Valore e prezzo della gratuità

Avvenire

Rabbi Giosuè ben Levi disse anche: «Quando esisteva il Tempio, se un uomo offriva un olocausto riceveva il merito di un olocausto; se un’oblazione, riceveva il merito di un’oblazione. Ma chi è umile di spirito, la Scrittura lo considera come se avesse offerto tutti i sacrifici»
Talmud Babilonese

La religione dei profeti è diversa da quella dei sacerdoti. Nella Bibbia sono parte dello stesso popolo, sono dentro la stessa alleanza, venerano lo stesso Dio, dicono le stesse preghiere, leggono gli stessi libri sacri… Ma la prospettiva, le forme e i modi della fede dei profeti non sono quelli dei sacerdoti. I profeti dicono, ricordano e gridano che la giustizia e la salvezza dei singoli e dei popoli non dipendono dai meriti acquistati con le opere e con i sacrifici, che prima siamo salvati e dopo diventiamo pii, religiosi e magari buoni e santi. I profeti svuotano il tempio per poter vedere e farci vedere la presenza della gloria di YHWH, perché sanno che i templi pieni di oggetti sacri e di arredi religiosi non hanno sufficiente vuoto per contenere la gloria di Dio. Legge e spirito, meriti e grazia, Giacomo e Paolo, identità ed inclusione, purezza e meticciato. La dinamica profezia-sacerdozio, una costante biblica e della vita civile, non va letta in modo superficiale. Innanzitutto non riguarda soltanto le religioni: la profezia è bene comune universale, e la tendenza alla clericalizzazione non è esclusiva delle Chiese ma è una costante antropologica della gestione del potere. Nella politica e nell’economia c’è molto clericalismo ateo, e da giovani siamo tutti un po’ profeti e invecchiando tendiamo tutti a clericalizzarci (nel senso che vedremo). Esistono, poi, sacerdoti molto più profetici dei laici (Ezechiele era anche sacerdote).

Anche molte comunità nascono profetiche e poi col passare del tempo molte volte finiscono per diventare comunità sacerdotali radunate dentro e attorno al tempio. Ciò accade quando l’importanza data all’altare dentro le chiese fa dimenticare le croci che stanno fuori, perché è solo il grido dei crocifissi che riesce a squarciare i veli separatori in tutti i templi della terra; quando il valore del “sabato per il sabato” (che pure è valore essenziale) fa dimenticare l’altro valore (altrettanto essenziale) del “sabato per l’uomo”; o quando la virtù della prudenza prende il posto dell’imprudenza delle Beatitudini, l’ordine prevale sul disordine della vita vera, le ragioni della liturgia oscurano quelle dei poveri, gli orari delle funzioni e delle preghiere diventano più importanti dei non-orari dell’amico che arriva e bussa alla porta quando può e quando vuole. Il profeta è sentinella, la Bibbia ce lo dice spesso. È anche sentinella posta sulla soglia del tempio, messa lì a ricordarci che dentro quelle mura ci può essere una presenza vera di Dio solo perché ce n’è una ancora più vera al di fuori, e che il giorno in cui iniziassimo a pensare di trovarlo soltanto o di più nel tempio, entrando vi troveremmo un banale idolo anche se continuiamo a chiamarlo Gesù o YHWH. Il profeta profana il sacro e santifica il profano, perché sa che “dello spirito di Dio è piena la terra”, e quindi che non c’è luogo così profano da non essere irrorato da quella brezza. E la riconosce, la sente, la canta per noi.

Qesti capitoli di Ezechiele dedicati al nuovo tempio ci offrono un ottimo esercizio per imparare a riconoscere i tipici segni della religione dei profeti. Ezechiele non vuole disciplinare il culto del secondo tempio che un giorno sarà ricostruito a Gerusalemme; non gli interessano la legislazione attorno al tempio, la disciplina dei molti tipi di sacrifici, l’abbigliamento, le regole sui matrimoni e le norme di purità dei sacerdoti. Il suo è un tempio risorto, mistico, immagine della nuova Gerusalemme “celeste”: «Figlio dell’uomo, questo è il luogo del mio trono e il luogo dove posano i miei piedi, dove io abiterò in mezzo ai figli d’Israele, per sempre. E la casa d’Israele, il popolo e i suoi re, non profaneranno più il mio santo nome con le loro prostituzioni» (Ezechiele 43,7). Ezechiele vede e descrive il tempio con grande abbondanza di particolari, ma non si sofferma sugli arredi interni, né sull’opera degli artisti e degli artigiani e sui loro manufatti, elementi invece molto importanti e accuratamente narrati nelle descrizioni del tempio di Salomone e ancor prima in quelle dell’Arca dell’alleanza. La sua visione del tempio è teologia, non è etica, è eskaton, non è storia. È un messaggio su Dio e sull’uomo, non sul culto.

Come mai, allora, questi capitoli sono pieni di leggi e regolamenti religiosi? Quando, dopo l’esilio, una scuola di scribi emendò e sviluppò il manoscritto originario di Ezechiele, quella visione profetica fu trasformata in una sorta di magna carta per la ricostituzione del culto nel nuovo tempio di Gerusalemme. La teofania originale divenne un’autorevolissima legittimazione delle nuove norme religiose: e così la profezia divenne religione. Il grande nome di Ezechiele, profeta e sacerdote, fornì una nobile tradizione su cui fondare una riforma delle pratiche religiose e sacerdotali. E così questi capitoli sono diventati una raccolta di regolamenti per la riforma della gestione ordinaria e straordinaria del tempio: «YHWH mi disse: “Figlio dell’uomo, sta’ attento, osserva bene e ascolta quanto io ti dirò sui regolamenti riguardo al tempio e su tutte le sue leggi”» (44,5). Nel frattempo il popolo era tornato dall’esilio, e, nonostante Ezechiele avesse profetizzato anni prima che la fine dell’esilio sarebbe stata anche la fine delle infedeltà e delle idolatrie, i peccati e i tradimenti erano ricominciati e non erano inferiori a quelli dei tempi passati. Ecco allora che i continuatori e (forse) i discepoli di Ezechiele sentirono il bisogno di emendare le profezie originarie, per trasformarle in norme utili a gestire la religione di un popolo tornato corrotto.

Guardiamo due esempi più da vicino. Ezechiele, come gli altri grandi profeti, aveva scritto versi stupendi sull’universalismo e sull’inclusione degli stranieri. Il secondo Isaia, ad esempio, contemporaneo di Ezechiele e anche lui profeta dell’esilio, violando la legge di Mosè che vietava agli eunuchi l’accesso nel tempio, aveva osato scrivere questi versi splendidi: «Così dice il Signore: riguardo gli eunuchi … io concederò loro nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome, migliore di quelli dei figli e delle figlie. Gli stranieri… li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera» (Isaia 56,4-7). Quei sacerdoti post-esilici, invece, nello scrivere la redazione finale del libro di Ezechiele sentirono il bisogno “disciplinare” e istituzionale di aggiungere parole molto distanti dallo spirito del profeta Ezechiele: «Così dice YHWH: “Nessun straniero, non circonciso di cuore, non circonciso di carne, entrerà nel mio santuario, nessuno di tutti gli stranieri che sono in mezzo ai figli d’Israele”» (44,9). La seconda prudenza istituzionale prevalse sulla prima imprudenza profetica. Le esigenze pragmatiche legate alla gestione del tempio portarono i continuatori della tradizione di Ezechiele a rettificare alcuni pilastri di quella profezia, e le (legittime) preoccupazioni “pastorali” produssero, magari in buona fede, una esegesi ideologica del profeta.

Siamo di fronte ad un nitido episodio del processo di normalizzazione di una profezia da parte dei suoi continuatori, che, tra l’altro, si rincontra puntualmente anche nella dinamica dei rapporti tra i fondatori di comunità carismatiche e le seconde e terze generazioni. Un profeta-fondatore, che per vocazione è portatore di una novità spirituale e/o sociale, con la sua vita e parola innova e cambia il pensiero religioso e civile dominante. Nella generazione successiva, esigenze pastorali e organizzative (la gestione del “tempio”, cioè del movimento o dell’organizzazione) generano un progressivo ridimensionamento delle novità vere del suo carisma e il conseguente riassorbimento della novità nel flusso principale (mainstream). È così che le profezie esauriscono o ridimensionano la loro spinta al cambiamento, e ciò che rimane è, in genere, una eredità spirituale ed etica depotenziata della sua carica di trasformazione sociale e spirituale (a meno che non arrivino riformatori che per vocazione fanno rivivere il carisma del profeta: nella Bibbia questo è stato in parte possibile perché durante i secoli nuovi profeti hanno continuato la profezia di chi li aveva preceduti).

Il secondo esempio, che può essere visto come un’applicazione del processo di riassorbimento della profezia originaria, è il discorso sui sacrifici, che in questi capitoli redazionati ed emendati occupa un notevole spazio: «Ai sacerdoti leviti della stirpe di Sadoc, che si avvicineranno a me per servirmi, tu darai – oracolo del Signore Dio – un giovenco per il sacrificio per il peccato… Per sette giorni sacrificherai per il peccato un capro al giorno e verrà offerto anche un giovenco e un montone del gregge senza difetti…» (43,19-26). In quel mondo, i sacerdoti non potevano non difendere i sacrifici, perché il loro compito e il loro mestiere giravano interamente attorno a essi. Grazie ai sacrifici vivevano e vivevano bene: «La parte migliore di tutte le vostre primizie e ogni specie di tributo da voi offerto apparterranno ai sacerdoti» (44,30). I profeti invece non amano i sacrifici. Sanno che sono parte della tradizione del loro popolo, che sono nella Legge di Mosè che è legge anche per loro. Ma ancora prima e più radicalmente i profeti sanno che i sacrifici non sono il linguaggio giusto per comunicare con Dio, perché i sacrifici offerti a YHWH sono molto, troppo simili ai sacrifici offerti agli idoli. La religione dei sacrifici era quella che gli ebrei avevano trovato arrivando a Canaan, quella praticata dai popoli vicini, che molto li influenzò. Che influenzò tutti – tutti tranne i profeti. Perché per chiamata intima loro continuarono a raccontare un Dio diverso, che era diverso anche perché non usava il linguaggio dei sacrifici. Il sacrificio piace agli uomini perché pensano di poter così influenzare e magari controllare Dio. Ma – ci dicono i profeti – è un pensiero sbagliato.

Per questo i profeti erano e sono i primi critici naturali dell’industria del tempio, che, prima e dopo Gesù di Nazareth, uccide i profeti in quanto annunciatori di una “oikonomia della grazia” e della misericordia gratuita che mette radicalmente in crisi la loro “economia della salvezza” basata sui sacrifici e sui loro prezzi necessari. I sacrifici del tempio hanno valore solo se hanno un prezzo; la grazia annunciata dai profeti, invece, ha valore proprio perché non ha prezzo. E nel dirci che la salvezza vera ha un valore infinito perché è senza prezzo, i profeti annullano il valore dei prezzi delle merci religiose dei sacrifici. I profeti liberano le colombe dagli altari del tempio. Le fanno volar via, trasformandole nell’icona dello Spirito libero e gratuito.

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