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I contenuti – Festival biblico di Vicenza Il dono, la fede, la libertà

Giovanni 4,10 parla dell’esperienza della fede come di un dono. Sul tema del dono, che appare sempre più come un qualificante della forma umana di relazione e di scambio, oggi c’è una ricerca molto viva e interessante. Che cosa accade quando un uomo parla a un altro uomo? Che cosa accade quando un uomo offre un dono a un altro uomo? Alla domanda va risposto anzitutto: qualcosa va da colui che dona o parla verso colui che è fatto oggetto di un dono o interlocutore di una parola.

La fonte che è nel donante, il fatto che egli un giorno comincia a parlarci e a donarci qualcosa, non può provenire da chi è fatto oggetto del dono o partner del dialogo: essa deve essere semplicemente accolta. Nello stesso tempo va detto che, se un dono non fosse riconosciuto e accolto come tale, non sarebbe dono: io non ho ancora ricevuto un dono per il fatto che colui che vuole donare pone qualche cosa accanto a me od opera qualcosa nel mio spirito, senza che io me ne accorga o lo intenda e riceva nel suo carattere di dono lasciandolo vivere in me come dono.

Questo vale ancora di più quando il dono è una parola che mi viene rivolta, anche quando si tratta della parola di Dio. Infatti appartiene alla parola che essa dica qualcosa a qualcuno. Quindi proprio la parola, come ogni dono, è una relazione. Tale relazione parte da colui che parla o dona e, in questo senso, non è derivabile da me.

Il dono e la parola

Ma essa, proprio partendo da lui, va al di là di lui, verso me, verso colui al quale è rivolta: vuole essere udita, compresa ed eventualmente accettata. Rientra in questo processo il fatto che l’uomo ascolti la parola e riceva il dono e li comprenda facendoli propri nella sua responsabilità umana, così che il dono ricevuto si mantenga in lui come dono in atto nel donare. Solo in questi processi – che sono processi di libertà – la parola non è più una semplice emissione di suono e diventa parola, e il dono non è un semplice trasferimento di qualcosa, ma diventa dono.

Pertanto il processo del donare e del parlare richiede, in quanto relazione, una certa forma di partecipazione da ambedue le parti: il donatore e il donatario. La struttura antropologica e sociale del dono e della parola è al cuore di quella che chiamiamo esperienza della fede, sia sul versante profondamente umano e umanizzante, che su quello religioso e sacrale.

Alla base di ogni agire e pensare umani vi è infatti sempre un iniziale credere, una pistis che, attraversando il dubbio, si trasforma in investimento fiducioso, senza del quale gli atti liberi e i saperi che caratterizzano l’umano esistere non avrebbero vita così come ce l’hanno.

Gli atti umani, anche quelli più ragionevoli e calcolati, scaturiscono da atti di fede e di fiducia con cui ci affidiamo, per il futuro, a qualcuno o a qualcosa che ci riguarda o ci interessa: si pensi, ad esempio, a ciò che è alla base dell’esperienza amorosa o dell’intraprendere una nuova iniziativa economica, scientifica, culturale.

Nel caso dell’atto di fede cristiano l’affidarsi, che costituisce un luogo sorgivo dell’esistenza umana, si apre ad accogliere nella libertà la rivelazione gratuita di Dio che la chiama a una relazione nuova con lui e con gli altri la quale in certo senso fa rinascere.

La fede

L’evoluzione teologica dell’idea cristiana della fede ha condotto a identificarla, non senza l’impulso convergente della teologia biblica e dell’esperienza spirituale, come la risposta libera dell’uomo alla libera rivelazione personale di Dio in Gesù Cristo, e dunque ad assegnarle la struttura antropologica di un’esperienza realmente umana, individuale e sociale, esistenziale e storica. Tale relazione è originata dall’iniziativa della grazia, ovvero dall’azione con cui Dio, liberamente e sorprendentemente, con fatti e con parole, si volge all’uomo e al di là di ogni sua attesa e di ogni suo desiderio chiama la sua libertà a un cammino capace di rifigurare l’esistenza umana alla luce di quella di Cristo.

L’esistenza credente che ne scaturisce è tutt’uno con la necessità di vivere esercitando la libertà in un orizzonte più ampio di quello delle pure (e in quanto tali inaccessibili) evidenze empiriche e razionali. Ciò si comprende concentrandosi sull’essenziale dell’esperienza cristiana e dell’atto del credere che la concerne da cima a fondo, e cioè su Dio accolto e riconosciuto nella libertà come amore: il significato della storia di Gesù si manifesta allora, da cima a fondo, quale rivelazione dell’amore deciso e incondizionato – affidabile – di Dio per gli uomini.

«“Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1Gv 4,16). Queste parole della Prima lettera di Giovanni», scrive Benedetto XVI in Deus caritas est 1, «esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana: “Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto”.

Abbiamo creduto all’amore di Dio: così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». In questo senso la fede può essere solo un atto della libertà.

Il destino della libertà

La libertà è quella caratteristica che fa di ogni essere umano un unico personale originale e irripetibile. Se il vocabolario della libertà suscita un consenso quasi spontaneo, specie nei giovani, perché sembra includere la legittimità di un “vivere senza confini”, in realtà la natura della libertà è chiaroscurale. Se la libertà fosse solo il nome di un protagonismo che si esalta a misura di prestazioni, non si capirebbe come la libertà sia quella capacità per cui ciascuno, in qualche modo, diviene “genitore di sé stesso”, quel potere di autodeterminazione che si esercita in una fitta rete di condizionamenti e fonda la responsabilità di me nei confronti di me stesso e degli altri.

Essa c’investe di un compito esaltante e rischioso (“decidi di te”) dal quale non possiamo dimetterci. E viene alla luce nelle forme dell’alterità che ci costituiscono (come il corpo proprio) e trovano attuazione sintetica e originaria nella relazione interpersonale e nella coscienza. A dispetto dell’ideale eroico dell’uomo solitario self made man, scopriamo di essere all’origine di noi stessi nel momento stesso in cui facciamo l’esperienza di essere “iniziativa iniziata”, ovvero di essere preceduti. Io posso dire “io” soltanto di fronte a un altro “io” assoluto come me e assoluto per me, e il destino della mia libertà si decide sempre nell’esercizio concreto delle scelte che, più o meno indirettamente, sono scelte a fronte di altri (non è perciò del tutto esatta l’affermazione, che si sente comunemente, secondo cui “la mia libertà finisce dove comincia la libertà dell’altro”; l’altrui libertà è piuttosto condizione della mia).

È a questo livello – antropologico fondamentale – che la realtà della “salvezza” e la questione di Dio trovano un significato per tutti, anche per coloro i quali non giungono a formularli in modo esplicito. Se il tema di Dio riguarda l’assoluto e l’incondizionato che si è fatto carne ed è entrato nel tempo e nella storia intrecciando un dialogo rivelativo e salvifico con l’umanità, sulla base di quanto detto fin qui, esso non può essere “fuori” o “sopra” l’azione e la vita effettiva dell’uomo e anzi, dimostra la sua incidenza e la sua eccedenza proprio nel cuore della nostra esistenza, perché l’assolutezza è una qualità della libertà in cui mi trovo posto e incondizionato è il carattere di una relazione che non può essere predeterminata.

La questione di Dio si accende e raggiunge la sua determinazione proprio dove, in modo radicale, ne va di me e degli altri. Essere-nella-fede è il vivere un’amicizia, un’intesa ormai risoluta con Dio che – al di là della dipendenza infantile e della ribellione adolescenziale – accetta le contraddizioni della realtà ed è pronta a farsi carico del prezzo dell’amore e della giustizia che non possono darsi senza libertà (e senza rischio). Di fronte al dono che Dio si fa per noi e alla Parola che ci rivolge – narrati nelle Scritture – siamo tutti interrogati: «Dio ci ha dato speranza. Ha cominciato: / Lui ha sperato in noi. / Si dovrà forse dire che noi non speriamo in lui?».

Roberto Tommasi
preside della Facoltà teologica
del Triveneto

vita pastorale n. 8 2013