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Sui toni «inquisitori» fuori tempo e sull’importanza del latino

Da ieri due “rimbalzi”. 1) Sul Fatto quotidiano – «Natale, c’è anche un altro Nazareno» – Ferruccio Sansa inizia ironico sul malinteso significato del sesto comandamento per poi lamentarsi del fatto che oggi con «espressione inquisitoria» spesso qualcuno «che si autocertifica laico» chieda, a lui e ad altri, se credono in Dio. Con seguente lamento alternato: «Se credi, sei un baciapile, un democristiano» residuo, «se non credi, un materialista e un relativista». Tranquillo, Sansa: uno che crede nel Dio di Gesù Cristo sa che i toni inquisitori sono sempre fuori posto, e lo sono sempre stati anche quando qualcuno in nome di Cristo li ha usati, come ricorda sempre Francesco: non è un baciapile, e neppure un democristiano. 2) su Repubblica (p. 48) Ivano Dionigi elogia il latino. Per lui «è la lingua ideale per comunicare su Twitter». D’accordo, ma non solo e non da oggi. Ho studiato e anche insegnato molto in latino, parlato da professori e alunni, e in certe circostanze è stato importante sia usarlo e capirlo che abbandonarlo subito per essere capiti meglio, o anche del tutto. Il 21 giugno 1963, al termine dell’esame di diritto canonico il professor Giuseppe Damizia mi disse: «Non habes mentalitatem iuridicam. I ad videndum Papam novum!». Stavano eleggendo Paolo VI… Invece il 7 giugno 1977, invitato ufficialmente a Mosca a parlare in latino, e volendo dire cose molto scomode per il regime ateistico allora retto da Breznev, mi accorsi che non c’era traduzione simultanea e subito cambiai, parlando francese. Fui capito benissimo: subito espulso con tutta la “compagnia” degli italiani che erano stati invitati: rimandati in Italia. Se avessi insistito col latino forse qualcuno avrebbe anche capito, ma non sarebbe successo niente. Ripenso a Sansa: allora i “toni inquisitori” erano molto in voga.

avvenire.itnews