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Il fuoco della missione

Missione: è senza dubbio questa la parola che meglio riassume la conclusione del grande incontro di Pentecoste tra il vescovo di Roma e oltre duecentomila fedeli appartenenti ad associazioni e movimenti cattolici. Proprio la realtà, necessaria e urgente, di testimoniare e predicare il Vangelo è stata infatti al centro della lunga veglia e poi dell’omelia che Papa Francesco ha tenuto durante la messa sul sagrato di San Pietro, riprendendo anche temi ed espressioni della sua predicazione quotidiana a Santa Marta, tanto efficace quanto coinvolgente. Altrettanto vivide e appassionate sono state le risposte del Pontefice a quattro domande postegli. “Ci ho pensato” ha detto subito, quasi a sottolineare l’autenticità di una testimonianza in prima persona che è la chiave per capire davvero le parole del vescovo di Roma e l’interesse che stanno suscitando anche al di fuori della Chiesa e dei suoi confini visibili. È infatti l’esperienza personale – “la storia della mia vita” – che Papa Francesco ha subito evocato per rivolgersi ai presenti in piazza San Pietro e a moltissime altre persone, donne e uomini, in tutto il mondo.
La fede? Ho avuto la grazia di una famiglia dove questa realtà si viveva in modo semplice e concreto, ha risposto, ed era una donna – “la mamma di mio padre” – che “ci parlava di Gesù”. Come tante altre donne, fin dai primi tempi della Chiesa: per esempio, Loide ed Eunice, la nonna e la mamma di Timoteo la cui fede è espressamente ricordata all’inizio della seconda lettera indirizzatagli dall’apostolo, ha osservato il Pontefice.
Su questo doppio registro, di attenzione all’esperienza personale e di meditazione profonda della Scrittura, si fonda la testimonianza che comunica con immediatezza Papa Francesco. Che ha presente come fosse ieri il 21 settembre 1953, quando a diciassette anni incontrò un prete che non conosceva e con il quale si confessò perché avvertì nitidamente che “qualcuno l’aspettava”. Così ha citato un versetto all’inizio della profezia di Geremia per mostrare come sia il Signore per primo, paragonato al fiore di mandorlo, ad aspettarci. O a chiamare alla nostra porta, secondo l’immagine apocalittica; ma anche a bussare “per uscire fuori, e noi non lo lasciamo uscire, per le nostre sicurezze, perché tante volte siamo chiusi in strutture caduche” ha aggiunto il Pontefice.
In continuità con i predecessori – Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, ricordati dal vescovo di Roma, ma anche Paolo VI, che sottolineava l’urgenza per il nostro tempo di maestri che fossero soprattutto testimoni – Papa Francesco ha di nuovo insistito sull’importanza decisiva di una testimonianza di vita coerente: per “vivere il cristianesimo come un incontro con Gesù che mi porta agli altri e non come un fatto sociale”. In questo senso ha precisato che per i credenti in Cristo la povertà “non è una categoria sociologica o filosofica o culturale”, ma teologale: cioè “la povertà che ci ha portato il Figlio di Dio con la sua incarnazione”.
Ed è proprio questa testimonianza che deve spingere la Chiesa al di fuori di se stessa, verso tutte le periferie, esistenziali e materiali, nel mondo di oggi. Per una missione che abbandoni ogni autoreferenzialità e si lasci ravvivare dalla novità e dall’armonia di quel fuoco che raffigura lo Spirito di Dio.

g.m.v.

(©L’Osservatore Romano 20-21 maggio 2013)