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Difficoltà del dialogo intergenerazionale Non maestri,ma compagni di viaggio

Gli adulti trasmettono ai giovani ciò che ritengono importante per la loro vita.
E questa è la prima ragione di uno scontro tra generazioni. Oggi vi è una domanda di libertà nei giovani che si scontra con la fatica degli adulti: il dialogo ha bisogno di tempo. E ce n’è sempre meno.

«Le diverse generazioni vivono spesso in mondi separati ed estranei»: con queste parole il documento della Cei Educare alla vita buona del Vangelo rappresenta la difficoltà del dialogo tra le generazioni. Che conosce oggi una stagione particolarmente difficile.
Ma sarebbe inappropriato pensare che la citata estraneità sia una caratteristica di questo nostro tempo. Il dialogo tra le generazioni è per sua natura difficile: conosce fatiche e sofferenze, richiede pazienza e attesa, è esperienza che talvolta si chiude in conflitti senza ritorno.

Il lungo pellegrinaggio dei giovani termina a Marienfeld.(foto IANCARLO GIULIANI)

Il lungo pellegrinaggio dei giovani termina a Marienfeld.(foto IANCARLO GIULIANI)

Mondi a confronto

Prima di cercare gli aspetti che nostro tempo influiscono sull’educazione e sul dialogo tra adulti e giovani, ritengo utile soffermarsi sulla strutturale difficoltà di entrare in comunicazione tra generazioni. Appartenere a generazioni diverse porta inevitabilmente con sé differenze di sensibilità, di esperienza, di cultura…;
confronto tra esse si consuma il conflitto tra il passato che vorrebbe trattenere il presente e lo slancio verso il futuro che si sente condizionato dalla generazione che lo ha preceduto. Gli adulti trasmettono ai più giovani ciò che essi hanno imparato a ritenere importante per la loro vita, e qui vi è una prima ragione di scontro: non sempre ciò che gli adulti propongono o trasmettono appare importante ai più giovani, talvolta per il modo stesso con cui gli adulti vivono ciò che insegnano.
Il confronto entra in gioco la credibilità del mondo adulto e la sua fatica, tipica di questo tempo, a mostrare con l’esempio quale vita valga la pena di essere vissuta. I più giovani, la naturale esperienza del forzare i confini, temono di essere trattenuti al passato, di essere impediti di fare la loro strada, che essi quasi sempre vedono diversa rispetto a quella dei genitori. Si genera così un conflitto che appartiene alla vita e alla sua crescita, e che è elemento di novità e di sviluppo.
In questa tensione, i più giovani crescono se vi sono adulti che sanno riconoscere in essa una risorsa che favorisce la crescita della libertà e il manifestarsi di un originale progetto di vita. L’educazione da sempre costituisce l’esito di un conflitto da cui si genera, la sofferenza, la novità. Se non vi fosse il conflitto, le generazioni si seguirebbero l’una dopo l’altra la ripetizione, senza progresso.
Ma tutto questo chiede agli adulti la maturità di accettare la dimensione di distacco che l’educazione comporta e la realtà di un figlio che chiede di poter diventare sé stesso.

Il cardinale Joachim Meisner, arcivescovo di Colonia

Il cardinale Joachim Meisner, arcivescovo di Colonia (foto GIANCARLO GIULIANI).

Confronto con il mutamento

Nel contesto di oggi questo processo è reso particolarmente difficile da caratteri che sono tipici di questo nostro tempo. L’accelerazione dei cambiamenti in atto la società fa sì che la distanza tra le generazioni cresca più rapidamente che in passato, rendendo superate in fretta l’esperienza e le proposte della generazione adulta e rendendo di fatto reciprocamente estranee sensibilità, mode, gusti, linguaggi, valori.
Mondi che divengono spesso impenetrabili, incomunicabili. Con le diffidenze che questo genera in entrambi: adulti che giudicano i giovani e ne squalificano i pensieri e i desideri; giovani che vivono quando gli adulti non ci sono e guardano ad essi con sufficienza, quasi chiusi in un loro mondo e più spesso la loro solitudine. L’esito è una società che invecchia, senza l’apporto di novità e di freschezza delle nuove generazioni. Vi è oggi una domanda di libertà nei giovani che si scontra con la fatica degli adulti di stabilire ad essa i confini ragionevoli di una crescita che avviene per tappe e di esercitare quell’azione di argine che oggi richiede più energia di un tempo, ma non per questo è meno necessaria.

Il cammino verso la libertà passa attraverso la capacità di abitare creativamente i confini della propria identità e di un progetto di vita: ma questo lo possono comprendere solo giovani che abbiano accanto a sé adulti che vivano da persone realizzate, contente della loro vita e della loro condizione, mature portare le responsabilità che la loro età comporta. Oggi è certo più difficile di un tempo tenere aperti i canali di una comunicazione significativa tra le generazioni. La precocità dei più giovani che tendono a bruciare le tappe e la fatica esistenziale di una generazione adulta fiaccata da un consumismo sfrenato e da un ritmo di vita convulso fanno sì che spesso si rinunci a costruire un dialogo maturo, che faccia crescere e che generi novità.

Il dialogo ha bisogno di tempo, e gli adulti non solo ne hanno poco, ma spesso non sanno decidere di dedicare quello che hanno all’ascolto, alla vicinanza ai più giovani, a fare lo sforzo di capire quello che passa la loro coscienza. D’altra parte, alla fine di una giornata di un lavoro non sempre gratificante, di relazioni non sempre serene, di impegni che si accavallano in una continua rincorsa, molti genitori non hanno l’energia per ascoltare i figli, interessarsi alla loro giornata, per esercitare quell’autorità buona che fa crescere. Sono alcune delle ragioni che giorno per giorno rendono particolarmente difficile il compito educativo che, momento in cui diviene più impegnativo – ma anche più ricco e appassionante – incontra una generazione adulta meno disponibile di un tempo alla fatica, al sacrificio, alle responsabilità che l’essere adulti comporta.
Annota il documento dei vescovi: «I giovani si trovano spesso a confronto con figure adulte demotivate e poco autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita che suscitino amore e dedizione» (12). E così, la pretesa della libertà diviene per molti ragazzi, adolescenti e giovani esperienza di solitudine, di smarrimento, di chiusura in un universo giovanile inquieto.

Il tempo del dialogo tra le generazioni non è finito

Sentieri interrotti, quelli del rapporto tra le generazioni? O vi è ancora un dialogo possibile? E a quali condizioni? È come chiedersi se oggi vi sia ancora spazio per l’educazione; con i nostri vescovi, non possiamo non credere che «il tempo dell’educazione non è finito» (7): sarebbe come ammettere che è finito il tempo dell’umanità che cresce. Occorrono scelte che diano qualità nuova alla vita degli adulti, li portino oltre i loro ripiegamenti, riconciliati con la vita e con la loro età, capaci e disponibili a “fare gli adulti” per sé e per i giovani che crescono guardando a loro e appoggiandosi, anche dialetticamente, su di loro.

Oggi possono tornare a educare adulti disposti a riprendersi tutta la responsabilità della propria condizione adulta, capaci di mettersi in gioco, di continuare a crescere con i giovani che sono affidati loro dalla vita e dalla responsabilità. Adulti umili, consapevoli che questo tempo inedito non può avere maestri ma dei compagni di viaggio, capaci di stare vicino ai giovani la strutturale solitudine della crescita e la particolare fatica di crescere oggi; compagni di viaggio che hanno già fatto un pezzo di strada e di essa hanno imparato a conoscere la bellezza e la fatica, ma che sanno che l’una e l’altra debbono essere scoperte e non insegnate, perché il modo di guardare ad esse è troppo profondamente mutato.

Adulti disposti ad accompagnare la ricerca, a restare vicini negli smarrimenti, disposti ad ascoltare i giovani, per capire in loro le domande e le aperture allo Spirito, e anche per leggere la loro vita la direzione che la società sta prendendo. I protagonisti per una ripresa del dialogo tra le generazioni non possono che essere gli adulti, consapevoli della loro responsabilità e al tempo stesso desiderosi di condividere una solitudine che domanda solidarietà, vigilanza, disponibilità ad “esserci”, anche quando questo passa attraverso il silenzio o una vicinanza senza parole.

 

Paola Bignardi

*già presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana dal 1999 al 2005

vita pastorale  febbraio 2013