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Senza Chiese l’Europa non esiste

«Ma senza Chiese l’Europa non esiste»
Andrea Galli – avvenire.it
Roger Scruton, 68 anni, intellettuale conservatore, tra i più brillanti filosofi inglesi in attività, è stato uno dei protagonisti del convegno su Dio organizzato dal Progetto culturale della Cei nel 2009. Non sarà presente al prossimo forum del Progetto culturale, intitolato «Processi di mondializzazione, opportunità per i cattolici italiani», però il suo ultimo libro è un contributo a distanza alla discussione, seppur da una prospettiva non cattolica. Si chiama Our Church, la nostra Chiesa, edito da Atlantic Books, ed è una personale rivisitazione di quella confessione che Scruton, figlio di genitori atei, abbracciò in gioventù. E che oggi si trova, nella patria che ha plasmato, in una condizione di sofferta minoranza.

Professore, in Europa l’Inghilterra rappresenta dal Cinquecento a oggi il Paese di punta nei processi di globalizzazione. La Chiesa anglicana è uscita però fortemente ridimensionata da questi ultimi decenni, quasi schiacciata dai cambiamenti. Perché secondo lei? È la forma della “Chiesa di Stato” che ha esaurito la sua funzione storica?
«La Chiesa anglicana rappresenta un compromesso storico, un tentativo di conciliare una visione essenzialmente cattolica del cristianesimo, fondata sull’Eucaristia, con l’obbedienza al potere temporale. Questo potere temporale ha nutrito ed è stato nutrito dallo Stato durante i secoli della costruzione dell’impero e attorno alla Chiesa anglicana è cresciuta una cultura notevole, intrecciata con le tradizioni e i rituali dello stile di vita inglese. Una tale Chiesa è inevitabilmente vulnerabile alla secolarizzazione del potere temporale e all’affermarsi di una visione dell’ordine politico di tipo liberal-socialista. È anche vulnerabile per il declino della sovranità nazionale e la posizione incerta della monarchia in un’età egualitaria come la attuale. Ma la Chiesa anglicana resta qualcosa di più di una Chiesa di Stato: è una Chiesa cattolica legata a doppio filo a una cultura vivente (ma anche morente) e parla ancora a tutti coloro che la condividono».

Nel recente travaglio dell’anglicanesimo tutto o quasi sembra vertere attorno a questioni di etica sessuale (l’apertura all’omosessualità) o di genere (l’episcopato delle donne): perché né il richiamo alla Bibbia, né alla Tradizione riescono a mettere un punto fermo su queste questioni?
«Il problema è che, in parte anche per l’influenza americana, le questioni della sessualità e del genere sono arrivate a dominare la vita politica dei Paesi anglosassoni. I cristiani sono costretti a ritirarsi ed è pericoloso cercare di far sentire la propria voce in ogni ambito in cui gay o femministe rivendichino dei diritti. L’osservazione antropologica elementare, ossia che le religioni sono connesse a riti di passaggio e perciò hanno la sessualità tra i propri principali interessi, non cambia il fatto che sono le autorità secolari più di quelle religiose che cercano di definire ciò che dobbiamo credere riguardo a questi temi».

Il suo libro si presenta come un’elegia del patrimonio anglicano: il sottinteso è che bisogna rassegnarsi a vederlo come “una storia da museo” o può continuare a essere di ispirazione per la società inglese?
«Non si tratta di una storia da museo. Nel mio libro parlo di una storia che riguarda il passato e il suo significato. La Chiesa anglicana è una comunione che vive ed è ancora importante per molte genti di lingua inglese, e in un certo senso ancor più per le persone che non credono al suo messaggio che per quelle che vi credono. Perché dentro di essa è racchiuso il continuum dell’esperienza storica di un Paese, il suo importantissimo sistema giuridico e la sua grande cultura».

Lei conosce bene la cultura europea e l’Italia: c’è una lezione inglese, o anglicana, che le altre chiese europee possono imparare, nel rapporto con i processi di globalizzazione e di secolarizzazione?
«Penso che tutte le Chiese europee debbano trasmettere il messaggio che, senza di loro, la l’Europa non esiste. Le nostre società sono creazioni cristiane, che dipendono su ogni singolo punto da una rivelazione che è stata mediata dalle Chiese e che ha assunto una dimensione sacramentale. Negare questo vuol dire eliminare ogni barriera rispetto a quell’entropia globale che minaccia anche l’Europa. Affermarlo, vuol dire iniziare a riscoprire le cose per cui dobbiamo lottare e che dobbiamo difendere dalla corruzione».

Quando lei si convertì, in gioventù, cosa l’affascinò di più della tradizione anglicana e cosa la affascina di più oggi?
«Rimasi affascinato soprattutto dalla sintesi di valori estetici, morali e spirituali e dalla presenza di fronte all’altare di una comunità in pace con se stessa e in contatto con il proprio passato. E’ esattamente quello che continua ad affascinarmi oggi».