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Il Papa: il male non avrà l’ultima parola

Il Triduo pasquale
Il Papa: il male non avrà l’ultima parola
​Foto Siciliani
Dietro quella croce tanti uomini e donne. Presenze fisiche (40mila persone che gremiscono ogni spazio intorno al Colosseo). E presenze ideali: la schiera se possibile ancora più estesa dei «nuovi crocifissi», evocati nelle meditazioni scritte da monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano. Ma dietro quella croce c’è anche la salvezza. E il Papa lo dice chiaramente alla fine del tradizionale rito nel cuore della Roma antica: «O nostro Gesù, guidaci dalla croce alla Risurrezione e insegnaci che non il male avrà l’ultima parola, ma l’amore, la misericordia e il perdono».

Non doveva parlare il Pontefice. Almeno così era stato annunciato in mattinata. Ma poi, di fronte alla folla radunata in preghiera, papa Bergoglio ha aggiunto un breve ma intenso pensiero alle parole della via dolorosa. La crocifissione di Gesù, ha sottolineato, raccoglie in sé «tutte le ingiustizie perpetrate da ogni Caino, tutta l’amarezza del tradimento di Giuda e di Pietro, tutta la vanità dei prepotenti, tutta l’arroganza dei falsi amici». Quella di Cristo era «una croce pesante come la notte delle persone abbandonate, pesante come la morte delle persone care, pesante perché riassume tutta la bruttura del male». Tuttavia, ha aggiunto, «è anche una croce gloriosa come l’alba di una notte lunga, perché raffigura tutto l’amore di Dio, che è più grande delle nostre iniquità e dei nostri tradimenti».

Tutto è riflesso nella croce. «Vediamo la mostruosità dell’uomo quando si lascia guidare dal male. Ma vediamo anche l’immensità dell’amore di Dio che non ci tratta secondo i nostri peccati ma secondo la sua misericordia». «Di fronte alla croce di Gesù – ha proseguito Francesco – vediamo, fino a toccare con le mani, quanto siamo amati eternamente da Dio. Di fronte alla croce si sentiamo suoi figli». Infine un pensiero per «i malati» e per «tutte le persone abbandonate sotto il peso della croce, affinché trovino la forza della speranza, della resurrezione e dell’amore di Dio».

Quelle persone sono del resto protagoniste delle meditazioni di Bregantini, lette ieri sera dall’attrice Virna Lisi e da Orazio Coclite. I disoccupati, le madri che piangono i loro figli, le donne vittime di violenza, i bambini che si ammalano per l’inquinamento nella Terra dei fuochi; coloro che restano invischiati nella tratta degli esseri umani, gli immigrati che affogano a pochi metri dalla riva; quanti pongono fine alla propria vita perché non possono portare il pane a casa; i cristiani perseguitati; i detenuti nelle carceri superaffollate; i malati terminali sulla cui pelle spesso si svolgono commerci vergognosi.

Quanta gente. Tutta dietro la croce. E a rendere ancora più verosimile le meditazioni, ecco alternarsi nel portarla, i rappresentanti delle categorie che l’arcivescovo di Campobasso-Bojano menziona. Dopo il cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, alla prima stazione e all’ultima, ecco un operaio e un imprenditore assieme, due senza fissa dimora, una famiglia, due immigrati, alcuni bambini, anziani, malati, carcerati. Tutti volti di un’umanità dolente che trova specchio, ma soprattutto conforto, nel volto di Dio sulla croce.

L’autore delle meditazioni, infatti, tiene sempre un occhio al Vangelo e l’altro alla cronaca. Così la condanna sbrigativa di Gesù (prima stazione) diviene emblema di «cultura razzista, di esclusione e di scarto», di «lettere anonime e orribili calunnie». «Accusati si è subito sbattuti in prima pagina – scrive Bregantini – scagionati si finisce in ultima». Analogamente «il peso della croce» (seconda stazione) assurge a simbolo del «peso di tutte le ingiustizie che hanno prodotto la crisi economica: precarietà, disoccupazione, licenziamenti, un denaro che governa invece di servire». Ma su tutto domina la speranza. Che emergerà definitivamente nelle parole conclusive del Papa. Quanta gente dietro quella croce. Ma per tutti c’è salvezza.

 

Mimmo Muolo – avvenire.it