Noi famiglia & vita. Down oltre gli stereotipi

Down oltre gli stereotipi

da Avvenire

Lavorano, studiano, stanno accanto ai genitori non autosufficienti, si innamorano e si arrabbiano. Storie ordinarie di normalità che puntano l’obiettivo sulle persone Down, nel mese che ha appena celebrato la Giornata internazionale. Nella società dominata dalla cultura dello scarto potrebbe sembrare inopportuno mettere sotto i riflettori le vicende delle persone con la trisomia 21. Per la mentalità comune rimangono donne e uomini che, pur con specificità irripetibili, vanno incasellate nel grande arcipelago delle disabilità.

Eppure a noi questa “classificazione” suona un po’ artificiosa, un po’ semplicistica. Soprattutto dopo aver sentito storie come quella della famiglia Orofino di Firenze dove il percorso di due genitori con un figlio Down è diventato, in mezzo alle fatiche, alle delusioni e ai sacrifici – ma in quale famiglia non ci sono? – una chiamata a un cammino di bellezza, di fiducia, di progettualità.

E, come tutte le realtà umane in cui ci si spende con impegno e con il cuore aperto al futuro, quello sforzo generoso è approdato ora a un progetto di autonomia. In un appartamento messo a disposizione dai Salesiani, tre ragazzi e tre ragazze con sindrome di Down vivono per quattro giorni la settimana lontano dalle loro famiglie di origine, condividendo, grazie al coordinamento di tre educatori, i vari momenti della giornata. Una piccola conquista per abituare questi ragazzi ad allentare il cordone ombelicale che li lega ai genitori.Enrico Orofino, papà di Edoardo, lo racconta sulle pagine del numero di marzo di “Noi famiglia & vita” in edicola domenica 31 marzo con Avvenire.

Indaghiamo il pianeta Down anche con un’ampia sintesi delle storie raccontate in “Giù per la salita. La vita raccontata da uomini e donne con la sindrome di Down” (Erickson) raccolte da Martina Fuga e Carlo Scataglini. Gli autori non si nascondono che l’esistenza ordinaria delle persone Down sia “vita piena, certamente difficile, spesso in salita”. Una vita tuttavia possibile e con buone probabilità felice, non tanto perché tutte le persone con sindrome di Down siano sempre allegre e contente – come fa credere uno dei più diffusi luoghi comuni sull’argomento – ma perché sostenute e promosse dal significato delle relazioni intrecciate. Grazie all’impegno delle famiglie, ma anche delle associazioni, dei volontari, degli educatori, questi ragazzi avranno l’opportunità di realizzare se stessi, di esprimersi, di vivere esperienze colme di significato. E anche di sorridere insieme. Come i due ragazzi nella foto che è proprio quella servita anche per la copertina del volume dell’editrice Erickson.

Omosessualità e pastorale: nuovi sguardi. Parla Paolo Rigliano 

Tra gli altri servizi del nostro mensile anche la quarta puntata dell’inchiesta “La Chiesa e i gay”. L’intervistato questa volta – dopo padre Maurizio Faggioni, don Stefano Guarinelli e don Pier Davide Guenzi – è Paolo Rigliano. Sessantenne, è psichiatra e psicoterapeuta sistemico-relazionale; dirige il Centro Giovani “Ponti” (del Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda “Santi Paolo e Carlo”) di Milano, per la prevenzione e la cura del disagio giovanile.

Si occupa di clinica delle dipendenze, di psicologia delle identità sessuali, di disturbi di personalità e dell’umore. Ha studiato a lungo l’omosessualità e ha indagato il rapporto tra queste persone e il Vangelo (“Gesù e le persone omosessuali”, La Meridiana, 2014). Non tutto quello che spiega nell’intervista pubblicata su “Noi” in edicola domenica 31 marzo ci trova d’accordo, a cominciare dall’opportunità di aprire le porte al matrimonio omosessuale. Ma Rigliano dice queste cose da studioso e da credente, dopo aver lungamente indagato il problema. Per questo se è lecito dissentire, ci è parso anche giusto ascoltarlo. 

Paolo Rigliano

Paolo Rigliano

Ecco un’anticipazione della lunga intervista

Esiste una specificità della persona omosessuale di cui pastorale e teologia dovrebbero tenere conto? E ritiene che questa unicità possa tradursi in un aspetto da valorizzare anche in ambito ecclesiale?
Ci sono diverse specificità della realtà delle persone omosessuali alle quali occorre prestare la massima attenzione. Una condizione di incertezza, confusione e inconsapevolezza circonda ancora l’essere omosessuali. Ci si chiede quali ne siano i fondamenti e i fattori costitutivi: è una diversità biologica o psicologica o sociale? E’ genetica o è acquisita? Si tratta di una specificità di tutti o solo di alcune persone “speciali”? E cosa ne deriva, una sensibilità altrettanto “speciale”? Attitudini peculiari? Modi di essere, di pensare, di sentirsi “differenziati”? A questa incertezza se ne aggiunge un’altra, relativa allo “spazio proprio” dell’omosessualità: è la sessualità (con la indefinitezza che con questo temine si intende) oppure l’affettività? O una più generica relazionalità? Ancora. Riflettiamo sulla discriminazione e sulle sue ricadute. La condizione di discriminazione spesso può provocare nella persona molteplici dinamiche di autosoppressione e disprezzo di sé, con le reazioni negative conseguenti. Non è tutto. Come vivere? Può caratterizzare le persone omosessuali l’incertezza sui modelli di espressione e realizzazione, di scopi e percorsi di vita – sperando che gli esiti non siano i modelli stereotipati accreditati dalla visione dominante. Non ultimo, può impegnare le persone omosessuali la ricerca di una valorizzazione di sé – come singoli e come gruppo – nell’ambito sociale più vasto. Allo stesso modo degli ebrei, che – per secoli, possiamo dire – hanno riflettuto su cosa volesse dire e dirsi essere ebrei nei particolari contesti sociali, anche le persone omosessuali sono portate a porsi questo interrogativo, con più o meno urgenza e profondità a seconda delle situazioni. E questo non può non interrogare una pastorale all’ascolto delle domande che le persone si fanno per realizzare se stesse…

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