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Ma Tornare alla montagna non può essere solo turismo

Lego il mio destino, per il tempo che mi è concesso, a questo pugno di monti, a questo orizzonte su cui ho aperto gli occhi. Non è una fuga da qualcuno o qualcosa, tanto meno dal mondo, piuttosto il ricollocarsi nel proprio centro. Addì 1° marzo, giovedì, anno di grazia 2012 d.C., crinale dell’Appennino tosco-emiliano. Se deve essere qualcosa, sia il gesto semplice e fiducioso di chi riconosce ed accetta la vita come dono. Contiene e nutre, senza farne simulacro per alleanze contro natura, una componente di rivolta verso un sentire maggioritario determinato da un progressismo scientista che impone un’organizzazione sociale omologante e servile che non riesce nemmeno a rispettare i presupposti su cui dice di fondarsi. Per un breve periodo, attorno gli anni ’60, la modernità si è presentata in montagna come reale progresso: aggiornamento ed ottimizzazione delle antiche tecniche di agricoltura, d’allevamento e forestazione. Una manciata di attrezzi meccanici: falciatrice, motosega, trattore, riducono la fatica aumentando la resa, liberano energie ma scardinano, di colpo, modalità quotidiane e stagionali, usanze secolari, un’intera organizzazione sociale ormai fossilizzata sulla sopravvivenza. Una ventata d’aria nuova corre sui fili dell’elettricità e annuncia, prima alla radio poi visualizzandolo nello schermo, un benessere materiale e morale che sottintende la felicità realizzata, a portata di tutti. I montanari, piccoli proprietari, abbandonano case, campi, boschi, si liberano degli animali e scendono al piano. La nuova vita è organizzata in strutture massificate, si vende la propria forza lavoro in cambio di un salario; operai nei cantieri navali di La Spezia, nelle ceramiche a Sassuolo, nelle industrie meccaniche lungo la via Emilia. I figli vanno a scuola per diventare impiegati, tecnici, professionisti. Col tempo si ristrutturano le vecchie case di famiglia ma non si riesce a vivere in montagna in regime di vacanza; la vacanza è a scadenza: una settimana bianca d’inverno, un mese d’estate, qualche weekend per funghi e castagne. Mezza giornata per i funerali a cui non si può mancare, un giorno intero, più raro, per i matrimoni, poi si torna al piano. A casa. I legami di parentela, di vicinato, di comunità, si assottigliano poi si frantumano e ci si trova, tempo di una generazione, ad essere una nuova categoria del turismo. Se il vivere in montagna è subordinato a ragioni di convenienza economica non c’è soluzione allo spopolamento. Se la ricchezza del vivere non è riducibile ad uno stipendio, la montagna è frontiera da esplorare con occhi liberi da nuove e vecchie ideologie. Non c’è niente di più stupido che offrire i propri giorni ad una rivoluzione che non ci sarà mai se non come reale peggioramento dell’esistente o ad una restaurazione che solo un’idealizzazione da scomparsa può rendere affascinante. Animali al pascolo, terre coltivate, non c’è rinascita possibile che possa prescindere da questa centralità: è necessità geologica e spirituale. C’è un’immagine che conservo, vivida d’odori, gonfia di suoni, sferragliante tra calpestii e sbruffi. Un pomeriggio su cui è già calato il buio della sera tra nuvole basse e raffiche di vento; novembre di vent’anni fa, di ritorno da una settimana di concerti mi fermo nella stalla dove tengo i cavalli quando sono in giro per lavoro, il portone si spalanca di colpo e tre potenze scalpitanti trattenute da Marcello, cui fanno corona, irrompono e riempiono lo spazio. Messaggeri da un’altra dimensione. Questa immagine, invece di sfumare, nel tempo è diventata sempre più nitida, s’è illuminato ogni particolare che la compone. Cumuli di macerie ostruiscono un solco profondo tracciato nei secoli ma non possono impedire il germogliare di semi abbandonati, dimenticati, e appena la stagione lo permette è fioritura. È ora.
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