Il film. «Solo cose belle»: le mille vie dell’accoglienza, attraverso una casa famiglia

Avvenire

«Anche a me un giorno hanno dato dell’handicappato. Invece sono un cinese». A recitare la battuta è Ciccio Yang, 14 anni, che disabile lo è davvero, e cinese pure. Perché nella commedia esilarante/commovente “Solo cose belle”, che approda nei cinema italiani il 9 maggio, tutto è scandalosamente vero e ogni riferimento alla vita reale è puramente voluto.

Opera prima del regista Kristian Gianfreda, “Solo cose belle” racconta la storia di Benedetta, la 16enne figlia del sindaco di San Giovanni Marignano, che viene in contatto con una casa famiglia appena arrivata nel sonnacchioso centro dell’entroterra romagnolo.

La casa famiglia è rumorosa e stravagante, composta da mamma, papà e tanti figli: una ex prostituta, un carcerato in pena alternativa, un extracomunitario appena sbarcato dall’Africa, due ragazzi disabili, un bimbo in affido e finalmente un figlio naturale della coppia. L’intero paese di San Giovanni Marignano sarà coinvolto e anche sconvolto dall’arrivo della famiglia, finché nello scompiglio generale, dopo risate e drammi, battute e piadine, sgomberi e balli, arriva il finale a sorpresa «dove tutto sembra tornare come all’inizio – avverte il regista – mentre tutto è cambiato e nulla potrà più essere com’era».

Una commedia che converte i cuori

“Solo cose belle” usa il genere classico della commedia all’italiana per veicolare messaggi di estrema attualità, specie in un’epoca in cui il povero è disprezzato (abbiamo persino dovuto rispolverare il termine “aporofobia”, “ripugnanza per l’indifeso”), l’anziano solo è seviziato a morte dal baby branco (è appena successo a Manduria), il disabile bullizzato. Ma la commedia resta leggera, denuncia il male additando il bene, fa leva sul bello per far rinunciare al brutto, agisce pro e mai contro. Solo cose belle, appunto, e così converte i cuori. A guidare per un’ora e mezza lo spettatore in questo mondo ai margini, in cui tutti sembrano sbagliati o difettosi ma in realtà sono solo davvero umani, è appunto la figlia del sindaco, impegnato nelle prossime elezioni comunali. Comprensibile lo scandalo quando la viziata ragazza si innamora di Kevin, il giovane carcerato, e attraverso lui entra nel mondo sconosciuto della casa famiglia e della vita vera.

Famiglie stravaganti ma vere

Il film si ispira all’esperienza concreta dell’associazione Papa Giovanni XXIII fondata nel 1968 da don Oreste Benzi e oggi diffusa in 42 nazioni, con 300 case famiglia solo in Italia. Che chiassose e stravaganti lo sono per davvero (visitarle per credere: www.apg23.org) e per davvero sono formate da coppie di sposi che aprono la propria famiglia a chi non ne ha una, dunque a bambini abbandonati, ma anche a ragazzi che vogliono uscire dai loro tunnel, ad adulti rifiutati dalla società, ad anziani rimasti soli al mondo. Vere famiglie, insomma, dove convivono genitori, figli, zii e nonni, tra i quali è difficile distinguere i figli naturali e quelli accolti in quel magnifico “marasma” che contraddistingue la Comunità: «È come il calabrone», amava dire don Benzi, che ha ali piccole e sembrerebbe non poter volare, e invece come si libra…

Sul set anche il sindaco

Tutto questo hanno saputo rendere la sceneggiatura brillante di Andrea Valagussa (già autore di “Don Matteo”, “Un medico in famiglia”, “A un passo dal cielo”, “Che Dio ci aiuti” ecc.) e la regia di Gianfreda, che si è avvalso di alte professionalità ma anche della naturalezza di attori improvvisati e per questo convincentissimi. Se i ruoli dei due disabili, come detto, sono affidati a ragazzi che vivono nelle case famiglia della Comunità, il sindaco di San Giovanni Marignano è Giorgio Borghetti, protagonista di parecchie fiction televisive di successo, sua moglie è Barbara Abbondanza, attrice che ha lavorato con Muccino e Brizzi, don Alberto è Carlo Maria Rossi, volto noto del teatro. E il film, prodotto da Coffee Time e Sunset Produzioni (che ha vinto riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Ilaria Alpi), ha visto la luce grazie alla Film Commission Emilia Romagna, all’Associazione Papa Giovanni XXIII con le sue cooperative “La Fraternità” e “Il Calabrone”, e il contributo dell’intero territorio, con Comuni e parrocchie che hanno offerto spazi e risorse. Il resto lo hanno fatto una troupe di 40 persone, alcune con disabilità, 34 attori e 200 comparse volontarie (c’è anche il sindaco, quello vero, di San Giovanni Marignano).

Martedì la presentazione in Senato

Recente l’accusa generica del vicepremier Matteo Salvini alle “case famiglia” di speculare sui fragili, cui Paolo Ramonda, presidente della Papa Giovanni XXIII, aveva risposto con un invito: «Venga a conoscerci, passi un giorno e una notte con noi in una delle nostre strutture, lo aspettiamo a braccia aperte». Ci era andato lo scorso 7 dicembre il capo dello Stato, Sergio Mattarella, uscito commosso dal lungo incontro (nell’occasione Ciccio Yang, il ragazzino cinese, aveva ricevuto dai compagni di scuola il papillon da indossare), lo ha fatto a Natale il premier Giuseppe Conte e martedì la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, presenterà “Solo cose belle” a Palazzo Madama. «Il film sarà per Salvini l’occasione per accogliere il mio invito?».

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