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Cinema e religione: una pienezza molto vuota

Religione e cinema: binomio antico e grande. Ieri provocazione di Claudio Risè sul “Mattino” (pp. 1 e 16): «Per discutere di religione bisogna andare al cinema». Leggi e arrivano tante cose, in memoria. Torna in mente a Malpelo, e certo a molti altri, la magnifica scuola di lettura del grande cinema – anni 70 – del trio di straordinari Gesuiti: Arpa, Baragli e Taddei. Prima di certe miserie di oggi le magnificenze di ieri: Dreyer, Bergman, Bresson e Rossellini, fino all’estremo ardire di Buñuel che si diceva «ateo per grazia di Dio» e provocava la religiosità dall’esterno e dall’interno: “Viridiana”, “L’Angelo Sterminatore” e soprattutto “La Via Lattea”. Anche italiani: Fellini, accompagnato sempre dalla sua «anima religiosa» e cattolica in Angelo Arpa e lo stesso Pasolini sia esplicito («Vangelo secondo Matteo») sia implicito e invocante («Teorema»). Acqua passata, e cinema scomparso, purtroppo. Oggi o hai la leggerezza sorniona dell’anticlericalismo facile di “Habemus Papam” o – salvo qualche sprazzo di Verdone – la cieca provocazione sbeffeggiante con totale incomprensione del tema. E allora, provocazione per provocazione, viene facile annotare che il regista del momento in pagina (meno in sala), Marco Bellocchio, dopo aver trattato a modo suo, tradendo non solo le intenzioni, ma tanti fatti, un tema come quello della morte e della vita, protesta perché non lo hanno premiato, e giura che non parteciperà più a qualsiasi Festival. Ragioni? Nessuna, a leggere le cronache. Come i bambini che, per protesta, strillano che si buttano per terra e si sporcano tutti… A Malpelo mancano i tre Gesuiti. Al cinema mancano i Dreyer, Bergman, Bresson, Buñuel, Fellini e anche Pasolini. Al cinema religione, forse, ma sempre e solo contro. Un vuoto…

avvenire.it  / a cura di Gianni Gennari