Passioni e sfide dei nostri ragazzi

I ragazzi che sfidano la morte e troppo spesso restano uccisi ci chiamano in causa. Come se, volendo mostrare a tutti l’ultima impresa da loro compiuta, scalare un centro commerciale, lanciarsi nel vuoto, attraversare i binari della ferrovia, ci chiedessero di essere visti, conosciuti, considerati. Dietro il più temerario degli autoscatti e sotto l’apparente vanagloria di certi gesti estremi, si nasconde una domanda drammatica: io sono qui? E tu, dimmi, dove sei? Per sentirsi accettati questi giovani hanno bisogno di un riscontro collettivo che non trovano né in casa, né a scuola, né in famiglia. Allora ricorrono ai social: senza i selfie scattati insieme agli amici e subito diffusi in Rete, alcuni forse non riuscirebbero neppure a vivere. Cercano un pubblico. In un mondo dove sembra esistere soltanto quello che risulta illuminato dalla luce dei riflettori, pretendono un posto.

Lo fanno anche molte persone più grandi, quasi non gli bastasse la realtà e avessero bisogno di una sua espansione, a volte consapevolmente illusoria. Così ecco la proliferazione dei diari pubblici, delle dirette in tempo reale per documentare fatti privati come, ad esempio, una festa di compleanno, un viaggio, un acquisto, una semplice emozione. Vengono esposte, dopo essere state scansionate, vecchie fotografie ricavate dagli album personali per mettere in vetrina una perduta infanzia, una smarrita gioventù, senza calcolare l’effetto patetico di tali esibizioni, forse segretamente invocandolo.

Se non riusciamo più a stare da soli o, peggio ancora, diventiamo schiavi delle opinioni altrui, perlomeno di ciò che crediamo la gente pensi di noi, allora siamo messi veramente male. Uno sfaldamento così forte tra la vera esistenza e la sua percezione – frutto marcio del nuovo sviluppo tecnologico – comporta un costo alto in termini etici, prima ancora che fisici. A pagarlo, come al solito, sono gli adolescenti, i quali vogliono scavalcare i limiti per provare se stessi. Questo è da sempre, lo sappiamo, il mestiere della giovinezza, una delle ragioni per cui nel “Re Lear”, William Shakespeare fa dire a Edgar: «Maturità è tutto!».

È un sentiero difficile, pieno di false piste che ti conducono fuori strada, scorciatoie che poi non si rivelano tali, fatto di lunghi giri oziosi, improvvisi avanzamenti, repentine marce indietro, accelerazioni e stop: una storia di tempeste e bonacce, fulmini e cieli azzurri, dichiarazioni altisonanti e drammatici bisbigli. All’inizio credi di essere tu l’artefice unico del tuo destino, col tempo comprendi che non lo sei mai stato. Ciò che diventi dipende molto da quelli che hai incontrato, persino da chi hai perso. Da coloro che ti hanno abbandonato. Gli adulti dovrebbero rispondere a questa profonda richiesta di riconoscimento da parte dei loro figli.

Come scrisse Dietrich Bonhoeffer in ‘Resistenza e resa’: «L’adolescente non è mai totalmente lì dove si trova; l’uomo invece è sempre un tutto e non sottrae nulla al presente.» Ma dove sono queste persone vere, questi individui capaci di esprimere parole legittimate dall’esperienza? In quali luoghi abitano questi modelli esemplari a cui ispirarsi, questi maestri da seguire? E come possiamo noi credere che i ragazzi siano in grado di conoscere la loro stessa passione distintiva senza l’aiuto di qualcuno che li guidi, li illumini, li spinga a realizzare progetti, compiere azioni mirate per raggiungere uno scopo?

Purtroppo, nella realtà che abbiamo sotto gli occhi, molti quindicenni trascorrono ore di fronte allo schermo, privi di qualsiasi bussola di orientamento, nel grande mare informatico dove c’è tutto e il suo contrario. Di ben altro essi avrebbero invece bisogno. Ancora una volta è stato papa Francesco a ricordarcelo, poco più di un anno fa, al Convegno della Diocesi di Roma: «I nostri ragazzi cercano in molti modi la ‘vertigine’ che li faccia sentire vivi. Dunque, diamogliela!». Se ciò non accade, la cercheranno da soli con ogni mezzo: proprio il pericolo che dovremmo scongiurare.

Avvenire

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