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Scambiare e condividere. La nuova era di Internet

È un boom in tempo di crisi. Nel settembre del 2008, mentre gli impiegati della Lehman Brothers portavano via gli scatoloni dai loro uffici e, insieme a questi, un sistema economico e finanziario al collasso, sempre negli Usa una ragazza di 26 anni, Leah Busque, lanciava una piattaforma su Web che mette in contatto chi ha tempo e voglia di fare piccoli lavoretti con chi ne ha bisogno.

«Immaginate tanti conigli che sbrigano al posto vostro le incombenze che continuate a rimandare» è il messaggio di TaskRabbit. Oggi le persone che guadagnano facendo piccoli lavori attraverso questa piattaforma sono 11mila, tra chi fa qualche esperienza per arrotondare lo stipendio e chi si è trasformato in piccolo imprenditore di sé stesso. Nel frattempo la società di Leah ha aperto sedi in dieci città americane e ha attratto 37 milioni di fondi di investimento.

Dal 2008 la sharing economy – o economia della condivisione – è in piena espansione, con siti, piattaforme e applicazioni tecnologiche che fioriscono ogni giorno con l’obiettivo di favorire lo scambio di beni e servizi in modo diretto fra le persone. In rete ormai si condivide e ci si scambia di tutto: dalla casa ai passaggi in auto, dalle idee al tempo, dagli elettrodomestici ai mobili, dai consigli sui ristoranti alle competenze. Complice la crisi, si riscopre il valore del riuso, del risparmio e del riciclo e soprattutto della collaborazione con gli altri. È un po’ come accadeva una volta fra vicini di casa: mancava la farina e si andava a suonare alla signora del pianerottolo di fronte. Con la differenza che ora il condominio è globale e i “vicini” sono potenzialmente tutti gli utenti connessi alla rete. I portali di consumo collaborativo nascono spesso dal basso, dall’idea di una singola persona o da un’esigenza pratica. Funzionano con dinamiche simili: la registrazione è sempre gratuita, nel caso di transizione avvenuta chi gestisce la piattaforma applica una trattenuta in percentuale sul valore del bene o servizio. Spesso è prevista una copertura assicurativa, ma a contare davvero è il sistema di feedback che permette agli utenti di lasciare una valutazione sui beni o sugli altri utenti.

Una nicchia per nostalgici del baratto e per pochi fissati? A guardare i dati non si direbbe. Airbnb, il sito web dove è possibile affittare la propria casa ad altre persone mentre si è via, ha raggiunto più di 10 milioni di notti vendute e 4 milioni di utenti nel mondo a soli quattro anni dalla sua nascita. Zopa, leader nei servizi del social lending ha favorito prestiti fra privati per 324 milioni di sterline. CouchSurfing, che mette in comunicazione chi viaggia con chi è disposto a ospitarlo ha una community di più di 5 milioni di persone in più di 97mila città del mondo, mentre Blablacar, la piattaforma dove è possibile cercare e offrire passaggi in auto muove ormai 3 milioni di utenti in Europa.

C’è un altro segnale non da poco: gli investitori ci credono. Nel 2011 i venture capitalist americani hanno immesso nel settore 400 milioni di dollari contro i 22 milioni del 2009. Una ricerca di Altimer Group presentata all’inizio di giugno a Londra durante LeWeb, il più importante festival del digitale, ha analizzato 200 piattaforme di sharing economy scoprendo che insieme hanno totalizzato 2 miliardi di dollari di iniezione di capitale.

In Italia all’inizio del 2013 è nata “Collaboriamo!”, la prima directory che raccoglie tutti i servizi collaborativi digitali. Ad oggi ha censito circa 120 piattaforme, ma “Sono ormai molte di più” afferma Marta Mainieri, ideatrice del portale e autrice dell’omonimo libro (Collaboriamo!, Hoepli), che racconta come i social media “ci aiutano a lavorare e vivere bene in tempo di crisi”. “Due anni fa, quando ho cominciato a occuparmi di consumo collaborativo facevo fatica a trovare esperienze italiane” racconta Mainieri, “oggi non riesco più a tenere il ritmo con siti e applicazioni che nascono ogni giorno. È un modo per risparmiare ma anche per condividere e relazionarsi che va ormai oltre il consumo”. Il panorama è variegato. Ci sono esperienze importate dall’estero con Airbnb, sbarcata in Italia dagli Usa nel 2012. “Negli ultimi dodici mesi abbiamo registrato una crescita del 180 per cento con oltre 430mila persone che hanno soggiornato in località italiane” spiega Andrea Lamesa, 31 anni, amministratore delegato per l’Italia e la Croazia. Affidare la propria casa a degli sconosciuti non è così facile, specialmente in un Paese dove il legame con l’abitazione è forte. Eppure la decisione di Airbnb di aprire in Italia è avvenuta a “fatto compiuto”. «Quando lavoravo per Airbnb negli Stati Uniti ci siamo accorti che al portale erano già iscritti 37mila utenti italiani, che mettevano a disposizione case specialmente nelle città d’arte», afferma Lamesa. «Superati i timori iniziali, sono in molti a scoprire un nuovo modo di viaggiare e, dall’altra parte, il piacere del contatto con persone di altri Paesi e culture». Una scelta favorita anche dalla crisi e dalla necessità di reperire del reddito extra? «La motivazione economica è in molti casi la molla iniziale» risponde Lamesa, «ma nella fase successiva si apprezza di più l’aspetto relazionale e umano di questo tipo di esperienza, che diventa un vero e proprio stile di vita».

Perché comprare un trapano che userai tre volte nella vita quando puoi averlo per poche ore al giorno? È la provocazione di Locloc, la prima piattaforma italiana dedicata al noleggio fra privati, dove chi ha bisogno di un oggetto incontra chi lo possiede già e vuole metterlo in affitto. Secondo una ricerca pubblicata su Forbes, nelle nostre case si nascondono beni per almeno 3mila euro. Oggetti che non usiamo mai, dalla gelatiera, all’attrezzatura da mountain bike, alla pochette di paiettes che «è meglio tenere perché prima o poi servirà». Locloc propone di rimettere i circolo questi beni e guadagnarci. «Il funzionamento è semplice» spiega l’ideatrice, Michela Nosé, designer di 36 anni. «Ci si iscrive creando un profilo su Locloc.it o accedendo con il proprio account Facebook e si può iniziare subito a cercare ciò di cui si ha bisogno. Quando chi cerca e chi offre a noleggio si accordano su durata, prezzo e modalità del ritiro dell’oggetto si sottoscrive un contratto di locazione, si paga con carta di credito e si concorda un appuntamento per il ritiro e per la riconsegna». Locloc trattiene il 10 e il 20% rispetto al valore del bene noleggiato e offre una copertura assicurativa che tutela da possibili danni. «Non si tratta solo di un nuovo modo di consumare – afferma Nosé – ma di un cambiamento di mentalità che si può sintetizzare in un motto: paga per quello che vivi e non per quello che possiedi». Anche Michela, come Andrea di Airbnb, dice che «non si tratta solo di una strategia anti-crisi, ma di un nuovo modo di vivere».

 

Emanuela Citterio – avvenire.it