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Reportage. Tra le ferite di Odessa

Nella “piccola San Pietroburgo” sul Mar Nero nevica in aprile, una neve dai grandi fiocchi, spinta da un vento gelido che poco dopo si placa per lasciare posto ad un cielo grigio, fermo e senza nuvole. Sotto quel cielo Odessa sembra come vivere momenti di normalità lungo i suoi viali alberati e nei giardini ordinati che sono il vanto della settecentesca città portuale, fortemente voluta e fondata dalla zarina Caterina di Russia e dal suo favorito, il governatore e militare d’alto rango Grigorij Potëmkin. La statua di Caterina, sebbene accesamente contestata dai nazionalisti ucraini oggi al potere che, paradossalmente non la riconoscono come legittima fondatrice in quanto russa, troneggia ancora nella piazza Katerynynska e, crediamo, vi starà ancora per molto tempo. In città si respira l’aria di un Est di confine, specialmente se ci si spinge fin dentro i vecchi cortili che hanno conservato i medesimi odori, i silenzi delle cose semplici che resistono alle ingiurie del tempo.

Dietro l’apparente tranquillità, si covano sospetti, risentimenti e odi tra cittadini di origine ucraina e cittadini russi o di ascendenze russe, perfino di una stessa famiglia (dove, talora avvengono le separazioni), mentre nella regione del Donbass (immortalata dal grande regista sovietico Dziga Vertov nel film Sinfonia del Donbassa/Entusiasmo, 1931), il conflitto perdura nell’indifferenza dei media internazionali. La frattura definitiva tra le due etnie si è consumata tra la rivoluzione “arancione” e un golpe. Si assiste, dunque, al paradosso di un Paese post-comunista retto su principi nazionalistici e in realtà controllato da una oligarchica economica, dove, però, tutti parlano tranquillamente la lingua russa. Non si dimentichi che all’origine dello stato Russo vi era la Rus’ di Kiev (Kyïv in ucraino) del principe Vladimiro. Alla caduta dell’ex Urss e alla definitiva separazione dalla Russia di Putin è corrisposto un sentimento legittimo di riappropriazione delle proprie radici nazionali che tuttavia si è presto trasformato in nazionalismo che, come tutte le malattie, ha avuto il proprio incubatoio nelle strade della città e negli stadi, a opera di ultrà reclutati per le azioni più violente dalla compagine ultranazionalista di estrema destra dei Pravyi Sektor. La giovane Svetlana, dell’università di Odessa, rammenta che perfino il noto cantautore ucraino Oleh Skrypka, molto amato dai ragazzi, ebbe a dire che quelli che non sanno o non vogliono parlare ucraino meritano di finire in un ghetto come malati di mente…

La città si dispiega, viale dopo viale, palazzo dopo palazzo, nel suo chiaro impianto ortogonale. I colori, verde pallido, rosa e azzurro, ricordano l’architettura sanpietroburghese, ma non la magniloquenza – qui tutto è ben più modesto, fatta eccezione per il sontuoso e magnifico Teatro dell’opera e del balletto e di qualche bel palazzo museale. Il linguaggio del liberty, invece, diventa lo stile dominante in un periodo storico di particolare floridezza mercantile della città portuale, che va pressappoco dal 1880 al 1920. Sebbene non si possa parlare di una vera e propria Belle Époque, come a Riga, in Lettonia, (dove esiste un intero quartiere Art Nouveau dove spiccano le architettura di Michail Osipovic Ejzenstejn, padre del grande regista), vi sono, tuttavia, nella vecchia città esempi di una certa eleganza. Chi conosce bene Odessa la ricorda come città di scrittori e di marinai, di prostitute e di malfattori. Ma sono, forse, ricordi legati a un’altra epoca, quella descritta da Isaak Babel’ nei Racconti di Odessa(1923-1933). Di certo si ricorderà di Puskin che ci visse a lungo, di grandi scrittori come Bulgakov e di Gogol’. Percorriamo l’elegante strada fino al palazzo in stile eclettico dove visse l’autore delle Anime morte che, inspiegabilmente, è in totale stato di abbandono. Mentre dalla piattaforma della grande marittima portuale lo sguardo insegue la prospettiva grigio bianca della celebre Scalinata Potëmkin protesa verso il mare, che un tempo la lambiva. Ufficialmente è chiusa, transennata per lavori in corso di rinnovamento delle superfici di pietra.

La meraviglia di rivedere con lo sguardo della memoria filmica del capolavoro di Sergej Ejzenstejn, inutilmente ridicolizzato dal ragionier Fantozzi del film omonimo e rievocato quasi come un sogno nella bella sequenza diC’eravamo tanto amati di Ettore Scola (1974), con l’occhio ferito della vecchia e l’incombere della carrozzina giù per i gradini, e gli spari immaginati e le grida strazianti come di un mondo e di un secolo scomparsi, le cui tracce sono ancora forti e ben visibili nella Storia e in noi stessi. Per raggiungere Arcadia, il nuovo “paradiso” commerciale di massa della nuova Odessa dove troviamo i simboli delle oligarchie economiche, i palazzi multipiano e i grattacieli costruiti in riva al mare, percorriamo un lunghissimo viale rinserrato da boschi e giardini; in uno di essi c’è un vecchio ex sanatorio formato da diverse palazzine fine secolo immerse in un silenzio che non è più di questo tempo, ma di un altro lasciato ormai alle spalle.

Nel passeggiare tra i suoi vialetti adorni di fiori, panchine e di qualche statua, si ha come un segreto rimpianto per un mondo meno affannato a produrre profitto e cemento. Arcadia, un nome soave per una bruttura edilizia che ha l’odore rancido della corruzione, è, invece, l’affacciarsi aggressivo della globalizzazione in un corpo estraneo dove prima non vi erano che boschi e villini. Oggi c’è il divertimento a buon mercato, unito allo shopping e al lusso volgare di un imponente e minaccioso residence dalla forma circolare, ma dalle fragili fondamenta che vanno lentamente sgretolandosi verso il basso. Nel luna park sottostante, in prossimità della casa consueta degli orrori, uno scheletro riposa dondolandosi placidamente su una sedia a dondolo¿ Quasi senza saperlo, scivoliamo silenziosamente, a ritroso, verso il centro cittadino, verso piazza Maidan, grande spiazzo dominato dalla mole staliniana dell’ex Palazzo dei Sindacati. È un luogo triste, ma per gli abitanti di Odessa, terribile. Dentro e fuori dal perimetro dell’enorme edificio, si è consumata una strage.

Era il 2 maggio 2014 quando, in seguito all’omicidio di un giovane nazionalista, le compagini estremiste del Pravyi Sektor organizzano una violentissima caccia ai filorussi asserragliatisi all’interno dell’edificio. Ci avviciniamo ai cippi funebri posti dai parenti e dagli amici delle vittime sopra una transenna. Svetlana non riesce a trattenere l’emozione: due suoi amici sono morti proprio lì, dove nei giorni che precedettero la strage di maggio con i suoi quarantotto morti (alcuni dei quali bruciati vivi) c’erano le loro tende. Oggi ci sono papaveri rossi posati sull’asfalto. Quel luogo, al pari di altri che popolano come cimiteri il vecchio e il nuovo secolo, è diventato nel tempo, un simbolo di resistenza all’ottusità e alla ferocia. Luogo, dunque, di elaborazione di un lutto collettivo che ovunque e per ciascuno di noi, ha nella memoria il suo detonatore.

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