Il Vangelo della domenica. Questi è il Figlio mio, l’amato (Mc 9,2-10)

(a cura Redazione “Il sismografo”)
“In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.” Parola del Signore
Commento di mons. Pierbattista Pizzaballa
L’episodio della Trasfigurazione fa parte del cammino di formazione alla comprensione della vera missione messianica che Gesù sta portando avanti con i suoi discepoli. Gesù, diremmo oggi, fa ai discepoli una catechesi sulla sua messianicità e sulla Pasqua. Proprio sei giorni prima (Mc 9,2), infatti, Gesù aveva parlato loro, per la prima volta, della morte in croce che avrebbe subito a Gerusalemme (Mc 8,31). In seguito, aveva anche chiarito quali dovessero essere le condizioni che rendono adatto un discepolo alla sequela di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34).
Ma non parla loro solo della croce: la formazione, così, sarebbe incompleta. Sul Tabor, trasfigurato e risplendente di gloria, Gesù parla ai discepoli anche della risurrezione, e annuncia loro, non a parole ma con un evento di luce, che la croce ha come suo esito ultimo non il fallimento definitivo, ma il passaggio alla gloria, alla vita del Padre. Nell’imminenza della passione, Gesù prepara i discepoli, e lo fa mostrando loro un anticipo di gloria, perché dalla croce non rimangano scandalizzati.
Ma è solo questo? Questa catechesi di Gesù sulla Pasqua ha davvero come esito una maggiore comprensione da parte dei discepoli? Evita loro lo scandalo, il tradimento, il rinnegamento, la fuga, la vergogna? Il ricordo dell’esperienza del Tabor li custodirà dalla paura? Effettivamente no.
La trasfigurazione, come l’annuncio della passione, non serve ad evitare ai discepoli lo scandalo della croce, non è un’esperienza così forte da renderli capaci di stare con Gesù fino alla fine. Nonostante i tre annunci della passione, nonostante la trasfigurazione, tutti i discepoli misurano, sotto la croce, la loro incapacità a seguire il loro Maestro, il loro non essere discepoli che sanno rinnegare se stessi. Tradiscono (Mc 14,43), fuggono (Mc 14,50) e perfino rinnegano (Mc 14,72), come sappiamo.
Ciò ci apre a due ulteriori comprensioni.
La prima è che in realtà, come non avevano compreso l’annuncio della passione, così ora i discepoli non capiscono quasi nulla dell’esperienza della trasfigurazione (Mc 9, 6.10). E questo non perché siano particolarmente ottusi, ma perché al cuore della fede in cui i discepoli stanno camminando c’è qualcosa che non si può comprendere con le sole capacità umane, che va oltre le categorie umane che i discepoli posseggono per leggere la vita. Non possiamo comprendere la croce, la Pasqua, attraverso un insegnamento come se fosse qualcosa da sapere, quasi fosse una informazione da ascoltare qualche volta per recepirla. Per comprendere fino in fondo la Pasqua, i discepoli dovranno invece sperimentare il proprio fallimento, la propria incomprensione, nonostante durante il suo ministero fossero stati in qualche modo preparati dai discorsi di Gesù. Solo dopo avere preso coscienza del loro fallimento e del loro tradimento, potranno rileggere il cammino fatto con Gesù e ricordare tutto con una memoria nuova, che cambia la vita, che dona la chiave degli avvenimenti.
Ma solo lo Spirito Santo potrà compiere nei discepoli questo passaggio (Gv 14,26), fino a incidere nel loro cuore il vero Volto del Signore, quello crocifisso e risorto.
La seconda comprensione è che la trasfigurazione – che non è servita a sostenere la fedeltà dei discepoli – è un momento assolutamente gratuito della vita di Gesù e della sua relazione con i suoi: Gesù mostra loro semplicemente la Vita, mostra che la vita vera è un’umanità rivestita di gloria, abitata da Dio. Questa Vita è generata e donata dal Padre.
E’ il Padre che interviene dentro questo momento, sul Tabor, per mettere il suo sigillo, per dire che questa vita piena e bella viene solo da Lui. Non c’è trasfigurazione senza il Padre, perché la vita nuova che risplende in Gesù è la vita dei figli: “Questi è il Figlio mio, l’amato” (Mc 9,7).
La notte di Pasqua, la Chiesa battezzerà diversi bambini e adulti, genererà a vita nuova dei nuovi figli: darà loro questa vita, quella che oggi vediamo risplendere in Gesù: quella che la Chiesa stessa ha ricevuto dal costato trafitto del Signore, quella dei figli che sanno perdere se stessi nell’amore. E questi nuovi figli saranno rivestiti di una veste bianca, proprio come Gesù sul Tabor.
Pietro, di quanto sta accadendo sotto i suoi occhi, capisce bene solo questo: che è bello (Mc 9,5) e sorge perciò il desiderio di stare lì, di fermarsi lì.
La via per rimanere lì, però, non è fare tre tende. La via è indicata dal Padre: “Ascoltatelo” (Mc 9,7).
“A lui darete ascolto” è la profezia che prometteva a Israele un nuovo Mosè (Dt 18,5). Ascoltare Lui solo (Mc 9,8), il Signore, è la via della nuova liberazione, della nuova e definitiva Pasqua.

+Pierbattista

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