Una riflessione di padre Marko Ivan Rupnik sulla filosofia del culto. Quella cultura che nasce dalla liturgia

L’Osservatore Romano

(Silvia Guidi) «È abbastanza scioccante: la cultura nasce dalla liturgia». Della liturgia abbiamo spesso un’immagine ridotta, arida, devozionale, ha detto padre Marko Ivan Rupnik (teologo gesuita, artista e direttore del Centro Aletti) nel lungo intervento che ha tenuto mercoledì scorso alle Giornate per l’editoria cattolica, ancora in corso al Centro Congressi Auditorium Aurelia di Roma. «Il gioiello più grande intellettuale e teologico-spirituale del Nuovo Testamento è la Lettera agli Ebrei, e questo testo fa vedere che la liturgia è la sintesi di tutta l’opera che Cristo ha realizzato per l’uomo. È la sintesi. Ma è interessante il fatto che abbiamo attraversato l’epoca moderna quasi dimenticando la Lettera agli Ebrei. E certamente è uno dei testi poco familiari a un cristiano di oggi. Anche l’Apocalisse è una liturgia. È piena di immagini, una dopo l’altra. Ed è interessante che anche questo libro proprio l’epoca moderna lo lascia fuori». Il perché è chiaro, continua Rupnik: per una mentalità che non ha più familiarità con i simboli, questi due testi sono praticamente muti. «La liturgia — continua padre Marko — è una delle cose, penso, meno conosciute del mondo cattolico. È una cosa chiusa, devozionale, anacronista, oppure un happening per attirare la gente. Il più grande studioso del rito latino, Edward Kilmartin, che scrisse un’opera enorme, Rito latino dall’inizio fino ad oggi, dice: “Dobbiamo constatare che la liturgia, l’Eucaristia, per la nostra Chiesa non è la sintesi”». 
La prova del nove del confronto con la realtà della vita di tutti i giorni dimostra che è proprio così. Dio, troppo spesso, viene relegato “dalle nuvole in su”. «Quale progetto pastorale — si chiede padre Marko — si rifà alla liturgia? Quale programma culturale? Quale mentalità, modo di pensare? Urbanistica; arte culinaria; il vestirsi; l’educazione; la scuola; il progetto politico, il progetto sociale. Quasi nessuno ha le radici nell’Eucaristia. È un atto di preghiera. Allora, un autore come Pavel Florenskij invece, nel suo testo più complesso La filosofia del culto, fa vedere lucidamente come veramente la cultura nasce proprio da questa dimensione cultuale, che è un uscire da sé per riconoscere l’Altro, per fare un gesto che io ritengo più grande di me. Allora me ne sto zitto, oppure danzo, disegno, canto. E così avviene la cultura: è la relazione dell’èkstasis, che fa vincere il silenzio e il mutismo, il separatismo e l’isolamento». 
Già il fatto che la cultura di un gruppo esiste — chiosa Rupnik citando Ivanov — è palpabile testimonianza della vita di Dio, perché sennò ognuno sarebbe chiuso nel suo isolamento. 
È Dio la sorgente, perché Dio ha una esistenza comunionale. Nel mondo ebraico, l’essere non è l’essere greco, astratto, individuale; l’essere ebraico è: “io sono con te”. Allora si può capire meglio quale sia la forza, la sorgente, l’energia che spinge l’uomo a parlare, a prendere una decisione, a creare un tessuto comunicativo. «Evdokimov — continua Rupnik — diceva di non capire quando si ripeteva che bisognava usare la cultura per l’evangelizzazione. La cultura di per sé è una realtà spirituale». L’antidoto alla sclerosi della cultura, alla morte di una cultura, è il rimanere innestati nel tralcio vivo di questa esperienza di amore.
«La vera novità culturale del cristiano — continua Rupnik — l’aveva capita già Basilio il Grande. Il cristiano crea come se non creasse: è libero da ciò che crea. Guardate Abramo, il primo: voleva avere un figlio ad ogni costo, e finalmente lo ha avuto proprio quando lui non poteva più farlo da solo. Poi, gli viene chiesto in sacrificio, e Abramo capisce una cosa culturalmente molto importante: ciò che ho ricevuto, se lo dono, colui che me lo ha dato ci penserà, provvederà a lui a farmi avere figli più della polvere della terra».
Dato che il cuore della liturgia è l’Eucaristia, «cosa avviene nell’Eucaristia di così importante che può essere la sintesi? Vedete, noi mettiamo sull’altare il guadagno della settimana. Noi guadagniamo per mangiare, per vivere, e noi offriamo proprio il cibo e la bevanda, quella che rallegra il cuore. Noi offriamo questo, perché siamo già battezzati, capaci di offerta. Adamo solo prendeva. Noi già offriamo. Poi, chiediamo allo Spirito Santo di scendere». 
Allora, il nostro lavoro, la nostra umanità, lavorando, con la discesa dello Spirito Santo, diventa manifestazione della vita di Dio, della vita del Signore. 
«Allora, qui voi cominciate ad intuire, spero — continua padre Marko — perché allora è così importante per la cultura la liturgia. Perché come io so che io sono diventato corpo di Cristo? Come posso essere sicuro che il corpo di Cristo non è una idealizzazione? Solo per una cosa, che segue immediatamente dopo l’epiclesi, nella liturgia; quale? La memoria eterna della Pasqua, che Cristo una sola volta ha offerto sé stesso fino in fondo, fino alla morte, e il Padre lo ha resuscitato. Dalla liturgia nasce un modo di esistere che è pasquale, e il cristiano testimonia la libertà da sé stesso: è libero. Sapete cosa è scritto? Dove c’è il Signore e il suo Spirito, c’è la libertà, e chi non è libero non è di Cristo. Ma ho paura che la modernità ci abbia bocciati sull’esame della libertà». Se non siamo liberi da noi stessi, si apre un vuoto difficile da colmare. Un vuoto che tentiamo di colmare con “buoni propositi” o un volontarismo di breve respiro.
Ripiegati su noi stessi, accumuliamo «intimismi su intimismi. Ma come è possibile se la vita che abbiamo ricevuto è comunionale? Abbiamo scritto milioni di pagine per dimostrare Dio. Basterebbero tre cristiani, che si vogliono bene come figli e fratelli a rivelare che Dio è padre. Io penso — conclude Rupnik — che sia giunto il momento che, almeno quelli che hanno in mano le possibilità di dare nutrimento alla gente, che offrano il nutrimento alla sorgente. Il tralcio come viene attaccato e innestato alla vite. Questa è oggi la questione. Oggi è il tempo dell’essenziale e non dei dettagli: l’essenziale». E l’essenziale è legato alla vita, a un nuovo modo di esistere. «Oggi tutto il mondo parla di urgenza di connettersi, di comunione diretta — come lo volete chiamare — di rete. Il mondo altrimenti va in frantumi. Ma noi siamo ammalati della stessa malattia del mondo: l’individualismo. Berdjaev dice: “Il demonio, che ha veramente secolarizzato la Chiesa, è l’individuo, e non la persona, non la persona ma l’individuo. Oggi bisogna far vedere che la vita che noi riceviamo è comunionale e si realizza considerando l’altro, includendo l’altro. Non si può più costruire un mondo parallelo al mondo. Cristo è venuto a salvare questo mondo».
L’Osservatore Romano, 28-29 giugno 2019.

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