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Cibo buttato: arriva il fondo «antispreco»

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Ci sono sprechi e sprechi. Quelli del Palazzo sollevano l’indignazione generale, tanto da spingere il governo a nominare un commissario ad hoc e migliaia di cittadini a partecipare con consigli e suggerimenti. Quelli alimentari passano per lo più sotto silenzio, tanto da costringere le università a pubblicare ricerche e le associazioni del non profit a mobilitarsi per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Stranezze del nostro Paese, in cui fa discutere per settimane una spending review che mira a risparmiare 5 miliardi di euro e lo spreco alimentare fa notizia solo quando si ricorda che di miliardi di euro ce ne costa 12.

La notizia non è nuova (Avvenire si era già occupato del tema nel 2010, quando a lanciare l’allarme era stata la Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna), ma è di quelle che vale la pena ribadire: a farlo, con una ricerca dettagliata, stavolta hanno pensato Politecnico di Milano e Fondazione per la Sussidiarietà, in collaborazione con Nielsen Italia. Risultato? Sprechiamo cibo, e tanto. Complessivamente quasi 100 chili per persona, di cui il 55% viene generato nella filiera alimentare (aziende, supermercati, ristoranti) e il restante 45% nelle nostre case. Una perdita di risorse pari a 12,3 miliardi di euro, che in tempi di crisi basterebbe a sfamare i due milioni di persone che nel nostro Paese vivono in stato di indigenza e a ripianare anche una parte del debito pubblico. E invece, niente da fare: quei soldi (e quel cibo) finiscono in spazzatura. Spesso per la “pigrizia” delle aziende, che non si attivano per convogliare le eccedenze nelle mani del terzo settore, spesso per l’inconsapevolezza dei consumatori.

Ora una svolta potrebbe arrivare (almeno sulla carta) dall’atteso decreto sullo sviluppo, che il governo si appresta a varare a giorni e in cui c’è spazio – come hanno annunciato proprio ieri, a Milano, i due ministri dello Sviluppo economico Corrado Passera e delle Politiche agricole Mario Catania – per una norma antispreco. «Il problema degli indigenti – hanno spiegato i due – per noi resta prioritario. Il modo in cui si spreca cibo in Italia è un problema etico». Ed ecco l’idea: quella di aggiungere al contributo di 100 milioni di euro che ogni anno il ministero dell’Agricoltura eroga, sotto forma di prodotti alimentari, agli indigenti (utilizzando il regolamento comunitario) un nuovo fondo «che alimenteremo – ha spiegato Catania – anche grazie alle imprese alimentari e alla distribuzione». In che modo, per ora, non è dato sapere, ma «in sostanza – ha precisato il ministro – convoglieremo tutte le eccedenze alimentari nel circuito non profit che provvederà a destinarle ai poveri».

Un circuito già virtuoso, visto che se oggi quasi un miliardo di euro di cibo viene risparmiato in Italia è proprio merito delle organizzazioni del non profit impegnate sul campo da anni, a partire dal Banco alimentare, che ieri a Milano ha offerto il suo contributo fattivo al dibattito, mostrando come il coordinamento con le aziende e un’efficace organizzazione logistica possano portare ogni anno a recuperare quasi 80mila tonnellate di cibo. Ma non basta. Gli operatori e gli esperti chiedono un impegno congiunto di imprese, food banks, enti caritativi, famiglie e istituzioni per la diffusione di pratiche virtuose: «Questo impegno – spiega Alessandro Perego, docente di Logistica e Supply-chain management al Politecnico e fra i curatori della ricerca – potrebbe portare a recuperare più di 3 milioni di tonnellate di cibo, ma urge una professionalizzazione degli attori in campo, una specializzazione nella gestione logistica delle eccedenze e soprattutto agevolazioni fiscali per le aziende che impegnano energie e risorse contro lo spreco». Agevolazioni non contemplate, tuttavia, dal governo, che per le imprese che parteciperanno al fondo ha annunciato sì «un ritorno», ha detto Catania, ma per ora solo «dal punto di vista mediatico».

 

Viviana Daloiso – avvenire
13 Giugno 2012 07:33