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«Gassman e i suoi colloqui con Dio»

Ma perché credi? Come mai credi? Da dove è venuta la tua fede?». Erano gli interrogativi principali su cui si poggiava la ventennale amicizia, incominciata nei primi anni Ottanta, tra Vittorio Gassman e il monaco camaldolese, biblista, don Innocenzo Gargano. Dal monastero di San Gregorio al Celio a Roma, il luogo dove alcuni giorni dopo la morte di Gassman, il 29 giugno di dieci anni fa, furono celebrati i funerali del grande «mattatore», tornano alla mente del benedettino aneddoti, i lunghi colloqui sull’esistenza di Dio, l’importanza di Gesù nella storia e la passione per la Parola di Dio, attraverso la Lectio divina. «Fu proprio la passione per la Bibbia a farci incontrare – rivela il monaco – grazie a comuni amici, l’attore Franco Giacobini e il gesuita Louis Alonso Schökel. Nacque lo spunto con Vittorio di approfondire la lettura del testo biblico e di recuperare la tradizione giudaico cristiana nella Sacra Scrittura, partendo da ciò che comunicava e ispirava all’uomo di oggi».

Com’era, in veste di allievo, di questi seminari biblici Vittorio Gassman?
Era intuitivo come sul palco, riusciva a catturare l’attenzione di tutti. Bastava vedere come leggeva un testo. Non so come facesse ma ne dava sempre un’interpretazione giusta. Quasi ogni sabato veniva per questi incontri. Un anno lo convinsi a partecipare a una veglia pasquale, lui che si annoiava alle Messe. Lesse la prima lettura sulla Creazione e impressionò tutti l’interpretazione profonda che solo lui era in grado di dare.

Eppure rievocando il grande attore si pensa spesso a un uomo tormentato dai dubbi…
Sì, era un uomo tormentato, con una terribile depressione, spesso in cura da specialisti. Eppure grazie all’incontro con la realtà monastica era affascinato dal nostro stile di vita. Rammento che rimaneva edificato dal fatto che io avessi una fede, costruita pian piano, fin da bambino. Io gli replicavo dicendo che «il dubbio è il vero carburante della fede perché senza di esso questa non può muoversi», e aggiungevo proprio per questo: «Vittorio, in questo sei un vero credente: perché hai dei dubbi». Per me Gassman è stato inconsapevolmente un uomo assetato di Dio e, come affermai nell’omelia dei suoi funerali, è «stato un credente che per tutta la sua vita ha ricercato Dio, nonostante, secondo lui, non lo avesse mai incontrato.

Da questa amicizia sono nati anche periodi di ritiro all’eremo di Camaldoli, in provincia di Arezzo…
Strano a dirsi ma fu lui a convincermi a partecipare a questi ritiri. In quel frangente scelsi i racconti sulla Risurrezione perché sapevo che era un tema al centro della sua ricerca. Lui ne rimase entusiasta. E mi disse: «Don Innocenzo, voglio sdebitarmi: declamerò dopo cena in monastero il canto V dell’<+corsivo>Inferno<+tondo> di Dante». Mi volle accanto a sé, e volle che gli stringessi la mano. A ogni debutto piccolo o grande che fosse – mi confidò – provava la paura di non essere all’altezza. Quello che appariva come il grande leone della scena era una persona fragilissima. Ovviamente fece una declamazione splendida.

Le parlò della difficoltà nel mestiere dell’attore?
Diceva che per essere un vero attore, come gli aveva insegnato il suo "maestro dei maestri" Renzo Ricci, era necessario svuotarsi di tutto, nascondere il proprio ego, essere vuoto per poi vestire i panni del personaggio che ti impone il copione. E mi confidava: «Molte volte siamo bravi a fingere, ma anche noi attori siamo capaci di opere buone».

Il cinico personaggio de «Il Sorpasso» era dunque capace di grandi slanci… Era anche altruista?
Non voleva che si sapesse, ma mi confidò che assieme ad altri attori di grido si era impegnato per la sussistenza di una missione in Brasile in un villaggio sostenendo tutti i costi, dalle scuole alle fognature, alla parrocchia. Ovviamente la condizione di questo suo aiuto era che tutto rimanesse nell’anonimato.

Come sono stati gli ultimi anni del grande attore?
Si era molto avvicinato alla fede. Con la sua ultima moglie Diletta D’Andrea aveva incominciato un percorso di catechesi sul cristianesimo e sui sacramenti. Accarezzava l’idea di sposarsi in chiesa perché canonicamente era rimasto vedovo di Nora Ricci, la sua prima moglie. E gli altri matrimoni erano solo secondo il rito civile. Quindi per la Chiesa non esistevano impedimenti. Ci vedevamo spesso nella sua bella casa di piazza del Popolo. Una volta mi scosse una sua riflessione: «Io ho avuto tutto dalla vita, fama, ricchezza, amori, figli, salute, e ho scoperto la grandezza di Dio solo ora. La cosa che chiedo a Dio è perché mi ha dato una vita soltanto adesso che comincio a capire». Il mio rammarico è di non essere riuscito a toglierlo da questo dubbio: la sua depressione era così forte che è morto per la paura di morire.

È vero che una delle sue ultime telefonate fu ai monaci di Camaldoli?
Aveva un bellissimo rapporto con tutti i monaci, in particolare con don Graziano Mengozzi, con cui condivideva la passione per la musica sacra. Tutti noi cercavamo di rincuorarlo perché aveva paura delle malattie e della visita medica di controllo, a cui si doveva sottoporre il giorno successivo. Quasi testamentario fu il congedo al telefono con don Graziano: «Sai cosa ti dico? Mi affido e mi metto nelle mani di Dio». Quella notte stessa morì. Con lui è scomparso un uomo segnato da una generosità a oltranza. Ed è tutto ciò che si può aspettare da un credente vero.

Filippo Rizzi  – avvenire