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Scarcerata in Iran l’avvocatessa Sotoudeh

L’avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh (Afp)

Insignita nel 2012 del Premio Sakharov

10 novembre 2020

L’avvocatessa iraniana Nasrin Sotoudeh, celebre per il suo impegno in difesa dei diritti umani, ha potuto lasciare lo scorso 7 novembre il carcere femminile di Qarchack, con un permesso temporaneo concessole per via dell’emergenza covid-19. La notizia è stata comunicata il giorno stesso da Mizan, l’agenzia di stampa ufficiale dell’autorità giudiziaria iraniana.

Definita da numerose testate occidentali come “la più nota prigioniera politica iraniana”, la cinquantasettenne Sotoudeh era stata arrestata nel giugno 2018 dietro le gravi accuse di attività contro la sicurezza nazionale, propaganda contro lo Stato e istigazione alla corruzione e alla prostituzione. Al termine di un processo durato quattro mesi, l’avvocatessa è stata poi giudicata colpevole e condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate.

La fama di Nasrin Sotoudeh deriva dalle importanti battaglie legali da lei condotte in Iran, in particolare a difesa dei diritti delle donne e contro la pena di morte. Per questo suo impegno, l’avvocatessa è stata insignita nel 2012 del Premio Sakharov per la libertà di pensiero dal Parlamento europeo. Le attività di Sotoudeh hanno però portato la donna a duri contrasti con il governo iraniano nel corso degli anni: già nel 2010, infatti, venne arrestata con le accuse di cospirazione contro lo Stato e propaganda antigovernativa e condannata a sei anni di reclusione, in una sentenza che suscitò dure critiche dalla comunità internazionale e in particolare da parte dell’amministrazione statunitense di Barack Obama. Sotoudeh venne poi rilasciata dopo tre anni, ma con il divieto di lasciare l’Iran. Lo scorso agosto, anche la figlia ventenne Mehraveh Khandan è stata arrestata, sulla base di accuse non definite, per venire rilasciata dopo poche ore.

Durante gli ultimi mesi della sua detenzione, Nasrin Sotoudeh ha intrapreso uno sciopero della fame per chiedere il rilascio di alcuni attivisti e prigionieri politici a causa della situazione di emergenza sanitaria. La protesta si è interrotta all’inizio del mese di settembre dopo 45 giorni, quando la donna è stata ricoverata a causa di un’insufficienza cardiaca e trasferita dal carcere di Evin, dove era precedentemente detenuta, alla struttura di Qarchack.

La pandemia di covid-19 ha colpito molto duramente l’Iran, che dall’inizio di novembre ha registrato circa 8.000 nuovi casi al giorno, un numero largamente superiore a quelli di altri Paesi della regione. Dal mese di marzo, il governo iraniano ha concesso circa 100.000 permessi temporanei di rilascio per fare fronte al sovraffollamento delle carceri, ma, come denunciato lo scorso ottobre dall’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, i prigionieri politici sono stati quasi completamente esclusi da questa manovra.

di Giovanni Benedetti

Osservatore Romano