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Idee Un posto a tavola con il Nazareno

Il prossimo fascicolo de «La rivista del clero italiano» dedica ampio spazio a illustrare il rapporto di Gesù col cibo. Se ne occupa Giovanni Cesare Pagazzi nell’articolo «La cucina del Risorto» sviluppando alcune riflessioni a partire dalla terza apparizione di Gesù da risorto ai discepoli sul mare di Tiberiade. Ritornando a riva, i discepoli – dice il Vangelo di Giovanni (21, 9) –, «appena scesi a terra, videro della brace con sopra pesce e pane»… Anticipiamo in questa pagina alcuni brani della riflessione di Pagazzi.

I testi evangelici restituiscono con ampiezza il rapporto del Nazareno con la tavola e il cibo. In numerose parabole il riferimento è lampante: il banchetto di nozze del figlio del re, il padrone che serve a tavola domestici fedeli, l’amministratore saggio che nutre i subalterni. Nella cosiddetta parabola del figliol prodigo il pensiero al pane abbondante nella casa paterna segna il primo passo della conversione di quel giovane scapestrato che pian piano «rientra in se stesso» (Lc 15,17).

Al centro della preghiera di Gesù si trova la richiesta del pane quotidiano; e perfino la fame dell’affamato e la sete dell’assetato sono fame e sete di Gesù, perciò criterio di giudizio nell’ultimo giorno (Mt 25,31-46). Il cibo entra abbondante nell’insegnamento di Cristo; non solo: stando ai Vangeli, la convivialità della tavola appare uno dei tratti caratteristici dello stile del Signore che siede alla mensa dei buoni (gli sposi di Cana, le sorelle di Betania) e dei cattivi (pubblicani, peccatori, il sospettoso fariseo Simone). Anzi agli occhi della gente egli appare così ben disposto alla tavola (nonostante resista al durissimo digiuno di 40 giorni) da essere definito – a differenza del Battista, tutto cavallette e miele selvatico – «mangione e beone» (Mt 11,19).

Non va dimenticato inoltre che il miracolo più raccontato dai Vangeli – la moltiplicazione dei pani, narrata ben sei volte – presenta Gesù come colui che dà il pane. Non solo: sulla tavola dell’Ultima Cena il Signore dona il proprio corpo e sangue come pane e vino da mangiare e bere. Insomma le pagine dei Vangeli – con discreta insistenza – descrivono il Figlio di Dio anche come colui che onora la propria e altrui fame.

Anche in un altro dettaglio dello stile del Signore circa il cibo si scorge la già notata insistenza evangelica al riguardo. I Vangeli regalano un altro tratto del portamento di Gesù, quasi per nulla notato: con buona probabilità, sapeva cucinare! Diamo ancora voce alle parabole che mostrano l’attenta osservazione del Signore verso le cose di ogni giorno, dentro cui egli indica il fremito del Regno. Tra le «cose di ogni giorno», annunciatrici del Regno, sta pure la cucina: «Il Regno dei cieli è simile al lievito che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Mt 13,33).
Tra le cose che distinguono gli umani da qualsiasi altra forma vivente, compresa la più evoluta, è il gesto di cucinare. Come ogni altro essere vivente, uomini e donne si alimentano, procurandosi le sostanze necessarie al proprio fabbisogno, ma a differenza di essi (ed è una differenza sostanziale) cucinano. Lo sguardo di Gesù che si posa attento ed esperto sul gesto di cucinare non rappresenta un espediente didattico per parlare di Dio con parole semplici, piuttosto scorge la vibrazione del Regno in quell’atto così originario da essere costitutivo dell’uomo e del suo legame col mondo, non solo accolto, ma trasformato.

In effetti, cucinare è innanzitutto trasformare materie prime, accostando, mescolando, cuocendo ingredienti diversissimi come il riso e il pesce e a volte perfino contrastanti come il dolce e il salato, l’acido e il basico. Per favorire siffatta integrazione, gli ingredienti devono essere modificati, puliti, misurati, aggiunti, ridotti, affinché ciascuno dia luogo alle caratteristiche degli altri. Quest’opera di trasformazione non impegna un singolo uomo, ma tutto l’ethos ambientale, l’intera cultura in cui vive. La cucina coglie l’uomo nel proprio ambiente culturale anche perché è un fatto di apprendimento. Dove e da chi Gesù avrà imparato che per un buon pane è necessario aggiungere quella quantità (segreta) di lievito a tre misure di farina, non due, non quattro? Chissà per quanti anni il Figlio di Dio avrà visto Maria con «le mani in pasta», come ogni donna di casa di allora; un gesto intimo, domestico, eppure foce in cui confluiva tutta una tradizione familiare e culturale da lei appresa e ora tramandata al Figlio.

Cucinare esprime anche, in modo tutto speciale, l’attenzione ai legami che identificano, vale a dire quelli con le cose e con le persone. Significa avere fiducia sia nella qualità di ingredienti e attrezzi, sia nella fattibilità del piatto e nell’apprezzamento di chi lo gusterà. Richiede un grande rispetto per le cose (ingredienti e arnesi) affinché un’azione maldestra o fuori tempo non rovini il sapore dei piatti: quanto è terribile un arrosto bruciato, o una minestra eccessivamente salata; si mangiano comunque, ma con scarsissimo gusto. Per cucinare si ha cura delle persone tanto quanto delle cose. Insomma: cucinare è atto umanissimo che raccoglie con attenzione cose e persone, esaltando il sapore del mondo (di ogni cosa del mondo) ed educando il palato a gustarlo.
Ma i Vangeli restituiscono del Figlio nella carne un dettaglio ben più inatteso della ricetta per fare il pane. Esso acquista un valore quanto mai significativo poiché reso alla fine del Quarto Vangelo; ed è risaputo che un narratore curi con attenzione tutta speciale l’inizio e la fine di un racconto, giacché l’inizio promette e la fine raccoglie. Oltretutto si tratta narrare l’ultima apparizione del Risorto. Il contesto è il lago di Tiberiade, dove il vincitore della morte, non riconosciuto, incontra Pietro, Giovanni, Giacomo, Tommaso, Natanaele ed altri due, tutti amareggiati da una nottata di pesca infruttuosa (Gv 21): «Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace, con del pesce sopra e del pane»…

Chissà come Gesù avrà cucinato il pesce pensando a Pietro e compagni, alle loro esigenze e preferenze: un po’ crudo per non perdere il sapore dell’acqua di lago? Ovvero arrostito a puntino, così da arricchirne l’aroma col profumo resinoso della legna arsa? Non sappiamo. Una cosa però è certa: se egli ha cucinato, ha intuito non solo le proprietà nutrizionali di pane e pesce, ma ne ha pure esaltato le potenzialità di piacere e compiacere. Se ha cucinato, ha posto tradizionale e creativa attenzione a cose, tempi, azioni e persone, ai loro gusti, a ciò che potevano e dovevano mangiare.

La parola «pastore» significa «colui che dà il pasto», «colui che nutre». Il custode delle pecore, infatti, non solo le guida ma assicura «pascoli erbosi» e «acque tranquille» (Sal 23,2). Se il Buon Pastore ha cucinato, l’azione di nutrire – la pastorale – dovrebbe riverberare anche le sfumature tipiche dell’arte culinaria. Insomma: vescovi, preti, diaconi e chi nella Chiesa svolge un compito pastorale non sono soltanto distributori di buon cibo, ma cuochi.

 

Giovanni Cesare PagazziGASTRONOMIA E ARTIGIANATO DOC, ECCO LA 'PIZZA D'ARGILLA'