temi della spiritualità: da don Luigi Verdi, fondatore della Fraternità di Romena; a Guidalberto Bormolini, dei Ricostruttori nella preghiera; fino al grande filosofo e poeta Marco Guzzi, ideatore dei Gruppi Darsi Pace. Ci sarà spazio anche per una lezione sulla via dello Zen, con il monaco Pino Doden Palumbo e il racconto della vita di don Lorenzo Milani, con Luigi D’Elia.

«Tornare umani» è il monito di don Verdi Ma per tornare umani il primo passo è riprendere un ritmo di vita più sopportabile, con spazi di silenzio e attenzione. Se non rallentiamo, è impossibile accorgerci della trasformazione in atto. Attenzione vuol dire essere presenti a se stessi, non lasciarsi addormentare, ma anche uscire fuori da sé e prendersi cura di ciò che c’è fuori dal nostro ego. Il teatro e l’arte possono essere strumenti indispensabili per guardare la realtà con occhi diversi, sperimentare il qui e ora, per interrogare i propri limiti e porsi le domande fondamentali. Oggi che il virtuale ha quasi sostituito il reale, sono rimasti pochissimi i luoghi dove una comunità si possa ritrovare davanti a uno specchio: una di queste isole dove tornare a respirare è proprio il teatro, e dobbiamo averne cura. Un’altra parola chiave per ritrovare la propria umanità è ‘umiltà’: viene da humus e significa terra fertile: siamo umili quando torniamo ad essere dei campi arati, pronti e disponibili a ricevere i semi di bellezza e conoscenza che tutti ci sono donare. Nell’antica Grecia la politica interpellava i filosofi per capire come rendere i cittadini più felici: sembra incredibile! Quanto di più lontano dall’abbaiare sguaiato e continuo di oggi, che serve solo a confondere le acque e le anime. Il politico un tempo era un autentico ‘costruttore di felicità’, affidandosi alla parola dei saggi: il politico era innanzitutto una persona umile. Questo mi pone un dubbio terrificante: la politica ci rende davvero delle persone felici? Ma soprattutto: anche volendoli cercare, dove sono i maestri?

Si è felici nell’accoglienza L’uomo ha smesso di guardarsi dentro, e fa un’enorme fatica a scrollarsi di dosso quegli istinti primitivi che sembrano aver preso piede anche in un mondo ipertecnologizzato. Il tema dell’accoglienza dicono sia spinoso, quando dovrebbe essere la base della nostra civiltà, un cardine dell’essere umano: trovo un’aberrazione persino il fatto che se ne discuta, dai salottini comodi della sinistra, alla propaganda di bassissimo livello dell’altra sponda. È ovvio che servano delle regole condivise e che ognuno debba fare la sua parte, ma al di là di questo, non si dovrebbe dimenticare il grande filosofo Kierkegaard, quando ci ricorda che «la felicità è una porta che si apre dall’interno: per aprirla bisogna umilmente fare un passo indietro ». Oggi invece trionfano chiusura, arroganza, grettezza e mancanza di umiltà. La vera felicità è condivisione, è passare dall’unisono all’uni-siamo: è rendersi conto che ognuno di noi viene al mondo per dare alla luce se stesso, portare quella luce a tutti gli altri, e tutti insieme illuminare il mondo. A Subiaco, nella grotta dove si ritirò san Benedetto, c’è questa questa bellissima scritta in latino: « Non nisi in obscura sidera nocte micant ». Soltanto nella notte oscura, brillano le stelle. Bisogna ritagliarci un piccolo frammento di libertà e di resistenza all’omologazione – e il festival Narrastorie è anche questo – qualcosa che ci permetta di diventare frammenti di luce, tante scintille di consapevolezza, tante piccole stelle che insieme tornano a illuminare il cielo. Non abbiamo bisogno di urla, ma Non servono schiaffi, ma carezze. Credo che quando la barbarie sembra la normalità, la tenerezza è l’unica rivoluzione. © RIPRODUZIONE RISERVATA «Per fondare un’idea di futuro occorre vedere la realtà con occhi nuovi, ristabilire le priorità fuori e dentro di noi». Il cantautore Simone Cristicchi parla di arte, società e senso del sacro, temi al centro della nuova edizione del suo “Narrastorie” Il cantautore Simone Cristicchi / Ambra Vernuccio

Avvenire

Scuola. Salta la pubblicazione in Gazzetta, l’educazione civica slitta al 2020

È l’educazione civica la prima vittima della crisi di governo, che ancora non è stata dichiarata ma potrebbe essere ufficializzata martedì. In questo agosto ad alta tensione, tra una dichiarazione e una smentita, un comizio e un’intervista, nei corridoi del Parlamento si è persa la legge 1264 “Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica”, approvata in via definitiva dal Senato lo scorso 1° agosto, ma non ancora pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

E proprio qui sta il problema. Secondo il primo comma dell’articolo 2 della legge in questione, «l’insegnamento trasversale dell’educazione civica» è introdotto «a decorrere dal 1° settembre del primo anno scolastico successivo all’entrata in vigore della presente legge». Prevista quindici giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Che, per far sì che la materia fosse introdotta già dall’anno scolastico 2019-2020 – come annunciato dallo stesso ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, che un minuto dopo l’approvazione parlava di «giornata storica per la scuola italiana» – doveva avvenire entro il 16 agosto. In questo modo, l’entrata in vigore sarebbe caduta entro il 31 agosto, giorno di chiusura dell’anno scolastico 2018-2019. E, quindi, l’anno scolastico successivo sarebbe stato il 2019-2020, che avrà inizio il 1° settembre. La mancata pubblicazione entro il termine di metà agosto, invece, farà giocoforza slittare l’entrata in vigore (quando sarà), dopo il 1° settembre e, quindi, già nel nuovo anno scolastico. Di conseguenza, l’anno scolastico successivo all’entrata in vigore della legge, sarà il 2020-2021.

Un bel pasticcio, insomma, per una riforma, presentata come la cura del malessere che, da troppo tempo, si respira nella scuola – sfociato anche in bullismo e aggressioni ad insegnanti – rimasta, invece, impantanata in Parlamento.

«Comunque vada a finire, siamo di fronte all’ennesima occasione persa», commenta, amaramente, la segretaria generale della Cisl Scuola, Maddalena Gissi. Che, all’indomani dell’approvazione della legge, ne aveva già segnalato le criticità. Come, per esempio, la mancata attribuzione di un monte ore aggiuntivo per realizzare le 33 ore annue di educazione civica previste dalla norma, «da svolgersi – recita, in proposito, il comma 3 dell’articolo 2 – nell’ambito del monte orario obbligatorio previsto dagli ordinamenti vigenti». In altri termini, sottolineava Gissi, si «pone inevitabilmente a carico delle istituzioni scolastiche il compito di far quadrare i conti nella programmazione annuale dell’attività».

Il limbo in cui è finita la legge, a giudizio della leader sindacale, potrebbe allora essere utilmente impiegato per porre mano a questa e altre criticità della riforma. Come, per esempio, la mancata indicazione di un docente specifico per insegnare la nuova materia, affidata «in contitolarità» a più professori, che fanno riferimento a un non meglio specificato collega «con compiti di coordinamento».

Il tutto, altro punto dolente segnalato dal sindacato, senza «incrementi o modifiche dell’organico, né ore di insegnamento eccedenti rispetto all’orario» e senza la previsione di «compensi, indennità, rimborsi di spese o altri emolumenti». Insomma, una riforma a costo zero, che lascia «molto perplessa» la segretaria Gissi. «Anche questa vicenda – conclude – dimostra che in tanti si cimentano con la scuola, ma senza avere la necessaria conoscenza della complessità delle questioni».

Tutte problematiche su cui il Ministero dell’Istruzione, sollecitato daAvvenire, non ha voluto prendere posizione. A partire dalla domanda principale: perché la legge non è stata pubblicata entro i termini previsti? «Non mi stupirei se si trattasse di distrazione o incuria», dice, laconicamente, Cristina Giachi, vicesindaca di Firenze e presidente della Commissione istruzione, politiche educative ed edilizia scolastica dell’Anci. L’Associazione dei Comuni italiani si era fatta promotrice di una proposta di legge di iniziativa popolare sull’educazione alla cittadinanza, sottoscritta da più di centomila cittadini, che aveva dato avvio all’iter parlamentare arrivato a conclusione il 1° agosto.

«La nostra proposta era più articolata e, alla fine, si è arrivati a questo compromesso – ricorda Giachi –. Questo slittamento potrebbe anche essere l’occasione per rimetterci mano, anche se non sono fiduciosa che ciò possa avvenire. Per il governo è stata soltanto una battaglia di bandiera senza la minima attenzione ai contenuti. E anche questo scivolone finale dimostra la scarsa cura che ha caratterizzato l’intera vicenda. L’ennesima occasione persa».

Il 2 agosto, all’indomani dell’approvazione della legge, Avvenire aveva salutato con favore il ripristino dell’Educazione civica a scuola

Avvenire

Collegio cardinalizio, ecco come “cambierà” nei prossimi mesi

Avvenire

Ieri ha compiuto 80 anni il porporato irlandese Sean Baptist Brady, arcivescovo di Armagh dal 1996 al 2014, creato cardinale da Benedetto XVI nel novembre 2007. Ordinato sacerdote a Roma nel 1964 Brady si è laureato in diritto canonico presso la Pontificia Università Lateranense nel 1967. Il suo primo incarico è stato quello di docente presso il St. Patrick’s college di Cavan, dal 1967 al 1980, quando è stato nominato vice rettore del Pontificio Collegio Irlandese a Roma. Nel 1987 è diventato rettore del medesimo Collegio, incarico che ha mantenuto fino al 1993, quando è ritornato in Irlanda per diventare parroco. Nel dicembre 1994 è stato nominato arcivescovo coadiutore di Armagh e ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 19 febbraio 1995. Quando il cardinale Daly, il 1° ottobre 1996, ha presentato la rinuncia al governo pastorale, gli è succeduto come arcivescovo di Armagh e Primate di tutta l’Irlanda. Dall’ottobre 1996 al settembre 2014 è stato anche presidente della Conferenza episcopale irlandese.

Con gli 80 anni di Brady il numero dei cardinali elettori scende a 118 su 216 (di cui 72 creati da ciascuno degli ultimi tre Pontefici). Dei “votanti” 57 sono quelli creati da Francesco, 43 da Benedetto XVI e 18 da Giovanni Paolo II. Tra i votanti ci sono ora 50 europei (di cui 22 italiani), 21 latinoamericani, 12 nordamericani, 16 africani, 15 asiatici e 4 dell’Oceania. I curiali e quelli residenti a Roma sono 27 (tra cui 11 italiani), mentre i “religiosi” sono 23 (di cui 4 della congregazione salesiana, la più rappresentata; seguono con 2 ciascuna i gesuiti, i domenicani e gli spiritani). Dopo l’Italia le nazioni con più porporati sono gli Stati Uniti (9), Spagna (5) e poi Brasile, Francia, India e Polonia (4 ciascuno). Canada, Germania e Messico ne hanno 3, mentre ne contano 2 Argentina, Perù, Portogallo e Venezuela. L’Irlanda non ha più cardinali elettori.

Da qui a fine anno ci saranno altri quattro cardinali che supereranno gli 80 anni: l’africano Laurent Monsengwo Pasinya il 7 ottobre; il polacco Zenon Grocholewski l’11 ottobre; l’italiano Edoardo Menichelli il 14 ottobre; e l’indiano Telesphore Placidus Toppo il 15 ottobre. E saranno in quattro a farlo nel corso del prossimo anno: il libanese Bechara Boutros Rai il 25 febbraio; gli italiani Agostino Vallini il 17 aprile e Lorenzo Baldisseri il 29 settembre; lo statunitense Donald William Wuerl il 12 novembre.
Tenendo conto del limite di 120 cardinali votanti stabilito da Paolo VI e confermato (ma più volte superato) dai successori, a fine anno quindi ci saranno (almeno) sei “posti liberi” per un eventuale Concistoro (ma la data classica della solennità di Cristo Re, il 24 novembre, cade durante il viaggio in Thailandia e Giappone, tuttavia non ancora confermato ufficialmente), “posti liberi” che saliranno ad (almeno) dieci nel 2020.

Pane ed educazione per la Terra Santa: le sfide dei salesiani

da Avvenire

Domenica, 18 Agosto 2019

Essere dei buoni cristiani e onesti cittadini è stato uno dei richiami più forti di san Giovanni Bosco ponendo un occhio di riguardo all’importanza di educare i giovani e a cercare di garantire, anche ai più disagiati, un futuro che coniughi dignità, riscatto e speranza. A questo mandato del fondatore della Società di San Francesco di Sales restano fedeli anche oggi in Terra Santa i suoi figli, i salesiani, un drappello di valorosi religiosi dai 30 ai 90 anni di età, molti dei quali di origine italiana. Una presenza che risale al 1891 e che è confermata da opere simbolo, collocate spesso ai margini del “muro della discordia” che divide israeliani e palestinesi. Fra le più conosciute la cantina di Cremisan, da cui ogni anno escono 180mila bottiglie, tra cui pregiati brandy e creme di limoncello, vendute, nonostante gli alti costi di spedizione, in tutto il mondo e che, sorta nel 1885, ancora oggi consente la produzione del “vino” da Messa per cattolici e ortodossi; e poi il forno di Betlemme, il più antico della città, rimasto aperto anche durante i periodi di coprifuoco durante l’intifada, che da anni riesce a distribuire gratuitamente il pane a cento famiglie bisognose e a sfornarne 15 di tipo diverso per i palati più variegati.

Si tratta di realtà e “patrimoni di carità” che hanno permesso negli anni alla Famiglia religiosa di autosostenersi e così assicurare, di riflesso, la sopravvivenza di importanti avamposti educativi in questa terra. Basti pensare agli oratori, alle parrocchie e alle scuole professionali o al prestigioso istituto universitario di Ratisbonne a Gerusalemme dove molti salesiani in formazione soggiornano per lunghi periodi «per approfondire le radici teologiche e bibliche del rapporto tra giudaismo e cristianesimo », ci rivela il 31enne egiziano Edward Gobran. Ad essi si aggiunge il liceo di indirizzo tecnologico di Nazareth, ritenuto dallo stesso governo israeliano per il suo livello di istruzione un istituto di eccellenza. «Il nostro obiettivo – racconta Adele Amato a capo del Planning and development office dell’ispettoria salesiana del Medio Oriente – è quello di vigilare sulla trasparenza dei donatori, riservando la massima attenzione alla gestione delle risorse e alla sostenibilità. Il nostro sogno? Liberare il più possibile i nostri padri da ruoli amministrativi per restituirli alla loro vocazione delle origini: educare i giovani». Una prospettiva che trova d’accordo l’attuale superiore dell’ispettoria salesiana del Medio Oriente, che comprende oltre a Israele, Palestina, il Libano, l’Egitto, la Siria e solo fino a pochi anni fa l’Iran e composta da una settantina di religiosi. Spiega il venezuelano don Alejandro José Leòn Mendoza: «Il fine ultimo è proprio questo: coinvolgere sempre più le forze laiche attraverso un progetto di accom- pagnamento e formazione».

Tra i progetti infatti messi in cantiere dai missionari salesiani, nel corso di questi anni in accordo con il patriarcato latino di Gerusalemme, vi è la trattativa, «incominciata più di vent’anni fa», tiene a precisare don Alejandro, per la cessione in leasing di una parte dei terreni di Beitjemal, la casa fondata dal salesiano don Antonio Belloni che si estende su 103 ettari lungo le colline della Giudea, a 30 chilometri da Gerusalemme. Gli appezzamenti sono destinati dal piano regolatore della vicina città di Beit Shemesh ad aree edificabili per l’espansione del centro urbano. Una vicenda quest’ultima salita agli onori delle cronache in Italia per la ricostruzione dei fatti distorta e affrettata fornita da un articolo del marzo scorso su “L’Espresso” che trasformava questi eroici figli di Don Bosco in “palazzinari di Terra Santa”. «La realtà dei fatti è molto diversa – sottolinea don Alejandro José Leòn Mendoza – . La cessione in leasingconsentirebbe alla nostra Congregazione di poter contare su introiti che permetterebbero di realizzare una serie di attività a beneficio dell’intero territorio e delle minoranze cristiane, a partire dal sostegno alle opere del patriarcato di Gerusalemme, destinatario della metà dei ricavi». E aggiunge un particolare: «Potremmo così rilanciare strutture come Cremisan su cui si potrebbe avviare una ristrutturazione capace di trasformare il complesso in una casa di formazione permanente per lo studio della Bibbia e della spiritualità salesiana». E a colpire della vasta casa di Bejtgmal, che in passato è stata un’ex scuola agricola, è il silenzio che la circonda con i suoi uliveti secolari. Ma anche la storia che vi si respira: la tradizione vuole che qui riposi, in un sepolcro, il corpo del martire Stefano. Sempre tra queste mura ha prestato il suo ministero il coadiutore salesiano Simon Srugi, oggi venerabile e ricordato tuttora per la sua assistenza medica ai poveri.

«Il nostro essere in questo angolo di Israele in pieno contesto ebraico – racconta il direttore della struttura, il salesiano Gianmaria Gianazza, classe 1943 con una specializzazione in lingua e letteratura araba sui manoscritti cristiani all’Università dei gesuiti di San Giuseppe a Beirut e allievo proprio in queste discipline del gesuita Peter Hans Kolvenbach– consente di far sperimentare ai pellegrini in visita un’autentica catechesi essenziale sul cristianesimo grazie alla bellezza del paesaggio». Un “vendita” dei terreni che potrà dare un po’ di ossigeno e fiato per «rimettere in sesto le nostre opere che necessitano di interventi urgenti come l’oratorio, il centro giovanile, il nostro museo dei presepi ma anche le aule scolastiche», osserva il salesiano originario di Aleppo, don Bashir Souccar, direttore della scuola tecnica di Betlemme frequentata da 180 ragazzi al mattino e altrettanti nel pomeriggio.

Fra i luoghi e presidi formativi c’è quello di Nazareth con le sue scuole, frequentate da circa 400 studenti (in maggioranza musulmani), tra primaria e secondaria con l’indirizzo tecnologico (considerato un trampolino di lancio a chi si diploma per accedere alle più prestigiose università di Israele, in particolare alle facoltà di ingegneria) assieme all’oratorio. «In ogni contatto diretto con i giovani – osserva il direttore di quest’opera il veneto don Lorenzo Saggiotto – cerchiamo di investire molto sui valori umani sulle orme di quanto ci ha trasmesso il nostro fondatore Don Bosco». Un impegno educativo nel solco della recente Dichiarazione sulla fratellanza umana e sulla convivenza comune di Abu Dhabi firmata nel febbraio scorso da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib. È il clima di accoglienza che si respira proprio tra le ampie navate della Basilica dedicata a Gesù Adolescente a Nazareth.Un luogo “molto salesiano” anche nella sua simbologia: non distante dall’ambone e dall’altare campeggia una bella icona di stile bizantino che ritrae Gesù con al suo fianco quasi a “guidarlo” il giovane salesiano san Domenico Savio. «Un luogo di culto – annota don Saggiotto – che rappresenta un punto di riferimento per la vita comune non solo dei cattolici che sono una minoranza ma anche per i cristiani delle varie confessioni. Tutti qui si sentono figli della “stessa” parrocchia». Un segno quasi profetico che ha soprattutto il sapore della testimonianza. Simile alla frase ispirata da Don Bosco che questo piccolo e variegato “esercito” di preti porta incisa sul retro di una semplice croce metallica che indossano quotidianamente: «Studia di farti amare». «È proprio così – è la riflessione dell’economo ispettoriale e direttore della cantina, il veneziano don Pietro Bianchi –. Vogliamo stare in mezzo ai ragazzi e alla gente del luogo avendo a cuore il loro sviluppo e il loro futuro nella terra di Gesù».

CALDO: OGGI IL PICCO, DA DOMANI PIOGGE E CALO TEMPERATURE

Ansa

ZANZARE FANNO 725MILA MORTI L’ANNO, OGGI E’ ‘MOSQUITO DAY’ Durerà fino a domani l’ondata di calore sull’Italia. Oggi il picco, con 36-37 gradi in Umbria, Toscana e Puglia. Poi è previsto un calo delle temperature a partire dal Nord. Dengue, febbre gialla, zika e la ‘big killer’ malaria: tante le malattie trasmesse dalle zanzare, che causano 750mila morti l’anno. Oggi è il ‘World Mosquito Day’, per attirare l’attenzione sui rischi

HONG KONG, OGGI LA MANIFESTAZIONE DEGLI STUDENTI

ansa

TWITTER E FB BLOCCANO CENTINAIA DI ACCOUNT CINESI Una nuova manifestazione è prevista oggi a Hong Kong, che stavolta coinvolgerà gli studenti delle scuole superiori. Twitter e Facebook intanto bloccano la propaganda cinese contro le proteste: i due social hanno sospeso centinaia di falsi account originati in Cina che avevano come obiettivo quello di minare la legittimità delle proteste.

GOVERNO, OGGI LE COMUNICAZIONI DI CONTE AL SENATO

DI MAIO: SALVINI HA COMBINATO DISASTRO, PAROLA A MATTARELLA Oggi giornata chiave per la crisi di Governo. Alle 14:30 la conferenza dei capigruppo, poi alle 15 le comunicazioni di Conte al Senato. Dopo l’intervento del premier comincerà il dibattito e si potrebbe arrivare al voto sulle risoluzioni. Conte potrebbe però giocare d’anticipo e annunciare direttamente la sua intenzione di dimettersi. Di Maio si affida a Mattarela, affermando che Salvini ha “combinato un disastro” e che un governo con Renzi, Lotti e Boschi è solo una “bufala della Lega”

ansa

La legge di bilancio dietro la crisi (e le tre strade del Pd)

Pubblichiamo questa riflessione di Giorgio Tonini, consigliere provinciale a Trento e presidente del gruppo del Partito Democratico del Trentino. Senatore dal 2001 al 2018, Tonini è stato vicepresidente del gruppo del Partito democratico in Senato, presidente della Commissione Bilancio e membro della segreteria nazionale del Pd.

E’ stato presidente nazionale della Fuci, sindacalista della Cisl, coordinatore politico dei Cristiano sociali e dirigente dei Democratici di Sinistra.

Il suo articolo, comparso sul sito di Libertà Eguale, un’associazione di cultura politica nata nel 1999 per opera di riformisti provenienti dalle più diverse esperienze nell’ambito del centrosinistra italiano.

La decisione di Matteo Salvini di porre fine, dopo appena un anno e mezzo, all’esperienza di governo della Lega col Movimento Cinquestelle, ha aperto davanti all’Italia uno dei passaggi più drammatici della sua storia. La ragione alla base della decisione del leader della Lega è chiara come il sole e non ha nulla a che vedere con l’alta velocità ferroviaria. La mozione grillina sulla Torino-Lione, bocciata in Senato, era inoffensiva e rappresentava nei fatti una resa di Di Maio e compagni al partito trasversale e largamente maggioritario a favore del tav.

Salvini non vuole assumersi la responsabilità della prossima legge di bilancio

No, la verità è un’altra: Salvini ha aperto la crisi perché non vuole e non può assumersi la responsabilità della prossima legge di bilancio. Come deve avergli spiegato il fido Giorgetti, che non a caso è stato il primo a parlare di crisi di governo, la legge di bilancio è strutturalmente incompatibile con l’escalation di promesse della quale il leader leghista si è reso protagonista negli ultimi mesi. Dunque Salvini si è trovato dinanzi ad una scelta ineludibile: o fare la legge di bilancio, o continuare con la sua propaganda. E ha scelto la propaganda.

Non si tratta di dietrologia maliziosa, ma di aritmetica elementare. In un contesto economico in bilico tra stagnazione e recessione, la prossima legge di bilancio deve trovare, solo per il 2020, 23 miliardi per evitare che scatti la clausola di salvaguardia dell’aumento delle aliquote IVA. Un punto e mezzo di pil solo per cominciare. Con altre spese obbligatorie si sale subito a 30. Poi arriva il conto delle promesse ripetute in tutte le piazze (e le spiagge) d’Italia: a cominciare dalla “flat tax” e dalla “pensionabilità” del bonus Renzi (i famosi 80 euro). Mal contati fanno quasi 50 miliardi. Salvini vorrebbe finanziarli in deficit, ma Giorgetti gli ha spiegato che l’Europa non ce lo permetterebbe mai. E se anche lo facesse, sarebbero i mercati a punirci, facendo salire lo spread a livelli insostenibili.

La “doccia gelata” e le tre strade del Pd

Dunque, se non vogliamo uscire dall’euro e dall’Europa, che ci costerebbe come una guerra, c’è una sola via d’uscita dalla trappola populista nella quale Salvini ha cacciato se stesso, la Lega, il governo e l’Italia: andare a votare subito, incassare i risultati, in termini di consenso elettorale, della propaganda di questi mesi e far fare poi, dopo il voto, al paese, con la manovra di bilancio, la doccia gelata del brusco ritorno alla realtà.

La strategia di Salvini ha dunque una sua cinica lucidità. E mette il suo unico vero avversario, il Partito democratico, dinanzi ad una scelta di inedita difficoltà. Il Pd ha davanti a sé tre strade, una più difficile dell’altra, fra le quali scegliere quella da imboccare.

1- Il voto subito

La prima, la più piana e diritta, è quella di accettare la sfida di Salvini e non opporsi quindi all’ipotesi di andare a votare subito, tra ottobre e novembre. La sconfitta sarebbe altamente probabile, ma il Pd si rafforzerebbe come principale partito di opposizione, unica vera alternativa possibile alla Lega. E tuttavia, Salvini si troverebbe la strada spianata, e potrebbe avanzare senza trovare alcuna vera resistenza, verso la conquista non solo di Palazzo Chigi, ma anche del Quirinale. Roma, in asse inedito con Mosca, diverrebbe la capitale dell’antieuropeismo e forse della post-democrazia…

2- Il patto di legislatura

La seconda strada, quella più ripida e tortuosa, ma anche ambiziosa, è rispondere alla sfida di Salvini con il lancio di un patto di legislatura col M5S, fondato su due pilastri: il no all’arroganza cinica del leader leghista, arrivata fino all’invocazione dei “pieni poteri”; e il sì ad una linea di cambiamento coraggioso, ma dialogico e costruttivo, in Europa, linea ben rappresentata dal ministro Moavero e in definitiva seguita anche dal ministro Tria e dallo stesso Conte. Si potrebbe riassumerla nella costruzione di un asse Roma-Parigi, orientato a spingere Berlino su una linea di politica economica più espansiva, anche attraverso l’istituzione, sul modello americano, di nuovi strumenti di governo federale dell’economia, finalizzati a sostenere la crescita e l’occupazione attraverso gli investimenti nelle infrastrutture, nelle politiche ambientali, nella ricerca e nella formazione superiore. Il punto debole di questa seconda strada, apparentemente affascinante, è la scommessa sulla capacità del M5S di compiere un gigantesco salto di qualità. Nonostante il segnale molto positivo giunto da Strasburgo, col voto di fiducia dei grillini alla presidente Ursula von der Leyen, è tutto da vedere che ce ne siano i tempi e le condizioni.

3- Il governo della paura

Il rischio è che la ricerca della seconda strada porti in realtà alla terza, a mio modo di vedere la più pericolosa: un governo della paura, politicamente fragile e che finirebbe per collaborare involontariamente con Salvini, togliendogli le castagne dal fuoco, ossia facendo la manovra, coi relativi costi in termini di impopolarità, e lasciandogli la propaganda. Per poi tornare comunque presto al voto, che il leader leghista affronterebbe nelle condizioni tattiche per lui migliori.

Scegliere quale strada imboccare, per il Pd, è dunque una grande e grave responsabilità. Per poter affrontare un passaggio così difficile, è bene tenere bene a mente un vincolo e un’opportunità. Il vincolo è l’unità e la solidarietà interna al partito. Uniti e solidali possiamo farcela, divisi siamo perduti e con noi è perduto il paese. L’opportunità, o meglio si direbbe la risorsa, è l’equilibrio e la saggezza del presidente Mattarella, attorno al quale il Pd unito farebbe bene a stringersi.

fonte: Adista

Regaliamoci, in questo periodo di fine Agosto che tante nubi addensa sul nostro tempo di uomini, un momento di sguardo libero, di sguardo di speranza luminosa

Sappiamo che il dolore c’è, che esiste, che pervicacemente rimane nelle vite degli uomini. Ma oggi, nel centro dell’estate, concediamoci la speranza che ci fa dire con Umberto Saba: «tutto si muove lietamente, come / tutto fosse di esistere felice».

 

È bello che nel mezzo della nostra estate giunga, attesa, la festa dell’Assunta.

È bello perché una festa religiosa, mariana, materna fa da perno al tempo del riposo e dello svago, della tregua e del ritmo lento. L’estate, la bellezza della natura nel suo slancio, della sua forza e grandezza, incontrano la festa dell’Assunta. La stagione celebra la vita, l’uomo si ferma nel mezzo di agosto e gode della festa: festa di un destino personale che diviene meta per tutti. La vita continua, la vita ha un fine, la vita è eterna.

C’è una luce che la natura ci regala in questi giorni, sia nel cielo notturno (le famose stelle cadenti di san Lorenzo), sia nella luce del giorno. Ci è facile, in questi momenti, immaginare «la donna vestita di sole» di cui parla l’Apocalisse, ricordando però che oggi noi celebriamo soprattutto una donna umile, piccola, resa grande dalla potenza dell’amore di Dio, come canta il Magnificat che sta al centro del Vangelo di oggi.

Oggi celebriamo la luce e la vita che scardinano dolore e morte, limite e fragilità.

Sono immagini che mi hanno rimandato a una poesia di Umberto Saba, Principio d’estate, tratta dalla sezioneUltime cose del Canzoniere:

Dolore, dove sei? Qui non ti vedo;
ogni apparenza t’è contraria. Il sole

indora la città, brilla nel mare.

D’ogni sorta veicoli alla riva
portano in giro qualcosa o qualcuno.
Tutto si muove lietamente, come
tutto fosse di esistere felice.

Regaliamoci, in questo ferragosto che tante nubi addensa sul nostro tempo di uomini, un momento di sguardo libero, di sguardo di speranza luminosa: che siamo al mare, in montagna, in città, a casa nostra. Guardiamo questo nostro giorno con la domanda: «Dolore, dove sei?».

Sappiamo che il dolore c’è, che esiste, che pervicacemente rimane nelle vite degli uomini. Ma oggi, nel centro dell’estate, concediamoci la speranza che ci fa dire: «tutto si muove lietamente, come / tutto fosse di esistere felice».

Maria, l’Assunta, ci aiuti a ricordare che la vita è chiamata a superare il dolore; che «ogni apparenza t’è contraria».

Che bello se potessimo cantare: «il sole / indora la città, brilla nel mare».

Che bello se per un attimo potessimo godere della luce di questa nostra giornata e sentire tutta la forza della vita che si innalza al cielo.

in vinonuovo.it

 

Prestiamo attenzione a non perseguire un clima esistenziale, ecclesiale pacifico ma ‘freddo’ come la morte e a non rifuggire un clima di divisione ‘infuocata’ ma vitale?

Cari lettori, in un tempo di crisi e di frammentazione, difficile da analizzare e, almeno per ora, apparentemente impossibile da sintetizzare, la meditazione personale delle letture domenicali fa spesso risuonare in noi più domande che risposte. Ma, nel momento in cui abbiamo il coraggio di condividere tali domande, scopriamo che esse, oltre ad evidenziare le differenze che ci caratterizzano, sono spesso molto simili, se non identiche, a quelle che risuonano negli altri. Pensiamo perciò che possa essere utile proporvi di sostare un attimo in compagnia di queste domande soltanto, nella speranza che, a vostra volta, vogliate qui condividere quelle che risuoneranno in voi dalla meditazione personale sulle stesse letture. In tal modo, potremmo forse ritrovare le tracce per ricucire le singole differenze e tessere nuovamente, su basi bibliche, quell’universalità, quella ‘cattolicità’ della fede che oggi molti invocano…

La cappella della guerra e della pace, Picasso

***

1^ LETTURA – In quei giorni, i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male». Il re Sedecìa rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi». Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremìa con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremìa affondò nel fango. Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia» (Ger 38, 4-6.8-10).

GILBERTO: «Geremia finisce in prigione per aver predetto la caduta di Gerusalemme come parte del piano di Dio: siamo capaci di accettare che la “Gerusalemme” che noi abbiamo in testa sia invasa e depredata, come parte del piano di Dio? O anche noi cerchiamo di mettere a tacere coloro che ci chiamano al cambiamento e al rinnovamento interiore?».

SERGIO: «Quali parole profetiche possono essere giudicate dal Potere come un male che scoraggia il benessere del popolo e chi combatte in difesa di esso? Abbiamo il coraggio di dire al Potere quanto sbagli nell’infangare, nel mettere a morte queste ‘parole’? Chi detiene il Potere ha l’umiltà di riconoscere quanto siano sbagliate alcune sue decisioni mortifere?».

SALMO – “Ho sperato, ho sperato nel Signore, / ed egli su di me si è chinato, / ha dato ascolto al mio grido. / Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose, / dal fango della palude; / ha stabilito i miei piedi sulla roccia, / ha reso sicuri i miei passi. / Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, / una lode al nostro Dio. / Molti vedranno e avranno timore / e confideranno nel Signore. / Ma io sono povero e bisognoso: / di me ha cura il Signore. / Tu sei mio aiuto e mio liberatore: / mio Dio, non tardare” (Salmo 39).

SERGIO: «Quanto siamo capaci di sperare in Dio, nonostante i suoi ritardi nell’ascoltare le nostre grida, chinarsi sui nostri poveri bisogni e tirarci fuori dal fango paludoso per curarci e farci camminare sicuri?».

GILBERTO: «La nostra speranza è nel Signore? O in uomini più o meno vicini alle nostre idee che dovrebbero avere il potere di far andare la storia nella direzione che noi immaginiamo giusta?».

2^LETTURA – “Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.
Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato” (Eb, 12,1-4).

GILBERTO: «Siamo capaci di vedere pesi da deporre e peccati che ci assediano anche là dove invece immaginiamo sia stata storicamente garantita la fede del passato?».

SERGIO: «Quando ci stiamo perdendo d’animo, per avere la forza di resistere e perseverare, pensiamo a quanto ha sopportato Gesù?».

VANGELO – In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» (Lc 12,49-53).

SERGIO: «Prestiamo attenzione a non perseguire un clima esistenziale, ecclesiale pacifico ma ‘freddo’ come la morte e a non rifuggire un clima di divisione ‘infuocata’ ma vitale? Accettiamo che la buona novella ‘arda’ e faccia ardere’, anche a costo di morirne, e perciò sia divisiva, rompa le nostre relazioni familiari, sociali, politiche?».

GILBERTO: «La divisione interna della “famiglia di Dio” sembra sia pensata da Cristo come inevitabile storicamente. Sappiamo leggere in questa direzione e accettarne le condizioni il periodo storico che la Chiesa sta attraversando?».

vinonuovo.it

Chiesa tra le case

di: Edizioni Dehoniane Bologna
Chiesa tra le caseDescrizione dell’opera

Nei grandi centri urbani, dove aumenta l’anonimato, le appartenenze sono fluide e si moltiplicano i «non luoghi», le parrocchie sembrano soffrire di un’ impostazione ancora «rurale» che non sembra essere in grado di rispondere ai bisogni spirituali del presente.  Nelle città, soprattutto in quelle di grandi dimensioni, la parrocchia è ancora più sfidata a immergersi nelle esperienze del territorio, nei poli che costruiscono socialità e cultura, negli spazi che esprimono bisogni, solidarietà e di democrazia di base. Al tempo stesso, la sfida consiste nel non perdere una delle qualità più belle della parrocchia, ovvero di essere Chiesa tra le case in grado di ascoltare e di interpretare il territorio per annunciare il vangelo a tutti, in ogni luogo.

Sommario

Introduzione (vescovo Domenico Sigalini)Essere Chiesa tra le case.  I. La contestazione della solitudine(Antonio Mastantuono). 1. Città osservabile e società urbana.  2. Mobilità, dislocazione, eterotopia. La mobilità. La dislocazione e l’eterotopia.  3. La parrocchia e la città. Quale stile per una parrocchia in una grande città?  II. Parrocchia e territorio (Giovanni Villata). 1. La nostra prospettiva.  2. Che cosa fanno le parrocchie.  3. Le nuove sfide che vengono dal territorio oggi. Il problema. Siamo tutti vulnerabili. Una diversa visione dell’uomo.  4. Come la parrocchia può accogliere tali sfide?  5. Parrocchie, punti di riferimento.  III. La parrocchia come rete(Augusto Bonora). 1. La rete come immagine evangelica.  2. L’immagine della rete, come modello di accostamento alla Chiesa.  3. Il volto concreto della comunità parrocchiale come rete.  4. Una Chiesa di rete, in uscita, verso le periferie cittadine.  Conclusione.  IV. La parrocchia ha una progettualità? (Salvatore Ferdinandi). Premessa. 1. Presupposti teologico-pastorali.  2. La Chiesa a servizio della comunione. Necessità di una pastorale generativa, dentro le caratterizzazioni e i contesti attuali. Come farsi compagni di cammino nella fede e alla fede, alla luce del racconto di Emmaus (Lc 24,13-35).  3. La parrocchia impara a «pensarsi al futuro», per una rinnovata progettualità pastorale. Necessità che le nostre comunità s’interroghino.  4. Verso una pastorale progettuale e integrata, stile della parrocchia missionaria. Alcune attenzioni per una progettualità pastorale rinnovata.  5. Qualche provocazione come conclusione.

Note sugli autori

Domenico Sigalini è vescovo di Palestrina ● Antonio Mastantuono è docente di Teologia pastorale alla Pontificia Università Lateranense ● Giovanni Villata è direttore del Centro studi e documentazione dell’arcidiocesi di Torino ● Augusto Bonora è parroco di san Galdino a Milano  ● Salvatore Ferdinandi è vicario generale della diocesi di Terni-Narni- Amelia.

Mastantuono, Villata, Bonora, Ferdinandi, Chiesa tra le case. La parrocchia alla prova delle grandi città, collana «Cammini di Chiesa», EDB, Bologna 2017, pp. 72, € 7,50. 9788810521540

Settimana News

Mosè, ovvero ciascuno di noi

copertina

di Roberto Mela Settimana News

Un viaggio di quasi quattro mesi in vari paesi dell’Africa per visitare i confratelli in qualità di Superiore generale della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (dehoniani) è stato l’occasione scatenante, l’input di scrivere un libro sulla figura di Mosè.

L’autore avverte chiaramente che il libro dell’Esodo e la figura di Mosè possono essere letti solo in situ, cioè in Africa e in Egitto. Le varie situazioni incontrate, compreso i luoghi segnati da un paesaggio a volte aspro, senz’acqua, desertico, ha riportato alla memoria dell’attuale vescovo di Hildesheim la figura del grande profeta protagonista dell’esodo del popolo di Israele dalla schiavitù in Egitto.

Wilmer ha percepito Mosè come rappresentativo di ogni persona, specchio in cui ognuno può ritrovarsi, specialmente se rivestito di qualche compito di guida e di responsabilità nei confronti di persone, comunità cristiane e di consacrati, alunni di collegi…

L’autore ripercorre diversi momenti della sua esperienza di giovane docente e poi di direttore di un grande collegio diretto dai padri dehoniani ad Handrup, nel nord della Germania, oltre a momenti giovanili di spensieratezza e di discernimento non facile della propria vocazione. Li vede rispecchiati nella figura di Mosè, una chiave per entrare in se stesso. I tredici capitoletti del libro lo dimostrano chiaramente.

Mosè è uno straniero fin dalla nascita, abbandonato (non del tutto) dalla madre; è un omicida rigettato dai suoi proprio mentre vuol liberarli dalla schiavitù. Egli però cede alla violenza e, in fondo, alla propria volontà di protagonismo non scevro da elementi di egoismo autocentrato.

Mosè sembrerebbe forte, tutto d’un pezzo, ma anche lui è un uomo frantumato, con un animo spezzato. Un uomo frantumato che però resta un frantumatore. L’autore cita a questo proposito un pensiero di H. Nouwen: “Siamo eletti, benedetti e spezzati, per poter venire offerti” (p. 40).

Mosè e anche un uomo riflessivo. Rientra in se stesso, fugge nel deserto perché percepisce di aver bisogno di un tempo in cui rimanere solo con se stesso, vivendo alla giornata, senza sogni. Anni di pace lo attendono.

In quel periodo si mostra però curioso, capace ancora di stupirsi, e per questo riceve la rivelazione del nome di YHWH al roveto ardente. Calpestando scalzo un brandello di terra santa, si ritrova a bruciare a sua volta e rivolge anche al lettore la domanda decisiva: Per che cosa bruci, nella tua vita?

Nel deserto Mosè riceve innumerevoli “lezioni di deserto” (Wüstenlektionen): difende le donne soggette a violenza dei pastori, si sposa, si ribella a Dio che lo chiama a liberare il suo popolo. Percepisce di avere personalità e ascendenza ma, allo stesso tempo, trova nella sua balbuzie un impedimento decisivo ad assecondare la missione che YHWH vuole affidargli. Balbuzie di cui l’autore confessa di aver sofferto per un certo tempo della sua fanciullezza, procurandogli le immancabili ferocie (non solo dei compagni, ma addirittura anche dal suo stesso docente di sostegno…).

La parola impossibile però non esiste per Dio. Mosè parte per la sua avventura di liberazione, facendo una cosa da pazzi. Proprio come quella compiuta dall’autore che, sfidando qualche collega che gli dava del pazzo e gli preannunciava la morte di qualche studente, porta in pellegrinaggio a Santiago di Compostela 1.000 ragazzi (con accompagnatori e docenti) su ventidue pullman.

Mosè si trova più di una volta un uomo isolato, solo, solo di fronte alla propria responsabilità, pur avvalendosi di validi collaboratori, Aronne in primis. Si troverà poi pugnalato alle spalle proprio da lui, che cede alla volontà del popolo di trovarsi fra le mani un dio manipolabile, un vitello d’oro che renda visibile l’autore della propria liberazione. Ci si mette poi anche la sorella Maria, che chiede partecipazione e “potere” nel carisma profetico. Mosè sarà grande di cuore e intercederà per la sua guarigione dalla lebbra che Maria contrae per la sua impertinenza (cosa da cui è stato salvato misteriosamente Aronne, che aveva avanzato uguali pretese nei confronti di Mosè…).

Mosè è in ogni caso un uomo fedele, che aderisce con forza al Dio della fedeltà che si è rivelato come un Dio che cammina col suo popolo, che esiste solo in quanto è presenza di liberazione per Israele.

Mosè alla fine si ritrova veramente libero, libero da se stesso, libero perfino dall’onore di portare il suo popolo dentro la terra della promessa e dal tributo di venerazione dato alla sua persona in una tomba ben localizzata e visitabile. Libero da se stesso, dalla pressione di altri, aperto solo al suo Dio, in modo gratuito.

Mosè è un vero maestro di libertà. Hunger nach Freiheit, Fame di Libertà, recita il titolo originale tedesco. Mosè aveva fame di libertà e l’ha saputa soddisfare nella gratuità di un servizio spassionato, che l’ha visto ricevere moltissime lezioni del deserto e arrivare a piangere, nel momento della morte, lacrime di libertà.

Mosè morì “su comando di YHWH” (lett.: “sulla bocca di YHWH, ‘al pî YHWH”). Un racconto apocrifo giudaico narra come egli non volesse morire, ma che, alla fine, si arrese di fronte a YHWH che scese dal cielo e “lo baciò sulla bocca. Mosè morì col bacio di YHWH sulla bocca.

Chiude il volume un pensoso capitoletto dedicato al rischio – denunciato dal rabbino capo Jonathan Saks in una conferenza alla Gregoriana di Roma – che l’Occidente perda la propria anima.

Chiude l’opera una bibliografia sulla figura di Mosè (pp. 191-193).

Libro intrigante, scritto con leggerezza e appropriatezza di interpretazioni bibliche e di numerose annotazioni psicologiche, citazioni teologiche e filosofiche frutto dell’esperienza e della cultura dell’autore, che vanta un curriculum di letture filosofiche e teologiche abbinate all’esperienza di una scuola popolare nel Bronx, alla guida di una congregazione religiosa internazionale (e ora dall’esperienza di guida pastorale di una diocesi).

Lo ringraziamo di questo testo, in molte parti autobiografico.

Piccolissime correzioni: p. 27 r -3 leggasi Ha; p. 56v r -9 e r -8 lo spirito aspro va mutato in dolce; p. 136 r 5 e r 9 leggasi yiśrā’ēl; p. 183 r 9 leggasi umero; p. 193r 4 leggasi Giessen.

Heiner Wilmer, Mosè. Lezioni di deserto per partire e per rinascere. Con la collaborazione di Simon Biallowons, EDB, Bologna 2019 (ed. ted. Hunger nach Freiheit. Wüstenlektionen zum Aufbrechen unter Mitarbeit von S. Biallowons, Freiburg im Breisgau 2018), pp. 200, € 18,50.