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Io ebreo tra Kafka e Isaia

avvenire 7 agosto 2010

«Sono stato allevato in una famiglia a-religiosa, senza ricevere alcuna educazione alla fede. Ho saltato la prima classe elementare, frequentando invece la seconda e la terza, in una scuola comunale milanese; la quarta, per me, sarebbe cominciata nell’autunno del 1938, ma non l’ho mai frequentata, in quanto di razza ebraica…». Incontrare Bruno Segre è sempre un piacere. Da molti anni questo signore distinto, dalla bella barba bianca e l’eloquio sicuro, è una presenza fissa agli incontri di dialogo nel nostro Paese (e non solo).

Nato a Lucerna nel 1930, studiò filosofia a Milano, occupandosi poi di sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti nell’ambito del Movimento Comunità fondato da Adriano Olivetti. Dopo aver insegnato in Svizzera dal 1964 al ’69, per oltre un decennio ha fatto parte del Consiglio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano. Dal 1991 fino a tre anni fa ha presieduto l’Associazione italiana Amici di Nevè Shalom/Wahat al-Salam, e oggi dirige la rivista ebraica Keshet. Che significa arcobaleno… emblema di pace sin dai tempi di Noé.

La sua famiglia era ebraica…
«Certo, ma in famiglia c’erano solo vaghi segnali di ebraicità… Sapevo che la mia famiglia era ebraica, ovviamente, ma da essa non ho ricevuto nessun accostamento agli aspetti halakhici dell’ebraismo. A scuola, i miei genitori mi hanno fatto esonerare dalle lezioni di catechismo tenute dalla maestra, per cui venivo messo in corridoio ad attendere la fine della lezione. La giornata scolastica cominciava con la recita del Padre nostro, per cui percepivo l’esistenza di una devozione religiosa degli altri, anche perché nell’aula campeggiava il crocifisso, con a destra e sinistra i ritratti del re e del duce».

Questa situazione le creava non pochi problemi, immagino.
«Beh, era un vissuto piuttosto pesante, ero un’infima minoranza – in quanto unico ebreo nella classe – all’interno di una grande maggioranza di cattolici. Ricordo che un giorno un compagno mi chiese se fossi stato battezzato, e alla mia risposta negativa mi disse, assai serio: ma lo sai che tu hai ancora il peccato originale?».

Come viveva un bambino ebreo nell’Italia fascista degli anni Trenta?
«Ho trascorso un’infanzia molto solitaria, anche se mi è difficile descrivere, a settant’anni di distanza, la giornata di un bimbo ebreo dell’epoca… Rammento che c’era molta paura, soprattutto dopo la proclamazione delle leggi razziali, appunto nel ’38, e che i miei – antifascisti dichiarati – continuavano a ripetermi: non farti riconoscere, mimetizzati… come i camaleonti! L’unico compagno di quella stagione con cui ho conservato dei rapporti è uno svizzero… casualmente. Mi sentivo un discriminato e ho scoperto appieno la mia ebraicità proprio a partire dal ’38, associandola con l’antifascismo: per me era inevitabile, ebreo dunque antifascista. Allo scoppio della guerra, l’italiano medio sembrava entusiasta, mentre noi, in famiglia, ci auguravamo che italiani e tedeschi venissero sconfitti».

Come ha trascorso il tempo della guerra?
«Diventando un adolescente particolarmente precoce, dal punto di vista intellettuale, anche a causa della morte precocissima di mio padre, scomparso nel ’41 a poco più di cinquant’anni. Cercavo di capire cosa stesse succedendo nella guerra, giorno per giorno, e sfollai con la mamma ad Ascoli Piceno, nascosti grazie a carte d’identità false. E poi scoprivo l’ebraismo, a livello di studio, in chiave libertaria: percepivo l’ebraismo fondamentalmente come un messaggio di liberazione…».

Qual era il suo rapporto con la Bibbia?
«Leggendo la Bibbia un po’ alla volta ho compreso che in qualche modo dovevo considerarmi il remoto, estremo rampollo di un manipolo di schiavi divenuti un popolo e quindi liberati… le cui tavole di comportamento avrebbero assunto un valore universale. L’ebraismo che stavo scoprendo era un messaggio che coniugava libertà e responsabilità, dato che la mia libertà aveva senso se coincideva con la libertà di tutti… un ebraismo universalistico ed ecumenico, che era anche mio in quanto nessun uomo può rinnegare il proprio contesto. La Bibbia, infatti, l’ho presa in mano io, da solo, senza maestri, con l’obiettivo di comprendere da dove arrivassi: ho trovato in casa dei libri di mio nonno, Gabriel Segre, che frequentava la scuola ebraica nella seconda metà dell’Ottocento, tra i quali un Tanak (la Bibbia ebraica)».

È cambiato, da allora, il suo rapporto con la Bibbia?
«Non sono un biblista e non lo sarò mai – si schernisce Segre – ma la Bibbia è un testo importante anche perché accomuna cristiani ed ebrei: ma non va mai dimenticato che la storia ebraica dopo l’era volgare è assai densa e ricca, soprattutto dopo l’emancipazione dai ghetti e la rivoluzione francese. È questa che ho studiato maggiormente e potrei dire con uno slogan, per un discorso di competenze, che mi interessa più Kafka di Isaia…».

Ci sono stati altri testi spirituali rilevanti per la sua formazione?
«Essendo io di formazione filosofico-laica, direi che ho trovato tanti spunti spiritualmente notevoli nella letteratura (europea e non) degli ultimi secoli: dall’Etica di Spinoza alla Critica della ragion pratica di Kant. Il mio maestro è stato il filosofo Antonio Banfi, che era stato a sua volta allievo di Husserl… Ho rinvenuto tracce spirituali straordinarie in espressioni musicali, artistiche, dalla Passione secondo Matteo di Bach a tanta musica operistica italiana ottocentesca… penso all’Otello di Verdi, ad esempio».

Qual è la sua visione di Gesù di Nazaret?
«Gesù è stato una figura colossale, che ha ispirato larga parte dell’umanità. Sul piano storico, è molto più comprensibile se si conoscono i principali aspetti dell’ebraismo: mi riferisco a diversi aspetti liturgici, ad esempio, dalla preghiera nel nome del Padre, tipicamente ebraica, alla stessa Messa, in cui sussistono benedizioni ebraiche conservate sino a oggi».

Come vede la questione del pluralismo religioso, oggi dibattuto anche in Italia? Lo percepisce innanzitutto come un rischio, come fanno molti?
«A mio parere non si tratta di un rischio! Dobbiamo renderci conto che viviamo un mondo globalizzato, e a forte rischio di scomparsa… Vorrei dire: per fortuna siamo diversi! Vissuto spesso negativamente, il diverso invece andrebbe valorizzato perché è attraverso la diversità degli approcci che possiamo allontanare la prospettiva apocalittica che abbiamo davanti! Se intendiamo assicurare un futuro alla nostra civiltà globale, sono fondamentali il rispetto per il diverso, la moderazione, l’umiltà, il senso del limite, la capacità di ascoltare e nutrire compassione: virtù profondamente incardinate nel nostro patrimonio etico e spirituale, ma anche virtù che il libero mercato non produce automaticamente. Sono vecchio, e ormai vedo il traguardo… così, le immagini del Golfo del Messico pieno di petrolio mi sembrano una metafora dell’apocalisse, con la tecnologia che ci è sfuggita di mano, e richiede un colpo di coda da parte dell’uomo, oppure…».

Un’ultima domanda. Nel gioco (sempre angusto) delle autodefinizioni, lei si definirebbe un credente, un non credente, o in quale altra maniera?
«Ecco, questa è una tipica domanda da cattolico, che mi hanno rivolto centinaia di volte… per un ebreo, dire credente o non credente non ha tanto senso… Io mi identifico totalmente con l’ebraismo, un’identità decisamente liquida, problematica, a molte dimensioni… Sono fedele alla mia tradizione in uno degli innumerevoli modi possibili e sarebbe una slealtà se la rinnegassi. Antropologicamente, noi ebrei siamo un gruppo migrante per millenni, generazioni dopo generazioni alla ricerca di lavoro e sicurezza rispetto ai rischi della vita: per trovare un luogo in cui svolgere le due azioni fondamentali, pregare e seppellire i nostri morti. Essere ebrei, nel suo nucleo centrale, non è altro che questo».

Brunetto Salvarani