L’intervento. Simone Cristicchi: l’umanità ascolti la musica dello spirito

Da lunedì 19 al 25 agosto ad Arcidosso (Grosseto) torna Narrastorie, il “Festival del Racconto di strada” ideato da Simone Cristicchi giunto alla sua quarta edizione. Si parte il 19 agosto con don Luigi Verdi, fondatore della comunità di Romena, seguito da Simone Cristicchi e Mogol. Il 20 agosto Luigi D’Elia narrerà don Lorenzo Milani conCammelli a Barbiana e Valentina Lodovini è protagonista di Tutta casa, letto e chiesa di Franca Rame e Dario Fo. Il 21 Moni Ovadia avràCarta bianca per riflessioni e letture mentre il monaco zen Pino Doden terrà una lezione sul sentiero spirituale buddhista. Il 22 è la volta di Andrea Rivera e dei suoi i suoi monologhi dal sapore tragicomico e del filosofo Marco Guzzi che rifletterà sulla gioia. Il 23 il teologo e sacerdote Guidalberto Bormolini indagherà “L’ingresso nel mistero”; il 24 Arisa in concerto mentre la scrittrice Claudia Cinquemani viaggerà tra le leggende della Maremma. Il festival chiude il 25 agosto; tra gli eventi in programma laboratori per bambini, la Santa Messa e il concerto della Corale di Buddusò.

Credo fermamente che per fondare un’idea di futuro, i tempi che viviamo necessitino di un’inversione di marcia, di un cambio di prospettiva capace di farci vedere la realtà con occhi nuovi, ristabilendo un ordine di priorità, fuori e dentro di noi: individuare quali sono le cose davvero importanti, le parole fondamentali che possano risvegliare la ‘scintilla di luce’ coperta dalla cenere della modernità. Ammettere il mutamento antropologico in atto, e provare ad attrezzarsi per affrontarlo con autocritica e sincerità, è un primo passo verso quell’equilibrio salvifico, in grado di trasmutarci in altre forme, migliori.

Soltanto attraverso un equilibrio tra spirito e materia l’essere umano può continuare ad evolversi! Sacro per me è tutto ciò che reca in sé una scintilla di mistero. Un albero è sacro, come il verso di un poeta. La nascita di un bambino, come sala di terapia intensiva, che è uno dei luoghi più sacri e misteriosi che abbia mai visitato. Anche l’ispirazione creatrice ha qualcosa di inafferrabile: non sappiamo da dove arrivi, se sia un segno dall’Infinito o il frutto di uno sguardo acuto, poetico sulla realtà. Il vero artista può divenire un’antenna capace di captare questi segnali, è il ‘creatore’ per eccellenza, e da sempre questo lo avvicina alla dimensione del sacro.

La Chiesa conosce bene il valore e la potenza dell’arte, come medium col mondo dello Spirito. Nel discorso agli artisti papa Paolo VI si esprime così: «E se Noi mancassimo del vostro ausilio, il ministero diventerebbe balbettante ed incerto…». Un anno fa, nel monastero di Decani in Kosovo ho assistito per la prima volta alla liturgia ortodossa, restando incantato dal coro dei monaci nella supplica a santo re Stefano: le voci baritonali si intrecciavano in contrappunti creando un effetto simile al sorround,stimolando emozioni fortissime, capaci di trasportarti in una dimensione trascendente. Esiste una nutrita schiera di artisti famosi – da Björk e Brian May – che giungono a Decani da tutto il mondo per assistere a quell’esecuzione liturgica. Nelle parrocchia che frequentavo da bambino ci si arrangiava suonando una chitarra scordata. La Chiesa dovrebbe vietarlo.

La musica “alta” è espressione dello Spirito Lo è per sua natura. E non intendo certe nenie New age per la meditazione, ma la musica strumentale e sperimentale, la classica e quella corale, hanno in loro quel caleidoscopio sonoro capace di trasportarci altrove. La musica è un rapporto delicato tra anima e vibrazioni, che in determinati momenti e contingenze vanno a toccare delle corde profonde in grado di elevare lo spirito. Oggi è molto raro che ciò accada: siamo costretti a subire un ascolto violento di musica scadente, pressoché ovunque, dai supermercati ai ristoranti. Siamo assediati da una mediocrità musicale senza precedenti. Dall’altro fronte, per quanto riguarda il rapporto tra ‘forma canzone’ e sacro, alcuni album di Franco Battiato raggiungono vette inarrivabili. Basti ascoltare il brano L’ombra della luce, una preghiera universale e senza tempo.

Il valore della narrazione Credo che la parola narrata abbia un fascino immortale: dalla veglia contadina all’odierno teatro di narrazione, è la celebrazione perfetta dell’incontro tra l’umano e l’invisibile. Il poeta in particolare, diventa sacerdos quando riesce nell’intento di toccare l’anima di chi lo ascolta, quando riesce a influenzare la materia con lo spirito emesso attraverso la parola. Il teatro stesso realizza da sempre questo sortilegio. Il festival Narrastorie propone un teatro controcorrente, che punta all’essenziale, a un rapporto diretto tra narratore e spettatore. Quest’anno il tema è ‘Spirito e Materia’, e prevede incontri pomeridiani dedicati ai grandi temi della spiritualità: da don Luigi Verdi, fondatore della Fraternità di Romena; a Guidalberto Bormolini, dei Ricostruttori nella preghiera; fino al grande filosofo e poeta Marco Guzzi, ideatore dei Gruppi Darsi Pace. Ci sarà spazio anche per una lezione sulla via dello Zen, con il monaco Pino Doden Palumbo e il racconto della vita di don Lorenzo Milani, con Luigi D’Elia.

«Tornare umani» è il monito di don Verdi Ma per tornare umani il primo passo è riprendere un ritmo di vita più sopportabile, con spazi di silenzio e attenzione. Se non rallentiamo, è impossibile accorgerci della trasformazione in atto. Attenzione vuol dire essere presenti a se stessi, non lasciarsi addormentare, ma anche uscire fuori da sé e prendersi cura di ciò che c’è fuori dal nostro ego. Il teatro e l’arte possono essere strumenti indispensabili per guardare la realtà con occhi diversi, sperimentare il qui e ora, per interrogare i propri limiti e porsi le domande fondamentali. Oggi che il virtuale ha quasi sostituito il reale, sono rimasti pochissimi i luoghi dove una comunità si possa ritrovare davanti a uno specchio: una di queste isole dove tornare a respirare è proprio il teatro, e dobbiamo averne cura. Un’altra parola chiave per ritrovare la propria umanità è ‘umiltà’: viene da humus e significa terra fertile: siamo umili quando torniamo ad essere dei campi arati, pronti e disponibili a ricevere i semi di bellezza e conoscenza che tutti ci sono donare. Nell’antica Grecia la politica interpellava i filosofi per capire come rendere i cittadini più felici: sembra incredibile! Quanto di più lontano dall’abbaiare sguaiato e continuo di oggi, che serve solo a confondere le acque e le anime. Il politico un tempo era un autentico ‘costruttore di felicità’, affidandosi alla parola dei saggi: il politico era innanzitutto una persona umile. Questo mi pone un dubbio terrificante: la politica ci rende davvero delle persone felici? Ma soprattutto: anche volendoli cercare, dove sono i maestri?

Si è felici nell’accoglienza L’uomo ha smesso di guardarsi dentro, e fa un’enorme fatica a scrollarsi di dosso quegli istinti primitivi che sembrano aver preso piede anche in un mondo ipertecnologizzato. Il tema dell’accoglienza dicono sia spinoso, quando dovrebbe essere la base della nostra civiltà, un cardine dell’essere umano: trovo un’aberrazione persino il fatto che se ne discuta, dai salottini comodi della sinistra, alla propaganda di bassissimo livello dell’altra sponda. È ovvio che servano delle regole condivise e che ognuno debba fare la sua parte, ma al di là di questo, non si dovrebbe dimenticare il grande filosofo Kierkegaard, quando ci ricorda che «la felicità è una porta che si apre dall’interno: per aprirla bisogna umilmente fare un passo indietro ». Oggi invece trionfano chiusura, arroganza, grettezza e mancanza di umiltà. La vera felicità è condivisione, è passare dall’unisono all’uni-siamo: è rendersi conto che ognuno di noi viene al mondo per dare alla luce se stesso, portare quella luce a tutti gli altri, e tutti insieme illuminare il mondo. A Subiaco, nella grotta dove si ritirò san Benedetto, c’è questa questa bellissima scritta in latino: « Non nisi in obscura sidera nocte micant ». Soltanto nella notte oscura, brillano le stelle. Bisogna ritagliarci un piccolo frammento di libertà e di resistenza all’omologazione – e il festival Narrastorie è anche questo – qualcosa che ci permetta di diventare frammenti di luce, tante scintille di consapevolezza, tante piccole stelle che insieme tornano a illuminare il cielo. Non abbiamo bisogno di urla, ma Non servono schiaffi, ma carezze. Credo che quando la barbarie sembra la normalità, la tenerezza è l’unica rivoluzione. © RIPRODUZIONE RISERVATA «Per fondare un’idea di futuro occorre vedere la realtà con occhi nuovi, ristabilire le priorità fuori e dentro di noi». Il cantautore Simone Cristicchi parla di arte, società e senso del sacro, temi al centro della nuova edizione del suo “Narrastorie” Il cantautore Simone Cristicchi / Ambra Vernuccio

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