
Nato a Brindisi, 47 anni, prete da quando ne aveva 30, oggi parroco nel quartiere brindisino La Rosa, don Schena ha una solida formazione in filosofia e in psicologia clinica, oltre che in teologia. Passo in rassegna i contenuti pubblicati su Instagram negli ultimi 30 giorni: molti i post centrati sull’amore per gli animali, caratteristici della sua comunicazione; un paio su Carlo Acutis, a commento dei film usciti su di lui; altrettanti sull’ultimo libro, “Posso farti una domanda?”, e sull’arrivo in parrocchia di una significativa reliquia del santo a cui è intitolata, Francesco d’Assisi. Le immagini sono assai varie, alcuni assistite o del tutto realizzate dall’IA. Spesso i testi (nei video o nel primo commento) si concludono con un punto interrogativo, a testimoniare la disponibilità di questo presbitero a mettersi in dialogo con chi lo segue. Il volto, il tono della voce, le espressioni, le posture: si conferma per don Schena come per tanti altri missionari digitali popolari la qualità di “bucare lo schermo”, in lui molto ben sostenuta da una parola ricca e tornita.
Anche don Cosimo Schena fa parte dei missionari digitali che si ritraggono nel volume a cura di Paolo Curtaz e Rosy Russo “La Chiesa ti ascolta” (San Paolo 2025). Sono tre pagine che confermano le qualità che mette in mostra sui social. Nella missione digitale questo presbitero vede «una grande opportunità per la Chiesa», purché essa riconosca che «ogni follower può essere un’anima». Ne parla come di una «vocazione» rivolta ai lontani: usare tutto ciò che si è per essere eco della voce del Signore «proprio lì dove sembrerebbe più assente»; saper bussare, anche solo «con una storia, un reel, una frase scritta con il cuore», alle porte «dell’anima di chi non ha più forza per credere». Ma la Rete per lui «non è solo un luogo da evangelizzare», è un’umanità da amare: con lo sguardo, con parole che accarezzano, con empatia. Non teme paragoni forti: se un profilo «riesce a spezzare il pane della Parola e a condividerlo in mezzo a meme e pubblicità (…), è già un altare». A sé stesso e ai compagni e le compagne di missione raccomanda la preghiera, l’autenticità, la verità, la misericordia. E tra le virtù teologali da testimoniare fa una scelta ben precisa: «Un missionario digitale non è un influencer della fede ma un servitore della speranza».
Avvenire