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Ma in che mondo vivi?

di Christian Albini | 24 gennaio 2013
C’è un fronte che vede un rapporto positivo con il mondo come un progresso e un altro che lo considera una pericolosa deviazione…

Uno dei malanni ricorrenti che affliggono tanti cattolici (come quelli che regolarmente – ne so qualcosa! – contraggono i bambini quando frequentano la scuola materna) è una sorta di “disfunzione linguistica”. Ci sono parole impiegate con frequenza impressionante, ma anche con grande imprecisione, generando risultati bizzarri. Una di queste è la parola “mondo”.

Per titolare un articolo sulla presenza dei preti su Twitter, peraltro precedente al lancio di @Pontifex, Repubblica scrive: La Chiesa si apre al mondo. Il sottinteso è che sia un fenomeno positivo. Gironzolando per i siti e le pubblicazioni cattoliche del mondo più tradizionalista, l’adeguamento al mondo è denunciato come una sorta di eresia imputata a tutta una serie di fatti e figure, dal Concilio Vaticano II al cardinal Martini e via dicendo. Adesso, poi, che siamo in tempo di elezioni questo genere di discorsi si sprecano, per cui il sostegno a questo o quel partito è applaudito o deprecato, a seconda dei casi, come “apertura” o come “resa” al mondo. C’è un fronte che vede un rapporto positivo con il mondo come un progresso e un altro che lo considera una pericolosa deviazione. La confusione è grande sotto il cielo!

Forse, vale la pena di fare un po’ di chiarezza. Il riferimento al mondo viene dal Nuovo Testamento: si tratta del termine kósmos, il quale ricorre 185 volte (105 nella letteratura giovannea, di cui 23 volte nella prima lettera di Giovanni). Il punto è che questo termine non assume sempre lo stesso significato. Hermann Sasse (nella voce del Grande Lessico del Nuovo Testamento, ripresa anche da Enzo Bianchi nel suo commento alle lettere di Giovanni) ne individua quattro, i quali non sono sovrapponibili.

1. Mondo, universo, cosmo, insieme del creato (cfr. Gv 1,10b: Il mondo fu fatto per mezzo della Parola).

2. Dimora degli uomini, teatro della storia, terra (cfr. Gv 17,13: «Dico questo mentre sono nel mondo»).

3. Insieme degli esseri umani, umanità (cfr. Gv 3,16: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito»).

4. Mondanità, intesa come ostilità a Dio, rifiuto del suo disegno di salvezza, radicale divergenza dal Vangelo (cfr. 1 Gv 2,15: Non amate il mondo, né le cose del mondo).

È solo questo quarto significato a essere connotato negativamente nel Nuovo Testamento. Se non si tiene presente questa diversificazione, si corre il rischio di assumere delle posizioni che non hanno nulla a che fare con l’esperienza cristiana. È il caso di chi si esprime come se i cristiani fossero in una sorta di fortezza, ben separata da tutto e da tutti, sopraelevata, e da lì emanano verità e giudizi. La mondanità, invece, non è esterna al cristiano, ma interna.

La comunità cristiana è “nel” mondo, come dice Gv 17,11: è mischiata alle case degli uomini, abita i luoghi della convivenza, partecipa alla medesima storia di cui tutti facciamo parte. Non siamo dei separati. Respiriamo la stessa aria di tutti e camminiamo sotto lo stesso cielo. Siamo tutti influenzati dai fermenti del tempo, negativi e positivi. Siamo immersi nel mondo che Dio ama e che vuole salvare, in una creazione di cui facciamo parte e che è cosa buona.

Allo stesso tempo, la comunità cristiana non è “del” mondo (cfr. Gv 17,16), nel senso che il suo riferimento prioritario è Dio, la sua Parola fattasi umana in Gesù. La nostra preoccupazione, allora, dovrebbe essere quella di aprirci all’ascolto e al dono dello Spirito per operare un discernimento, per riconoscere la mondanità che è sia dentro di noi, sia fuori, e rigettarla. Così come lo Spirito soffia sia dentro di noi, sia fuori e dobbiamo riconoscerlo. Non ogni novità è negativa, così come non è detto che tutto ciò che viene dal passato sia positivo. E viceversa. Il discernimento, la conversione è un processo incessante di tutta la vita. «Vivere in pienezza l’esistenza terrena senza essere mondani: in questo delicatissimo equilibrio è racchiusa tutta la paradossalità della condizione dei cristiani sulla terra» (Enzo Bianchi).

Un cristiano si riconosce dalla simpatia per il mondo e per i suoi abitanti, di cui è concittadino e che costituiscono la compagnia con cui viaggia nella vita, coloro ai quali farsi prossimi quando li si incontra nel bisogno.

Certo, è decisivo saper guardare oltre, al compimento, e vigilare contro le idolatrie che assolutizzano ciò che gratifica l’ego (potere, sesso, denaro, persino la religione…). Ma sempre rimanendo solidali con i fratelli. Nel monachesimo, il volgersi a Dio solo non produce isolamento, ma una più intensa unità con gli altri nella comunione. È avvenuto per Thomas Merton, il quale nell’eremitaggio ha preso sempre di più a cuore la causa della pace. Là dove, invece, prevale l’ansia di soppesare, di separare e di giudicare c’è qualcosa che non va.

vinonuovo.it