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Rapporto tra cattolici e democrazia in Italia. Quella strada oggi è stata smarrita. Verrà ritrovata in una qualche nuova forma?

Per quasi cent’anni il cattolicesimo italiano ha elaborato offerta politica ed è stato il perno dello sviluppo democratico e civile del Paese. Quella strada oggi è stata smarrita. Verrà ritrovata in una qualche nuova forma?

Roma, 30.5.2012: visita del presidente del consiglio Mario Monti alla Comunità di S. Egidio

Roma, 30.5.2012: visita del presidente del consiglio Mario Monti alla Comunità di S. Egidio
(alla sua sinistra: Andrea Riccardi, a destra: Marco Impagliazzo).

Con i risultati delle elezioni politiche di circa un mese fa siamo giunti, o meglio, siamo tornati, al “grado zero” del cattolicesimo politico italiano, o quasi. Quella che resta la più grande tradizione politica democratica dell’Italia contemporanea non ha oggi alcuna espressione rilevante a livello nazionale. Non si tratta di un giudizio esagerato. Come non è esagerato dire che, su scala nazionale, siamo tornati al “grado zero” dell’apostolato dei laici in politica. Apostolato dei laici è cercare il regno di Dio gestendo e orientando le istituzioni secolari (cf Lumen gentium 31). Quando ci si riferisce a quel particolare settore della vita sociale che è la politica, la quale è per essenza agire collettivo, l’apostolato non può che assumere forma collettiva. Se oggi non c’è alcuna forma di agire politico collettivo di cattolici in politica o, che è lo stesso, non ci sono cattolici che detengono o contendono la leadership di alcun attore politico rilevante, l’unica conclusione che si deve trarre è che in quel settore, al momento, non si dà alcun apostolato laicale. Mica il cattolicesimo politico è affidato ai cappellani di camera e senato. Ben altro è il loro compito. Detto con altre parole: il cattolicesimo politico italiano è sparito. Un libro si può scrivere da soli, un affresco o una statua si possono dipingere o scolpire da soli. E dunque effettivamente individuale è in qualche caso l’apostolato laicale nei campi della scienza o dell’arte. Ma non in politica, perché politica non si fa da soli.

Locandina della Settimana sociale di Reggio Calabria

Il contributo politico dei cattolici alla democrazia

Certamente i cattolici hanno votato. Del resto, non occorre essere politologi o sondaggisti per sapere che in un Paese con l’80% di battezzati il “voto cattolico” c’è ed è decisivo. E sono proprio i sondaggisti e i politologi a spiegarci che negli ultimi vent’anni sono stati anche solo piccoli spostamenti, come quello di una parte addirittura dei soli cattolici praticanti regolari, a decidere l’esito delle elezioni politiche, in un senso o nell’altro. Il problema è che quando si arriva alla fase del voto il più ormai è fatto. Le alternative sono delineate. L’elettore può scegliere tra le offerte politiche che ci sono, ma non può produrre nuova e diversa offerta politica. Scegliere è già molto, ma elaborare offerta politica è molto di più. Soprattutto in tempi di transizione come questi.

Per quasi cento anni, e in particolare per la parte centrale di questo lungo periodo, il cattolicesimo italiano ha elaborato offerta politica. E un’offerta politica che non solo ha saputo meritare il consenso di tanti cattolici (non di tutti, e legittimamente!), ma anche quello di tanti, tantissimi non cattolici. Anche per questo il cattolicesimo politico è stato il perno, spesso pressoché unico, dello sviluppo democratico e più in generale del contributo politico allo sviluppo sociale e civile del Paese. Affermare che il cattolicesimo politico possa vivere, e dare il proprio contributo alla democrazia e alla società italiana, limitandosi a operare sul lato della domanda politica (il voto) e non anche, e soprattutto prima, su quello dell’offerta politica (i partiti) non si sa se è più espressione d’ipocrisia e di raggiro o segno di spaventosa ignoranza. In ogni caso è quello che tanti, laici ed ecclesiastici, hanno provato a raccontarsi e a raccontarci anche in questi ultimi mesi. Un’altra delle balle raccontate (consapevolmente?) in queste ultime settimane era che i cattolici sparsi nei vari schieramenti avrebbero potuto alla bisogna coalizzarsi e imporsi. A parte che questo ragionamento suppone che vi siano nell’agenda politica molte tematiche indifferenti alla fede e solo alcune invece per questa rilevanti – una tesi da brividi (rispetto a quale vicenda la fede cristiana può restare indifferente?) –, esso dimostra ancora una volta o ipocrisia o ignoranza.

La democrazia razionalizza e qualifica la politica proprio perché organizza gli eletti. Ciò è indispensabile soprattutto in un sistema, come il nostro, che non ha compiuto il passaggio al presidenzialismo e al maggioritario. Il candidato prima e l’eletto poi rispondono al capo partito (leader della maggioranza o dell’opposizione) che risponde agli elettori. Se qualcuno/a accetta una candidatura (e poi l’elezione) o è perché condivide la linea del leader o è perché sta lì a fare bella e remunerata presenza: specchietto per le allodole, ovvero per gli elettori. La storia dei (cosiddetti) “indipendenti di sinistra” (di centro, di destra o di qualsiasi altro tipo) mostra e dimostra questa regola della democrazia. Il resto sono chiacchiere. Chiacchiere di cui ci hanno riempito i numerosissimi indipendenti di questa tornata e poi gli ecclesiastici inventatisi leader politici e miserrimamente naufragati.

Irrilevanza dell’offerta politica

Se non si fa offerta politica, non si esiste politicamente. Di più. Se non si fa offerta politica per provare a vincere, e dunque accettando di poter perdere, politicamente non si esiste. E questo, ad abundantiam, è stato mostrato dalla disfatta elettorale subita dal centro “montiano” (non da Monti, lui si è ben guardato dal mettersi in gioco rinunciando alla condizione di “senatore a vita”). Non molto mondo cattolico, ma molti esponenti di vertice di vario movimentismo, di aggregazioni e d’interessi, non escluse strutture ecclesiastiche, avevano investito – compromettendo il buon nome di quello splendido posto che è Todi – sul successo di tipiche trame trasformiste. Esito: zero.

I cittadini-contribuenti-elettori, e soprattutto quelli “moderati” e “riformisti”, votano per decidere non per appaltarsi. (Gli elettori “centrali”, quelli che vogliono contare, sanno bene che i politici “centristi” sono i loro peggiori nemici: quelli che gli vogliono soffiare il ruolo). Per la via del trasformismo, e nonostante le straordinarie coperture istituzionali ed ecclesiastiche, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Poco più di una manciata di voti, meno di quelli che potevano contare in partenza Casini e Fini. Monti e i suoi hanno fatto un vero miracolo, ma al negativo. Il cattolicesimo politico non ha mai voluto occupare il centro. E ha colto i più grandi successi accettando sfide bipolari e rappresentandovi dentro le ragioni di moderati e riformisti. Per tutti un nome: De Gasperi.

Tutto era stato sacrificato a Todi, inclusa la strada promettente e nuova aperta dalla 46ª Settimana sociale e dall'”Agenda di Reggio Calabria”. Con il ben magro risultato di procurare a qualcuno qualche scranno sparuto in camera e senato e di contribuire pesantemente all’azzeramento del “cattolicesimo politico” e all’irrilevanza pressoché totale del cattolicesimo sul fronte dell’offerta politica.

La formula dei “valori non negoziabili” (non i contenuti!) e l’indisponibilità a chiudere la parentesi della supplenza clericale in politica (inaugurata da Ruini, per qualche aspetto persino inevitabile e non priva di importanti successi), sono state l’aggiuntivo contributo ecclesiastico a un processo di analfabetismo politico di ritorno del laicato cattolico italiano. Tuttavia, l’irrilevanza dei laici cattolici in politica è innanzitutto colpa dei laici stessi. Niente alibi: o si difende la propria dignità e se ne accetta tutta la responsabilità (anche quella dei fallimenti), o si rinuncia alle responsabilità, ma con ciò si rinuncia anche alla dignità. Tertium non datur. In soldoni: se si accetta la dignità guadagnata nel ‘900 e consacrata dal Concilio, si deve accettare la responsabilità principale del non aver saputo immaginare e praticare una rilevanza politica dalla crisi della “repubblica dei partiti” in poi. Le responsabilità di vescovi e preti vengono dopo, molto dopo quelle nostre di laici.

Essere rilevanti

Vale la pena chiarire un ultimo punto, ed evitare così alibi e fraintendimenti. L’unità politica dei cattolici, ammessa e non concessa, non è che una forma, né necessaria né contingente, della rilevanza del cattolicesimo politico. Per essere politicamente rilevanti, non serve necessariamente essere tutti uniti politicamente. Si può essere uniti e irrilevanti (anche solo perché senza programma adeguato), come si può essere rilevanti senza essere uniti: magari perché si è una forte minoranza capace di leadership in uno dei due schieramenti di una democrazia competitiva e governante. O anche in tutti e due gli schieramenti. Perché no? In Italia ce ne sarebbero i numeri. Dunque, il punto è essere rilevanti. E non è roba per clericali né per “indipendenti di…”, né è qualcosa cui possono provvedere i soli elettori.

Tornerà una stagione di “cattolicesimo politico”? Come esserne sicuri, come negarlo a priori? Intanto, però, questa chance è stata persa. Dopo cento anni siamo tornati alle penose condizioni del “Patto Gentiloni” (1913): allora qualche clericale scambiò con moderati e massoni favori contro voto cattolico. Solo dopo e contro quel patto Luigi Sturzo aprì la strada maestra del rapporto tra cattolici e democrazia in Italia. Quella strada oggi è stata smarrita. Verrà ritrovata in una qualche nuova forma?

Luca Diotallevi – vita apastorale aprile 2013