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Così la cultura dell’incontro vive nei media e su Internet

«Cultura dell’incontro» è una e forse “la” espressione che riassume meglio la prospettiva culturale del pontificato di Papa Francesco. E quindi non è per caso che essa qualifichi anche il suo primo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.

Che pone appunto al centro della riflessione il legame tra “comunicazione” e “cultura dell’incontro”. Questo tema – e questo legame – è affrontato in forma di domanda o, meglio, di una “grande sfida”. Ciò significa che la risposta, cioè l’esito non è scontato. Il legame tra i due termini è tutt’altro che ovvio. In ciò il Papa sembra più consapevole della natura e della logica della relazione comunicativa di molti studiosi o esperti per i quali intensificare la comunicazione significa di per sé aumentare la comprensione e l’intesa tra le persone e i gruppi sociali. Di fatto non è così. La comunicazione  può essere a-simmetrica, sbilanciata, ingiusta o conflittuale. Anche l’inganno o il conflitto assumono la “forma” di una comunicazione. Quindi l’automatismo, per cui più comunicazione è uguale a più comprensione e più intesa, è improprio, se non fuorviante: il mondo della digitalizzazione e della globalizzazione è più “piccolo” e interconnesso, ma non per questo è più riconciliato.

Già McLuhan, che per molti aspetti ha visto più lontano di tanti nell’identificare le linee di fondo dell’evoluzione sociale-tecnologica del nostro tempo, era caduto in questo equivoco quando nelle sue opere più note aveva salutato l’avvento del “villaggio globale” come una condizione di prossimità e comprensione universale tanto da parlare di una nuova “condizione pentecostale dell’umanità”, quasi che le nuove tecnologie elettroniche (oggi correggeremmo in: digitali) fossero di per sé capaci di creare incontro, dialogo, comprensione. Lo stesso McLuhan si accorse del suo errore e negli ultimi scritti affiancò all’espressione di “villaggio globale” quella di “teatro globale”. Il mondo è diventato un teatro globale, nel quale siamo tutti attori, cioè siamo tutti consapevoli e coinvolti “dolorosamente” nella vita e nelle vicende degli altri, “nei trionfi e nelle sconfitte degli altri”. Un mondo nel quale non è più possibile l’indifferenza. Ecco, proprio questo mi sembra il senso della sfida contenuta in questo messaggio. Cercherò di delineare quelli che mi sembrano essere i punti in cui si declina questa sfida.

Cultura dell’incontro. Parlare di cultura dell’incontro implica un rovesciamento radicale del modo in cui spesso concepiamo l’incontro (e quindi la relazione comunicativa). Non si tratta di riconoscere l’altro perché simile a me, in quanto simile a me. In questo caso si realizza un comunicazione pseudo-dialogica, che ha solo la forma esteriore dell’incontro, ma che è dominata – anche se più sottilmente – da una logica auto-referenziale. Io ti riconosco se tu rispondi ai criteri che fisso io e quindi io non dialogo con te, ma con l’immagine (la più comoda, la più conveniente, la meno disturbante) che io mi sono fatto di te. Io non ti incontro nella tua “alterità”, che per me è preziosa e arricchente, ma ho paura o disprezzo della tua diversità, per cui la riduco al parametro che io sono. Potremmo documentare analiticamente come nella società contemporanea tutto ciò si manifesti nei contatti con le diverse categorie di “altro” con cui entriamo – o non entriamo – in relazione.

È vero che la contrazione del mondo (un mondo “più piccolo” dice il Papa) ha reso l’altro più vicino. Che l’altro sia più vicino è una constatazione immediata. Come ha osservato il sociologo giapponese Shingo Shimada, “oggi stiamo certamente sperimentando la complessità della differenza culturale (e non solo) nella vita quotidiana. I media trasmettono immagini delle più remote parti del mondo. Viaggiare in luoghi distanti del mondo fa ormai parte della nostra vita quotidiana. E viaggiando con l’autobus verso il luogo di lavoro siamo esposti a molte lingue differenti che non comprendiamo. In questo senso l’Altro culturale sembra onnipresente, e ciò può sembrare un controsenso”. Ma se l’altro – tutte le diverse forme e modalità dell’essere “altro” – è più vicino, ciò non significa necessariamente più “prossimo”. Lo stereotipo (e l’incomprensione che ne consegue), come hanno mostrato tanti studi, e come documenta anche la nostra normale esperienza quotidiana, non si supera semplicemente incrementando i contatti, le occasioni di rapporto e di conoscenza reciproca.

Perché ci si comprenda di più l’incontro deve avvenire secondo certe condizioni: l’interesse e l’impegno da entrambe le parti, uno scopo comune dell’interazione, la simmetria delle posizioni di coloro che comunicano, la presenza di norme e istituzioni sociali che favoriscano tali rapporti. Mancando queste condizioni, una relazione più immediata e frequente può addirittura inasprire il pregiudizio e l’ostilità reciproca. Detto nei termini del Papa, ripetuti in questa come in molte altre circostanze, perché il vicino diventi prossimo io devo avere (e coltivare) uno sguardo della prossimità, un modo di guardare l’altro che lo riconosca come prossimo e lo “renda” prossimo, senza che i miei stereotipi, pregiudizi, interessi, comodità, me lo facciano vedere solo come una presenza, casomai molesta, inopportuna, una “scomodità” proprio come l’uomo riverso sul ciglio della strada apparve ai primi due passanti.

La prossimità assume sempre la forma della “cura”. È interessante che Francesco nel parlare di relazioni comunicative faccia riferimento alla parabola del buon Samaritano. Interessante e curioso. Di solito in riferimento ai media – e a una presenza “missionaria” nei media – viene più immediato usare altre parabole, ad esempio quella del seminatore, o espressioni del tipo “predicare sui tetti”.  Il Papa usa invece la parabola della “carità” per eccellenza. In questo non si limita a ridire una cosa “ovvia”, che fa parte del suo “mestiere”, ma incontra la posizione di alcuni dei più sensibili studiosi della comunicazione nel nostro tempo come Susan Sontag, Michael Ignatieff, Ryszard Kapuscinski, Luc Boltanski, che hanno messo proprio al centro della loro riflessione il senso del dolore dell’altro nella società delle immagini. Sapere della condizione dell’altro non è sufficiente.

Anche commuoversi per questa condizione non è sufficiente. Non si tratta, come diceva Hannah Arendt, di vera com-passione, giacché questa è possibile solo in una relazione “reale”, in cui chi soffre e chi è testimone della sua sofferenza possono incontrarsi e colui che incontra la sofferenza dell’altro può scegliere di agire per alleviarla. Il rischio della comunicazione immediata nel mondo globalizzato è che ci si commuova senza tendere la mano, senza “agire” verso l’altro. Certo anche i primi due passanti avranno avuto una qualche forma di mozione dell’animo di fronte al disgraziato che giaceva riverso per strada. Ma ciò non si è trasformato nella “decisione” (la scelta) di fermarsi e di chinarsi su di lui. Il “sapere” di più e il “capire” di più attraverso i media richiede l’azione, cioè di essere consapevolmente “attori” sul teatro globale, per tornare all’espressione di McLuhan. L’esempio della mobilitazione in rete promossa da Avvenire per salvare Meriam, ingiustamente condannata a morte per apostasia in Sudan, testimonia come il web possa consentire una risposta, una reazione e una condivisione immediata, come ricordava in un suo editoriale di qualche giorno fa Marina Corradi (e questo è solo uno dei tantissimi esempi di testimonianza e di solidarietà operosa attraverso il web).

L’ultimo aspetto importante del messaggio – che conferma l’esempio appena proposto – è che la categoria e, soprattutto, l’esperienza dell’incontro non valgono solo nella sfera delle relazioni faccia a faccia, ma anche nel mondo digitale. Anche il mondo digitale e di Internet può essere il luogo della “carità”. Diversamente da certi critici “umanisti” che, prendendo in prestito un’espressione di Marc Augé, affermano che la rete è un “non luogo” e la condannano come spazio di rapporti inautentici e superficiali, il Papa afferma che la rete “è un luogo” perché dove due uomini si incontrano, anche se solo per un accento della loro umanità, quello “è un luogo”.

Dove mettono in comune qualcosa, condividono qualcosa della loro vita, anche con tutto il carico di ambivalenza e di rischio che questo comporta, perfino con la possibilità di farsi del male (proprio come nei rapporti “in presenza”), quello è un luogo. Il “programma” del pontificato di “andare verso le periferie esistenziali” (o della “Chiesa in uscita”) assume il significato di percorrere tutti i “luoghi” dove sono presenti e si possono incontrare gli esseri umani. E la rete è uno, anzi uno dei più importanti, di questi luoghi “affollati di umanità”. Da non lasciare abbandonato, ma da percorrere con la mente e il cuore aperti perché nessun luogo è estraneo alla «vocazione missionaria di tutta la Chiesa».

Guido Gili – avvenire.it