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Il poliziotto virtuale che incastra i banditi seriali

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Anche nell’ultimo giorno del 2013, all’ufficio analisi e pianificazione della questura di Milano, due poliziotti stavano lavorando davanti ad alcuni monitor. Aspettavano che “Keycrime”, un loro collega virtuale dai super poteri, tirasse fuori un responso: l’autore della rapina in una farmacia di periferia del giorno prima (arrestato da un Carabiniere fuori servizio) era un principiante o no? No, ha detto il poliziotto elettronico: aveva già fatto visita ad un’altra decina di farmacie in città. Stessi movimenti, stessi metodi, stessi comportamenti.Un “police software” davvero in gamba. A cui ormai è difficile sfuggire. Questo software in uso alla questura di Milano lo ha inventato, o meglio scritto, l’assistente capo della Polizia di Stato Mario Venturi. Partendo dall’esperienza maturata in tanti anni di servizio, ha ideato un database in cui raccogliere le informazioni dei reati commessi a Milano. Poi, il database si è trasformato in un software che dal 2007 ha iniziato a macinare cifre, circostanze, nomi e tendenze criminali. Nel tempo il programma è cresciuto in abilità e informazione archiviate. E a furia di memorizzare, il Keycrime negli ultimi mesi è diventato bravissimo, riuscendo a dare un volto e un nome ai rapinatori seriali che prendono di mira farmacie, banche e uffici postali.In molti casi, addirittura, ha previsto il giorno, l’ora e il nuovo obiettivo e per gli uomini delle volanti o della squadra mobile è stato fin troppo semplice mettere le manette al criminale di turno.I risultati del 2013 sono strabilianti: a Milano sono stati individuati e fermati gli autori delle rapine a danno delle farmacie nell’80% dei casi e delle banche nel 75%. Prima che Venturi portasse la sua creatura negli uffici di via Fatebenefratelli, si riusciva a trovare il responsabile di un reato soltanto 3 volte su 10.

Il poliziotto virtuale ha immagazzinato finora quasi 8000 fatti accaduti nel capoluogo lombardo e ogni azione criminale gli “regala” quasi 400 dati. Quello che rende unico al mondo il sistema di indagine della questura di Milano – a detta di ricercatori e studiosi delle migliori università al mondo – è la capacità di comprendere diversi “linguaggi”: la criminologia, i sistemi matematico-statistici e l’analisi investigativa classica, quella che in gergo si chiama “sbirragine”.

All’università di Los Angeles vogliono che Venturi vada li a spiegare come funziona il suo software partecipando anche ad una serie di ricerche. Nessuno è profeta in patria, verrebbe da dire. Mario Venturi ha in mente una versione ancora più potente: il “Keycrime al cubo”, ma da solo non ce la può fare. Occorrono risorse e investimenti e, una volta tanto, sarebbero soldi ben spesi. La chiave per scardinare il crimine non può restare chiusa in un cassetto della questura di Milano.

 

Ettore Cappetti -avvenire.it
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