Dibattito. Occidente e islam, urgenza di umanità

Le recenti manifestazioni in Algeria contro Bouteflika / Epa/Mohamed Messara

Perduto nel deserto, a causa di un’avaria del suo aereoplano, Antoine de Saint- Exupéry rischiò di morire di sete per la mancanza di un bene semplice ed essenziale a cui dedicò questa breve e pregnante riflessione, riportata nel suo Terra degli uomini: «Sei la massima delle ricchezze che esista al mondo, e sei anche la più delicata, tu così pura nel ventre della terra. Si può morire su una sorgente d’acqua magnesiaca. Si può morire a due passi da un lago d’acqua salata. Si può morire nonostante due litri di rugiada in cui siano, in sospensione, alcuni sali. Tu non accetti la mescolanza, non tolleri l’alterazione, sei una divinità ombrosa…». Così come per l’acqua, anche per altre realtà quotidiane di cui usufruiamo, ci manca la consapevolezza di quel complesso di condizioni necessarie a garantircene il pacifico godimento. Libertà, diritti, democrazia non sono meno vitali rispetto al nutrimento per una società che possa dirsi matura e ben sviluppata. Eppure, sorprendentemente, soltanto una piccola parte della popolazione mondiale ne è provvista. La maggioranza degli uomini ne ha una quota molto limitata, mentre ancora troppi ne sono addirittura quasi completamente privi. Basta poi soffermarsi un momento a riflettere per accorgersi di come neppure nei Paesi ricchi e moderni si possa pretendere che i principi dell’uguaglianza e della giustizia siano sempre e completamente rispettati.

Un complicato e fragile sistema di pesi e contrappesi, in equilibrio instabile e dinamico, configura questi ‘beni’ come qualcosa che va costantemente difeso e riconquistato, piuttosto che un’acquisizione completa e definitiva che ci sarebbe conferita dall’appartenere a una sorta di casta privilegiata, a una ‘razza’ superiore che si merita per nascita quanto ad altri è costantemente negato. La storia insegna che ci sono voluti conflitti e rivoluzioni per assicurarsi la libertà, che la separazione dei poteri e la distinzione tra religione e politica è una conquista recente anche per noi. Come possiamo pretendere che sia scontato e naturale quanto abbiamo realizzato a così caro prezzo, lungo un percorso secolare e quanto mai accidentato? Davvero crediamo che basti mettere una scheda in un’urna per ottenere magicamente un sistema democratico? Non sono forse stati lo sviluppo della società civile e lo spirito critico che hanno regalato all’Occidente i diritti di cui godono i suoi abitanti?

La questione del giusto rapporto che deve sussistere fra religione e politica è invece uno dei temi più dibattuti fra i musulmani, fin dalle origini dell’islam. Ci sono sempre stati quanti intendono tale rapporto in termini di stretta interdipendenza in senso integralista, ma pretendere che vi sia in proposito una visione unica e invariabile è quanto meno azzardato. Una visione statica e monolitica dell’islam è incompatibile con la pluralità di questo mondo che soltanto a fini propagandistici, supportati tanto da zelanti militanti musulmani quanto da occidentali in cerca di un nuovo nemico epocale, può essere sostenuta. Più che a una pretesa natura aggressiva dei musulmani, il fenomeno va fatto risalire alle contraddizioni e alla forte instabilità che da lungo tempo interessano un’area del mondo profondamente in crisi. Eppure qualcuno parla esplicitamente di ‘scontro di civiltà’. Le modalità con cui i musulmani radicali pretendono di rispondere alla sfida della modernità sono innegabilmente paradossali. Il fondamentalismo, infatti, pur volendosi presentare come l’antagonista assoluto dell’Occidente, ne assume in larga misura le ideologie e la prassi, oltretutto in modo contraddittorio.

In apparenza si oppone alla modernità e la rifiuta, mentre in realtà la utilizza in maniera strumentale e acritica. Ne accetta così solo una parte, e non necessariamente la migliore, come denunciano alcuni intelletmette tuali islamici particolarmente acuti: «Se possiamo conciliare islam e rivoluzione, perché non anche islam e diritti umani, democrazia e libertà? », rivelando come certi concetti tipicamente moderni stiano già operando una subdola mutazione interna dalle conseguenze imprevedibili: «Rivoluzione islamica (o indù, o buddista…): quale dei due termini è il più attivo, il più determinante? Rivoluzione o islam? È la religione che cambia la rivoluzione, la santifica, la risacralizza? O è al contrario la rivoluzione che storicizza la religione, che fa di essa una religione impegnata, in breve, un’ideologia politica? Così facendo, la religione cade nella trappola dell’astuzia della ragione: volendo ergersi contro l’Occidente, si occidentalizza; volendo spiritualizzare il mondo, si secolarizza; e volendo negare la storia, vi si inabissa completamente ». Da queste premesse deriva il successo che, non tanto la prassi, quanto l’analisi dei movimenti islamici radicali incontra soprattutto fra i giovani. La situazione non è molto differente a quella che abbiamo vissuto in Italia durante i cosiddetti ‘anni di piombò. Come i brigatisti rossi rifiutavano allora la democrazia in quanto prodotto del capitalismo borghese, così i musulmani radicali la rigettano quale prodotto di una civiltà non solo estranea, ma addirittura ostile alla loro.

Un modello di origine divina, proclamato da un profeta, sembra ai loro occhi offrire maggiori garanzie rispetto a un sitema elaborato dagli uomini. Non manca tuttavia chi li in guardia a tale proposito: «I fautori di un potere fondato sulla religione rimproverano al sistema democratico di basarsi sulle tendenze le opinioni e le preferenze degli uomini, che sono per natura versatili e fallibili, alle quali essi oppongono la perfezione divina della legge religiosa. Bisogna ribattere loro che è precisamente in questo che risiede la grandezza della democrazia, poiché essa sola permette all’uomo di trarre lezione dai suoi errori… Il potere religioso, benché non sia che un potere umano esposto come tale, a tutti gli errori umani, non riconosce all’uomo questo diritto di imparare dalle sue esperienze: gli impone una tutela a priori e gli impedisce di svilupparsi e di giungere a maturità. Tutte le catastrofi del mondo musulmano, e del mondo arabo in particolare sono frutto di governi militari prodotti da pseudo-rivoluzioni, che stabiliscono con i governati una relazione politica del tipo di quella che gli ufficiali intrattengono con i loro soldati. Molti cittadini dei Paesi arabo- musulmani, sottomessi da lunga data a un regime autoritario, hanno preso l’abitudine, e, se ce n’è, il gusto, a obbedire, e hanno perso le loro facoltà critiche: niente di meglio che il potere degli stivali per preparare al potere dei turbanti».

Il clima esasperato di conflitto che sembra perpetuarsi tra Occidente e islam certo non favorisce il dialogo, ma anzi porta acqua al mulino di una sempre più acuta polarizzazione. Eppure, a volte basta davvero poco per invertire la rotta, specialmente considerando che tra i circa 300 milioni di abitanti che popolano i 22 stati della Lega araba, quasi il 40% ha meno di 14 anni. Il ricordo della dominazione coloniale è ormai sbiadito ai loro occhi, ed è bastata l’opposizione francese alla guerra contro l’Iraq per far sì che Chirac fosse accolto trionfalmente nella stessa Algeri! Un po’ di buona volontà non guasterebbe per rendere credibile la possibilità di un’alternativa a milioni di persone che, a ben vedere, aspirano, come tutti, ad avere una vita almeno decente… Più che a esportare improbabili e semplicistici modelli preconfezionati, dovremmo cercare di favorire dei processi che facciano leva sulle più elementari esigenze dell’umanità. Le armi potranno forse servire a reprimere quanto non si è saputo prevenire, ma un serio lavoro che possa sperare di produrre qualche buon risultato ha bisogno di ben altri mezzi.

Avvenire

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