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Le differenze teologiche non precludono l’unità in Cristo. Sotto lo stesso tetto

di fratel Alois
 

Recentemente (dal 28 dicembre al 1° gennaio) trentamila giovani di tutti i Paesi d’Europa si sono riuniti per cinque giorni a Strasburgo, in Francia. Sono stati accolti da migliaia di famiglie della città e dei piccoli centri situati sui due lati della frontiera franco-tedesca. Queste giornate di incontri e di ascolto reciproco hanno rivelato, tra i giovani cristiani e tra quanti li hanno accolti, un forte desiderio di raggiungere una migliore comprensione tra i popoli.
Il raduno di Strasburgo, città simbolo di riconciliazione, era il trentaseiesimo degli incontri europei che la nostra comunità di Taizé organizza ogni anno in una grande città del continente. Moltiplicando queste occasioni per intessere relazioni personali, vorremmo aiutare i giovani ad acquisire una vera coscienza europea. Il lavoro delle istituzioni è fondamentale ma, senza l’incontro tra le persone, l’Europa non si costruisce.
Certo, l’Europa vive un periodo di pace senza precedenti nella sua storia. Tuttavia, tra l’Est e l’Ovest, se non c’è più il Muro, esistono però ancora muri nelle coscienze. I giovani venuti a Strasburgo vorrebbero un’Europa aperta e solidale: solidarietà fra tutte le nazioni europee e con i popoli più poveri degli altri continenti. Ora aspirano a un’altra organizzazione economica: chiedono che la globalizzazione dell’economia sia associata a una globalizzazione della solidarietà. Si aspettano dai Paesi ricchi una maggiore generosità, che si esprima sia attraverso investimenti nei Paesi in via di sviluppo che vadano realmente a favore di una maggiore giustizia, sia attraverso un’accoglienza degna e responsabile degli immigrati di queste nazioni. I giovani sono consapevoli che, come cristiani, devono essere in prima linea per vivere la riconciliazione e la condivisione. Le ferite della storia lasciano spesso tracce profonde e segnano per generazioni le coscienze e le mentalità. Ma le umiliazioni subite non portano necessariamente alla violenza. Possono essere guarite. I giovani hanno in ogni caso una possibilità per dare il proprio contributo: rifiutarsi di trasmettere alla prossima generazione i rancori e le amarezze talvolta ancora vive. Non si tratta di dimenticare un passato doloroso ma di interrompere la catena che fa perdurare i risentimenti e di conseguenza di guarire poco a poco la memoria con il perdono. Senza perdono non c’è futuro per le società. Il formidabile slancio che è all’origine della costruzione europea è nato in buona parte da questa convinzione.
Con i giovani di diverse confessioni riuniti a Strasburgo, abbiamo ricordato che, se cerchiamo una riconciliazione tra cristiani, non è per ripiegarci su noi stessi. La cerchiamo affinché essa sia un segno del Vangelo e diventi un fermento di riavvicinamento tra gli uomini e tra i popoli. Cristiani riconciliati fanno udire la voce del Vangelo molto più chiaramente in un mondo che ha bisogno di fiducia per preparare un futuro di giustizia e di pace.
Attualmente, tra cristiani separati in molteplici confessioni, rischiamo di fermarci a una tranquilla coesistenza. Come si può andare oltre? A Taizé ci stupiamo nel constatare che i giovani che passano insieme qualche giorno sulla nostra collina, ortodossi, protestanti e cattolici, si sentono profondamente uniti senza peraltro ridurre la loro fede al minimo comune denominatore né procedere a un livellamento dei loro valori. Al contrario, approfondiscono la propria fede. La fedeltà alla loro origine coabita con un’apertura a persone diverse da loro. Da dove viene tutto ciò? Dal fatto che hanno accettato di mettersi sotto lo stesso tetto e di volgersi insieme verso Dio. Se questo è possibile a Taizé, perché non dovrebbe esserlo anche altrove? Vorrei allora trovare le parole giuste per domandare ai cristiani delle diverse Chiese: non c’è un momento in cui bisognerebbe avere il coraggio di metterci insieme sotto lo stesso tetto, senza aspettare che tutte le formulazioni teologiche siano pienamente armonizzate? Non è possibile esprimere la nostra unità in Cristo – che non è diviso – constatando che le differenze che restano nell’espressione della fede non ci dividono? Ci saranno sempre delle differenze: esse avranno bisogno di dibattiti sinceri, ma spesso potranno anche essere un arricchimento.
Facciamo con i cristiani di altre confessioni tutto ciò che è possibile fare insieme, non facciamo nulla senza tener conto degli altri. Do qualche esempio. Pregare insieme una volta all’anno durante la settimana dell’unità dei cristiani non può bastare, anzi rischia di diventare un gesto un po’ formale; perché non pregare insieme più spesso? In molti luoghi esistono collaborazioni interconfessionali, soprattutto nella pastorale carceraria e ospedaliera. Perché non moltiplicarli, piuttosto che lavorare in parallelo? Ciò si potrebbe attuare persino in ambiti delicati come il risveglio alla fede dei bambini e la pastorale dei giovani.
Nel metterci sotto lo stesso tetto, non dobbiamo aver paura che la verità del Vangelo venga diluita. Dobbiamo confidare nello Spirito Santo. Non si tratta di metterci insieme per essere più forti, ma per essere fedeli a Cristo dolce e umile di cuore. Da lui apprendiamo che la verità si fa sentire attraverso l’umiltà. Affronto, per finire, uno dei punti più delicati. I cristiani non potrebbero considerare che il vescovo di Roma è chiamato a sostenere la comunione tra tutti, una comunione in Cristo dove possono restare alcune espressioni teologiche che implicano delle differenze? Papa Francesco non ci indica forse la direzione mettendo come priorità per tutti l’annuncio della misericordia di Dio? Non perdiamo questo momento provvidenziale. Sono consapevole di toccare un tema scottante e di farlo forse in modo maldestro ma, per andare avanti, mi sembra inevitabile cercare il modo per intraprendere questa via di una diversità riconciliata.
Alla fine dell’incontro di Strasburgo molti giovani sono tornati nel proprio Paese decisi a essere portatori di pace e di riconciliazione. Sanno che tutti possono partecipare a una civiltà contraddistinta non dalla diffidenza ma dalla fiducia. Nella storia a volte sono bastate poche persone per far pendere la bilancia verso la pace.

(©L’Osservatore Romano 22 gennaio 2014)