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La cura senza scarto. I 40 anni della legge Basaglia e la legge del Vangelo

I 40 anni della legge Basaglia e la legge del Vangelo

Caro direttore,
commuove la dichiarazione raccolta qualche settimana fa dall’inviata di ‘Avvenire’ nella Rems Anton Martin di San Maurizio Canavese: «Lì ci trattavano come bestie, qui invece ci danno del lei». Commuove, e non solo per la sua intensità. Non solo perché a pronunciarla è un malato che ha peregrinato tanto a lungo tra reparti psichiatrici e Opg. Commuove perché dimostra che, a certe condizioni, «l’impossibile diventa possibile»: è il principio in base al quale lo psichiatra Franco Basaglia lottò e vinse la battaglia per la chiusura dei manicomi quarant’anni fa. La legge che porta il suo nome ha segnato una svolta per gli italiani.

Non l’hanno compresa fino in fondo, ma l’hanno applicata. Si fa così, quando si vuol essere migliori. La Basaglia non è arrivata come una novità assoluta nell’esperienza dei Fatebenefratelli. Da tempo, anche grazie alla dedizione e alla lucidità di religiosi come fra Pierluigi Marchesi, lavoravamo per un sistema sanitario che restituisse la dignità a chi soffre, non lo strappasse alla sua comunità e lo coinvolgesse invece nel ricovero e nella cura. La riforma ci ha permesso dunque di praticare fino in fondo il carisma dell’ospitalità, che ci ha tramandato san Giovanni di Dio; in questo senso, non è temerario affermare che la passione civile di Basaglia e la profonda fede cristiana di Juan Ciudad fossero sorelle.

La legge 180 del 13 maggio 1978 ha voltato pagina su una società che aveva scelto di chiudere gli occhi sulla sofferenza mentale e di rinchiudere il malato in strutture inaccessibili, anticipando la «cultura dello scarto» che addolora papa Francesco. Quella sanità antica non era certamente al servizio del cittadino, bensì della sua paura, lo stigma. Esattamente come avveniva nella Spagna del Cinquecento, dove Ciudad, che prenderà poi il nome di Giovanni di Dio, inventò l’ospedale moderno proprio per servire i malati di mente, che allora si curavano con la reclusione nelle carceri.

I Fatebenefratelli hanno operato entro diversi sistemi sanitari, compreso quello italiano. Abbiamo partecipato al percorso che ha condotto alla riforma, come pure, in precedenza, ai suoi ritardi; tuttavia, il Vangelo ci impose ben prima del 1978 di “dare del lei” al paziente, perché nella sua sofferenza noi scorgiamo la Croce. Quando arrivò la legge Basaglia ci fu chiaro pertanto che non si trattava di un mero cambiamento di regole né soltanto del superamento di pratiche terapeutiche inumane, ma del conformarsi dell’intero sistema pubblico a una visione del paziente e della malattia che – provvidenzialmente – coincideva con la visione cristiana. La legge 180 però non ha risolto tutto. Come disse un genitore nel 1992, quando ne fu avviata l’applicazione, «ora il manicomio è nelle famiglie dei malati».

È ancora così e la Chiesa dedica grandi sforzi per contrastare la desertificazione che circonda le famiglie dei malati di mente. Già nel 1990 una Nota congiunta della Consulta nazionale per la pastorale della sanità e della Consulta ecclesiale delle opere caritative e assistenziali spronava a «promuovere la solidarietà tra le famiglie stesse», a «sollecitare gli enti pubblici» e a «organizzare i servizi sul territorio che siano anche di supporto alle famiglie». Le lacune non tolgono nulla alla grandezza della riforma.

Questa legge ha permesso un’evoluzione anche qualitativa sul piano clinico che era impensabile quarant’anni fa. Seguendo l’esempio di san Giovanni di Dio, il quale voleva che i poveri disponessero delle medesime opportunità terapeutiche dei ricchi, oggi possiamo investire in ricerca e tecnologie per offrire agli utenti del Servizio sanitario nazionale gli strumenti diagnostici e terapeutici più avanzati. L’impossibile diventa possibile. E quando, discutendo queste tematiche, definiamo “santo” Franco Basaglia, magari scandalizzando qualcuno, non intendiamo né provocare né convertirlo post mortem, ma riconoscere che il suo folle amore per il malato di mente era lo stesso folle amore che animò tanti santi cristiani.

di Massimo Villa – Sacerdote – Superiore della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli

da Avvenire